<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
         xmlns:err="http://jelix.org/ns/xmlerror/1.0">
 <channel>

		<link rel="hub" href="http://overblog.superfeedr.com" xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" />
		<link rel="self" href="http://www.cronachelodigiane.net/rss-articles.xml" xmlns="http://www.w3.org/2005/Atom" />
	
    <title><![CDATA[Cronache lodigiane (Lodigiano: Economia e Finanza)]]></title>
    <link>http://www.cronachelodigiane.net/categorie-11495584.html</link>
    <description>Gli ultimi articoli pubblicati nella categoria &quot;Lodigiano: Economia e Finanza&quot; del blog &quot;Cronache lodigiane&quot;</description>

        <language>it</language>
    
    
    <pubDate>Mon, 04 Jun 2012 19:08:30 +0200</pubDate>    <lastBuildDate>Mon, 04 Jun 2012 19:08:30 +0200</lastBuildDate>    <generator>It.over-blog.com RSS 2.0 Engine</generator>    <copyright>Copyright 2012 www.cronachelodigiane.net</copyright>            <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>    <docs>http://www.rssboard.org/rss-specification/</docs>                        
      <item>
        <title><![CDATA[" Torna a casa Lassie. Forse è il caso di nazionalizzare le banche" di Beppe Grillo]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-torna-a-casa-lassie-forse-e-il-caso-di-nazionalizzare-le-banche-di-beppe-grillo-106185472.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong><img src="http://www.beppegrillo.it/immagini/torna-a-casa-lassie.jpg" class="CtreTexte" alt="http://www.beppegrillo.it/immagini/torna-a-casa-lassie.jpg"
    height="307" width="510">I 1000 miliardi di euro prestati dalla BCE alle banche sono serviti per accelerare il rientro dei titoli pubblici nelle nazioni di emissione. Le banche nazionali li hanno
    usati per rastrellare i titoli dall'estero invece di finanziare le imprese e rilanciare l'economia. I Btp tornano in Italia, i Bonos in Spagna, i titoli portoghesi in Portogallo, eccetera. In
    pratica ognuno si riprende i suoi titoli. Torna a casa Lassie. Ogni titolo è bello a mamma sua. Una tendenza iniziata già dopo la crisi finanziaria del 2008 con la fuga dai titoli PIGS. Allora i
    nostri Btp detenuti all'estero erano il 54% del totale, nel 2012 sono scesi al 32%. I Bonos spagnoli all'estero si sono quasi dimezzati in quattro anni, dal 60% al 34%.<br>
    Se una nazione detiene la quasi totalità dei suoi titoli di debito si scongiura sulla carta ogni possibile contagio europeo. Il crollo di un castello di carte. Il Giappone è un esempio. Ha un
    rapporto debito pubblico-PIL superiore al 200%. Il debito è però posseduto dai giapponesi, quindi nessun pericolo di default, né di destabilizzazione di altri Stati. Avviene invece l'aumento
    dell'inflazione unito alla diminuzione dei salari. Che è quello che sta succedendo in Italia. Gli stipendi sono i più bassi d'Europa con tendenza al peggioramento, dovuto al carico fiscale che li
    divora e che cresce insieme all'inflazione.<br>
    L'aumento della forbice tra bassi redditi e caro vita sta diventando la norma con milioni di nuovi poveri. Il tutto per tenere in piedi un Sistema che, presto o tardi, comunque collasserà. In
    questo rientro in Patria dei capitali, chi recita il ruolo dello spallone di fontiera di una volta, le banche, si fa pure pagare l'aggio dallo Stato. Lo Stato italiano presta soldi nostri,
    attraverso la BCE, alle proprie banche all'uno per cento di interesse. Le banche che comprano i Btp incassano il 5/6 % di interesse dallo Stato. Un euro su quattro delle nostre tasse serve a
    pagare gli interessi sul debito. Si può quindi affermare che questo giro del fumo serve a finanziare le banche attraverso il Fisco. Forse è il caso di <a href=
    "http://www.beppegrillo.it/sondaggio_banche.html" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;">nazionalizzarle</span></a>.<br>
    Fonte: <a title="Il Blog di Beppe Grillo" href="http://www.ariannaeditrice.it/scheda_fonte.php?id=11">Il Blog di Beppe Grillo [scheda fonte]</a></strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Fri, 01 Jun 2012 07:51:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">d6077a2f8614c0faae9de9463a13e43a</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-torna-a-casa-lassie-forse-e-il-caso-di-nazionalizzare-le-banche-di-beppe-grillo-106185472-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[" Il sapore dell’incoscienza.. i derivati a vanvera" di Paolo Trezzi]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-il-sapore-dell-incoscienza-i-derivati-a-vanvera-di-paolo-trezzi-106006597.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/04/presidente-formigoni.jpg" class="GcheTexte" alt=
    "http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/04/presidente-formigoni.jpg" height="300" width="280">Mi stupisco dello spavento che un investitore, grande o piccolo, famiglia o impresa, azienda
    privata o Ente che sia, manifesta quando gli dicono…<em>“scusi ab</em><em>biamo, forse, un problema. C’è crisi sul mercato c’è il rischio che…”<br></em></strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Mi stupisco perché prima sottoscrivono prodotti che non sanno cosa sono, come sono costruiti e per questo devono affidarsi alla fiducia di chi glieli vende
    e solo poi si accorgono che la fiducia l’han riposta nelle banche.&nbsp;C’è una precondizione che bisogna sempre tenere a mente prima – prima – di investire.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il rendimento (atteso) non è l’elemento vero da tenere in considerazione, ma lo è il rischio assunto per cercare di raggiungerlo.Ma né i sindacati con i
    Fondi pensione né le aziende e tantomeno gli Enti locali con i derivati sembrano ricordarlo.&nbsp;Quest’ultimo caso è emblematico: la Regione Lombardia non ha calcolato il rischio assunto nel
    farsi costruire un bond da 1 mld. di dollari (sì, 1 miliardo) da due banche Ubs&nbsp; e Marrill Lynch e ora perde oltre 100 milioni.&nbsp;Idem per il Comune di Milano, a processo 4 banche, Jp
    Morgan, Deutsche Bank, Ubs e Depfa, per una truffa di pari importo.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>A Lecco, 48mila abitanti, derivato da 36 milioni e una perdita, periziata, “per i soli costi occulti”, cioè costi non detti al Comune, già all’atto della
    sottoscrizione, che lo stesso però ha pagato, di oltre 1,5 milioni di euro alla Deutsche Bank.&nbsp;Certamente non lo sapevano i cittadini lombardi, milanesi o lecchesi, probabilmente pure,
    concedendogli la buona fede, i consiglieri regionali e comunali che hanno approvato questi strumenti, certamente però Formigoni, Albertini e la Moratti e il Sindaco di Lecco, nonché i rispettivi
    consiglieri, a differenza dei cittadini, erano tenuti doverosamente a informarsi e a saperlo.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>E i casi sono a decine. Le perdite a centinaia.&nbsp;Sono 407 gli Enti che hanno comprato derivati per 32 miliardi di euro.<br></strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Solo pochi, pochissimi, amministratori di sono ribellati, La Provincia di Pisa, il Comune di Prato tra i primi.&nbsp;Quelli che non l’hanno ancora fatto, se
    vogliono ora possono avvalersi appoggiarsi alla Sentenza del Consiglio di Stato&nbsp;<a href=
    "http://www.giustizia-amministrativa.it/DocumentiGA/Consiglio%20di%20Stato/Sezione%205/2011/201100938/Provvedimenti/201105032_11.XML">nr 5032</a> del 7/9/2011 che consente l’annullamento per
    autotutela del contratto in derivati.&nbsp;Perché è ora che si provino a recuperare questi soldi se dovuti.&nbsp;Perché ci servono. Perché sono di noi cittadini.</strong></span><br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><br>
    Il potere di autotutela, giova ricordarlo, trova fondamento nei principi di legalità, imparzialità e buon andamento, cui deve essere improntata l’attività della pubblica amministrazione, ai sensi
    dell’articolo 97 della Costituzione, in attuazione dei quali l’amministrazione deve adottare atti il più possibile rispondenti ai fini da conseguire.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: www.finansol.it</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Tue, 29 May 2012 09:05:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">6f878acd18ca0acc3833e3b0e8699a62</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-il-sapore-dell-incoscienza-i-derivati-a-vanvera-di-paolo-trezzi-106006597-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Valuta locale]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-valuta-locale-105941010.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.2012lasvolta.it/wp-content/uploads/2011/01/il-simec-del-professor-auriti.jpg" class="CtreTexte" alt=
    "http://www.2012lasvolta.it/wp-content/uploads/2011/01/il-simec-del-professor-auriti.jpg" height="293" width="567">La pizzeria “I Cappuccini” ha eseguito dei lavori di ristrutturazione per il
    ridimensionamento del locale. Il supermercato “San Michele” si sta accingendo a fare la stessa cosa.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Sono dei messaggi chiari che Monte Sant’Angelo è in profonda crisi. Non è un periodo. E’ da “na vita” . L’economia è ferma. La radice del problema è
    profonda ed è da dividere tra le Istituzioni nazionali e quelle locali causa l’assenza di programmi seri a medio-lungo termine.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Prima ancora di incentivare e promuovere la nascita di nuove piccole e medie aziende bisogna preservare quelle esistenti. Prevenire è meglio che curare
    (diceva una nota pubblicità!). Perdere delle aziende, seppur a conduzione familiare, significa perdere posti di lavoro.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>In molti paesi del mondo sono in corso, con effetti positivi, esperimenti di moneta locale che hanno letteralmente rivitalizzato le deboli economie locali
    restituendo loro fiducia e speranza nel futuro. In poche parole è stata introdotta una moneta parallela a quella nazionale, spendibile sul territorio, sfruttando un punto fermo in materia
    monetaria secondo il quale “il valore è dato alla moneta solo da chi l’accetta sulla base di una convenzione, non importa se solo implicita”.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Diversi esempi a riguardo si trovano in piccole e grandi città in Germania. Brema ha il Roland, Prien il <a title="guarda il video su youtube" href=
    "http://www.youtube.com/watch?v=UVrQtqH4Tlw&amp;feature=fvsr" target="_blank">Chiemgauer</a>, Dresda l’Elbtaler, Berchtesgaden lo Sterntaler, Güsen l’Urstromtaler, Gies-sen lo Justus, Düsseldorf
    il Rheingold, Friburgo il Breisgauer Regio.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>In svizzera esistono i &nbsp;Wir (vedi puntata di Report 30-5-2010) da cui, poi, prende ispirazione il circuito di imprese sarde Sardex.net con la nascita
    di uno strumento con cui è possibile vendere e acquistare tra gli iscritti, il Sardex appunto.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Nel 2000 nel comune abruzzese di Guardiagrele il giurista Auriti ha introdotto il <a title="visita il sito ufficiale" href=
    "http://simec.org/cose-il-simec.html" target="_blank">SIMEC</a>, cioè il SIMbolo EConometrico di VALORE INDOTTO, come ad esempio, il metro serve per misurare la lunghezza così il SIMEC serve per
    misurare il Valore dei beni Economici. L’operazione economica ha rivitalizzato il commercio, prima sopito, del paese.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Per&nbsp;motivi di praticità tutte queste valute locali hanno un cambio di 1:1 con l’euro. Possono essere convertibili e non. Sono di esclusiva proprietà
    del portatore: moneta del popolo e non delle banche.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Funzionano senza interessi, anzi, si tende a svalutarle progressivamente per evitarne l’accumulo a favore di una continua circolazione cosicché si possa
    rivitalizzare l’economia della zona.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Queste sono&nbsp;i progetti&nbsp;che si vogliono realizzare anche a Monte Sant’Angelo. E’ sufficiente copiare iniziative altrui per essere bravi
    amministratori.&nbsp;&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Sarà poco…ma sarà per la collettività!</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: http://www.2012lasvolta.it/217/valuta-locale/</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Mon, 28 May 2012 10:11:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">5c759fd60b5af483605f6ff34c9c7d2f</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-valuta-locale-105941010-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[" La fine dell’egemonia tedesca" di Giorgos Malouhos]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-la-fine-dell-egemonia-tedesca-di-giorgos-malouhos-105771495.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.presseurop.eu/files/images/article/TOM_germany-decline.jpg?1337866397" class="CtreTexte" alt=
    "http://www.presseurop.eu/files/images/article/TOM_germany-decline.jpg?1337866397" height="225" width="490">Al vertice straordinario del 23 maggio c’è stata una grossa differenza rispetto agli
    ultimi due anni: non c’era alcuna “direttiva” preparata con poche ore di anticipo dalla cancelliera tedesca Merkel e dal presidente francese. François Hollande non ha portato avanti la
    &nbsp;tradizione di Nicolas Sarkozy: il suo “battesimo del fuoco” è avvenuto direttamente a Bruxelles, senza passare da Berlino.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il summit ha avuto un’altra particolarità: la Germania – per la prima volta da molto tempo a questa parte – ha dovuto affrontare un ordine del giorno che
    non aveva imposto: le questioni legate alla crescita. Può anche darsi che mercoledì sera non si sia presa alcuna decisione concreta, ma una cosa è chiara: l’egemonia tedesca è ormai rimessa in
    discussione dall’Europa. E Berlino lo sa bene. Anzi, benissimo, tanto che i leader tedeschi si sentono già un po’ traballare la poltrona.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>L’egemonia tedesca è energicamente contestata e questo ha ricadute dirette sulla Grecia. Prima che il vertice avesse inizio la Banca centrale tedesca ha
    pubblicato un dossier in cui annuncia che non farà più niente a favore della Grecia, aggiungendo anche che qualora quest’ultima facesse default sarebbe pur sempre un modo per “farla finita con
    questa storia”. In quello stesso momento, Hollande ribadiva il suo appoggio e la sua piena fiducia al popolo greco.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Nondimeno, il nuovo equilibrio europeo che sta prendendo forma in questi giorni si riflette nelle conclusioni del vertice: “Faremo in modo da mobilitare
    tutti i finanziamenti europei e ricorreremo a ogni mezzo per &nbsp;mettere la Grecia sulla strada della crescita e della creazione di posti di lavoro”.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>L’egemonia tedesca in Europa è agli sgoccioli. Come sottolinea la maggioranza della stampa tedesca, Merkel è più isolata che mai tra i suoi partner, e non
    solo. In realtà la sua politica non trova più alleati, nessuno la difende, dalle organizzazioni internazionali agli Stati Uniti passando per Parigi e Madrid.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Che cosa faranno i tedeschi? Dimenticheranno tutto e si adatteranno alle nuove realtà come se niente fosse? No di certo. Si batteranno fino all’ultimo. Ne
    hanno la volontà e la forza. Ma non saranno più gli unici ai posti di comando. Non saranno più i soli &nbsp;a decidere la politica da attuare. Tutto ciò fa nascere enormi speranze in Europa,
    soprattutto per la Grecia.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Per il nostro paese le circostanze sono radicalmente cambiate negli ultimi tempi. La Grecia ha ora la possibilità di battersi per rivendicare un avvenire
    migliore. Beninteso, dovrà mantenere le proprie promesse, come sottolinea la maggior parte dei nostri partner, e questo è un dato di fatto. Ma un mese fa nessuno avrebbe potuto prevedere quello
    che è accaduto ieri: la nascita di un nuovo equilibrio europeo.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Gli “impegni” che tutti ricordano – e giustamente – non sono più un insieme di dogmi intoccabili. Il parametro della “crescita”, messo finalmente sul tavolo
    delle trattative, cambia completamente la situazione.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>La Grecia può partire da qui, e può fare molto di più. Può battersi, semplicemente perché ci stiamo avvicinando alla fine dell’austerity dietro cui si
    nascondeva la politica nazionalista tedesca. Berlino non è più il nostro unico interlocutore. Adesso dobbiamo cominciare a vedere dei risultati, per esempio in tema di privatizzazioni o nel
    settore energetico.</strong></span>
  </p>
  <h4>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Volontà popolare</strong></span>
  </h4>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il paese esce dal tunnel della disperazione nella quale l’aveva spinto l’egemonia tedesca. Adesso, però, spetta a noi dimostrare di poter diventare uno
    stato europeo a tutti gli effetti, capace di camminare senza stampelle. Dobbiamo fare tutto il possibile per non lasciarci andare in rovina, dentro o fuori l’Europa. E possiamo farlo molto più
    facilmente, ora che lo stato d’asfissia nel quale ci trovavamo si allenta.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Oggi il nostro avvenire è nelle nostre mani. Ma ci serve una politica, e &nbsp;la politica è l’arte del possibile. Ne consegue che ora come ora il nostro
    più grande nemico è il fanatismo. Di fanatici ne abbiamo molti, e di ogni schieramento. Che cosa possiamo fare per tenerli a bada? La prima osservazione è che nelle ultime settimane – nonostante
    tutto ciò che si è detto – &nbsp;la posizione della Grecia è già migliorata.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Adesso dobbiamo aggrapparci a questo raggio di luce che cominciamo a scorgere in fondo al tunnel e batterci per cambiare il nostro destino. L’Europa non è
    più quella che era fino a qualche settimana fa. Questo cambiamento è il risultato dell’espressione della volontà di due popoli: quello francese e quello greco. I francesi avevano il potere di
    mettere in discussione l’Onnipotenza tedesca, dalla quale l’ex presidente francese si era lasciato soggiogare completamente.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>I greci hanno dimostrato attraverso il voto tutta la loro insoddisfazione. Oggi, con la ritirata dell’Onnipotenza tedesca, la strada della Grecia verso
    l’Europa è ancora aperta. Ora battiamoci per riconquistare il nostro futuro. ( Fonte: www.presseurop.eu)</strong></span>
  </p>
  <p class="floatr dottedtop">
    <strong><span style="font-size: 10pt;">Traduzione di</span> Anna Bissanti</strong>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Sat, 26 May 2012 15:27:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">1be97b0656393745de938a30e7646578</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-la-fine-dell-egemonia-tedesca-di-giorgos-malouhos-105771495-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[I predoni della finanza]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-i-predoni-della-finanza-105717011.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 12pt; color: #008000;"><strong><em><img src=
    "http://www.sbilanciamoci.info/var/ezwebin_site/storage/images/media/images/gocce-di-caffe/175556-1-ita-IT/Gocce-di-Caffe_medium.png" class="GcheTexte" alt=
    "http://www.sbilanciamoci.info/var/ezwebin_site/storage/images/media/images/gocce-di-caffe/175556-1-ita-IT/Gocce-di-Caffe_medium.png" height="240" width="200">Nel venticinquennale della scomparsa
    di Federico Caffè, la sua università lo ricorda con una giornata di studi dal ricco programma (in allegato). Il clou, nella lezione di Mario Draghi, che con Caffè si laureò. Dopodiché l'attore
    Roberto Herlitzka leggerà alcuni scritti di Caffè. Tra cui questo (sul quale ci piacerebbe conoscere l'opinione del governatore Bce)</em></strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>“Da tempo sono convinto che la sovrastruttura finanziario-borsistica con le caratteristiche che presenta nei paesi capitalisticamente avanzati favorisca non
    già il vigore competitivo ma un gioco spregiudicato di tipo predatorio, che opera sistematicamente a danno di categorie innumerevoli e sprovvedute di risparmiatori in un quadro istituzionale che
    di fatto consente e legittima la ricorrente decurtazione o il pratico spossessamento dei loro peculi. Esiste una evidente incoerenza tra i condizionamenti di ogni genere che vincolano l'attività
    produttiva reale dei vari settori agricoli industriali, di intermediazione commerciale e la concreta licenza di espropriare l'altrui risparmio che esiste per i mercati finanziari. Un rilievo del
    genere non trae origine da fatti episodici o da insufficienze istituzionali attribuibili a carenze legislative. Si tratta di una costatazione originata dalla persistenza evidente, nell’ambito
    delle strutture finanziario-borsistiche, di un capitalismo aggressivo e violento, che non sembra avere nulla in comune con lo ‘spirito di responsabilità pubblica’ rilevabile come componente di
    una moderna strategia oligopolistica nell’ambito dell’attività produttiva industriale. (…) esercita tuttora un anacronistico fascino (e ha, soprattutto, deleterie possibilità di azione) il
    manipolatore spregiudicato di titoli di varia specie sui mercati finanziari interni e internazionali. Si tratta di una smagliatura logica, il cui esame presenta un interesse non minore delle
    raffinate analisi intorno alla composizione ottimale del portafoglio in condizioni varie di incertezza. (Non) si dà minor prova di ‘provincialismo’ (posto che i dibattiti economici debbano
    svolgersi sulla base di addebiti del genere) allorché si prospettano gli assetti istituzionali ‘altrui’ dei mercati finanziari e borsistici come modelli ideali verso i quali si dovrebbe tendere.
    Qui veramente si è in presenza di informazioni insufficienti o di una congenita tendenza a vedere il paradiso nell’inferno degli altri. (...) La capacità del pubblico di ‘esporsi a delusioni
    speculative [nelle parole di Galbraith] è esemplificata (...) dalla crescente influenza esercitata sul pubblico da cronisti o improvvisati esperti finanziari che, con l’ausilio dei moderni mezzi
    di informazione, sono in grado di orientare decisamente il mercato nel senso da essi suggerito. (...) E’ certamente sorprendente che, in un periodo nel quale è ben nota la pressione esercita in
    varie forme sulle preferenze dei consumatori, in vista di condizionarle, influenzarle e indirizzarle nelle direzioni volute, si prospetti il mercato finanziario come quello nel quale la
    ‘sovranità del risparmiatore’ avrebbe possibilità di affermarsi. Che, anche nel settore finanziario, l’inesperienza degli operatori sia manipolata con forme sottili di suggestione e di propaganda
    (...), che l’azione pubblicistica svolta in questo campo sia necessariamente di tipo persuasivo, dato che nessuno possiede le informazioni occorrenti per un’attendibile valutazione dell’andamento
    futuro dei mercati finanziari, che l’intermediazione specializzata miri in sostanza a soddisfare esigenze in larga parte artificiose che essa stessa concorre a creare, sono aspetti che non
    andrebbero ignorati. (...) L’operare quotidiano di borsa, a prima vista, sembra identificarsi con il meccanismo automatico delle forze di domanda e offerta ma, in realtà, le cose stanno in modo
    diverso. [Come ha osservato Baumol] ‘Il meccanismo automatico non è lasciato a se stesso; c’è un uomo nascosto nel meccanismo e che in effetti lo fa muovere. Poiché questa è, in essenza, una
    delle funzioni principali di chi opera come specialista nel mercato di borsa’. (...) Anziché come soggetto che operi in condizioni competitive, egli va correttamente analizzato come monopolista,
    o oligopolista, in grado di amministrare i prezzi rispetto al gruppo (concorrenziale) degli operatori che gli sono di fronte quali venditori o compratori. La conseguenza ultima è che ‘i prezzi ai
    quali si perviene sui mercati finanziari e le quantità di titoli vendute ed acquistate non sono ottimali dal punto di vista sociale (...). Ne deriva così un insieme significativo (anche se non
    definitivo) di elementi informativi che dovrebbero relegare nel novero dei ‘miti’ la concezione della borsa come guardiana dell’efficienza”.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong><em>(Stralcio dal saggio di Federico Caffè "Di un'economia di mercato compatibile con la socializzazione delle strutture finanziarie", pubblicato per la
    prima volta sul Giornale degli Economisti, sett-ott. 1971; ripubblicato poi nel libro "Un'economia in ritardo", Boringhieri, 1976, e nel volume "Federico Caffè, un economista per gli uomini
    comuni", Ediesse 2007)</em></strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>" (Una) connotazione pittoresca è la considerazione sentenziosa della borsa come espressione tipica di un ‘mercato’ il più vicino possibile all’ideale
    concorrenziale e che, in quanto tale, concorrerebbe alla allocazione efficiente delle risorse finanziarie. La grezza arroganza dei praticoni farà sempre premio sulla finezza dell’analisi, della
    quale essi sono, del resto, del tutto inconsapevoli. Ma, in verità, senza affrontare livelli più approfonditi di indagine, il semplice buon senso dovrebbe far comprendere che, in un mondo e in
    una economia di oligopoli, la borsa non può che esserne il riflesso. Cercarvi, quindi, un vigore e una funzionalità di tipo concorrenziale costituisce una contraddizione in termini. (...) Un
    livello di informazione economica del tutto deteriore potrebbe essere, in sostanza, evitato solo che i praticoni dedicassero qualche tempo a un aggiornamento culturale per il quale sono
    disponibili strumenti anche di tipo divulgativo. (...) Il procedere mediante ‘occasioni mancate’ è una costante della nostra politica economica. Una vera svolta dovrà forse procedere a piccoli
    passi. E se si riuscisse ad evitare ogni connessione tra ‘borsa’ e ‘mercato concorrenziale’, per poco che sia, sarebbe già un piccolo progresso, non soltanto di natura
    terminologica”.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong><em>(Da "Praticoni pittoreschi, pubblicato su “il manifesto” del 19 luglio 1981; ristampato, nel 1992, nella raccolta La solitudine del riformista, a cura
    di Nicola Acocella e Maurizio Franzini e, nel 2007, nel volume Scritti quotidiani, a cura di Roberta Carlini).</em></strong></span>
  </p>
  <p>
    &nbsp;
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Questi scritti di Caffè sono tratti dalla raccolta "Gocce di Caffè", una selezione ragionata dei suoi testi, fatta per l'occasione del venticinquennale da
    Giuseppe Ciccarone, Maurizio Franzini, Luciano Marcello Milone, Felice Roberto Pizzuti e Mario Tiberi. Il libretto sarà distribuito ai presenti alla giornata in ricordo di Caffè, che si svolgerà
    il 24 maggio presso la facoltà di Economia all'università La Sapienza di Roma. In allegato, il programma della giornata.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <strong><span style="font-size: 12pt;">( Fonte: www.sbilanciamoci.it)</span><br></strong>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Thu, 24 May 2012 22:24:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">44e6da5d5cbeb5b47dac1ecd4cf29100</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-i-predoni-della-finanza-105717011-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[" Facebook: tonfo a Wall Street " di Michele Paris]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-facebook-tonfo-a-wall-street-di-michele-paris-105716205.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.altrenotizie.org/images/stories/2012-2/facebooksecurity_gunshot.jpg" class="GcheTexte" alt=
    "http://www.altrenotizie.org/images/stories/2012-2/facebooksecurity_gunshot.jpg" height="200" width="200">Mark Zuckerberg si è sposato sabato scorso e nella lista di nozze aveva espresso un solo
    desiderio: il boom di Facebook a Wall Street. Purtroppo per lui gli operatori di Borsa non sono gente dal cuore tenero e, invece del regalo, hanno deciso di fargli un bello scherzetto. Così la
    quotazione del mastodontico social network si è trasformata in uno dei flop più clamorosi della storia. Nelle prime tre sedute, il titolo è crollato del 19%, bruciando quasi un quinto del suo
    oceanico valore di partenza, superiore ai 100 miliardi di dollari.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il costo di ogni singola azione è sceso sotto i 31 dollari, dai 38 iniziali. Fra le maxi-Ipo americane che hanno raccolto più di un miliardo (e quella di
    Facebook è stata la terza più grande della storia dopo Visa e General Motors), si tratta del peggior esordio negli ultimi cinque anni. Com'è possibile? La creatura di Zuckerberg non era una
    macchina da soldi?</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il tonfo di martedì (-8,9%) è quello che si spiega più facilmente e getta una luce sinistra sull'intera vicenda. Mary Schapiro, presidente della Securities
    and Exchange Commission (la Consob americana), ha annunciato che "saranno esaminati" i problemi legati all'Ipo del social network.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Venerdì, giorno del debutto sui listini, il Nasdaq ha fatto davvero una brutta (e insolita) figura: per una serie di guai tecnici, gli scambi sono iniziati
    con mezz'ora di ritardo e - quando finalmente sono partiti - l'indice ha avuto difficoltà nel comunicare l'esecuzione degli ordini ai trader. Uno degli investitori ha deciso di fare causa al
    Nasdaq, sostenendo di aver subito gravi perdite a causa del malfunzionamento.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ma le stranezze non sono finite. Secondo il <em>Financial Times</em>, le&nbsp;autorità di sorveglianza dei mercati finanziari del Massachusetts hanno emesso
    un'ingiunzione nei confronti di Morgan Stanley, accusata di aver giocato sporco con gli investitori di Facebook.&nbsp;Alla vigilia dell'Ipo, gli analisti dell'istituto (per bocca dell' "esperto
    di internet" Scott Devitt) hanno tagliato le previsioni sugli utili 2012 dell'azienda.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>A pesare sul giudizio è stato soprattutto il fatturato della pubblicità legata agli accessi tramite smartphone, un traffico in costante crescita rispetto a
    quello via computer, ma innegabilmente meno redditizio. Fin qui non ci sarebbe nulla di sospetto: si tratta di valutazioni sensate. Le autorità però intendono verificare se la Banca abbia
    comunicato la revisione dei target a tutti i clienti - come avrebbe dovuto fare - o solo ad alcuni.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>“Dopo che Facebook ha presentato il 9 maggio un aggiornamento alla Sec, in cui forniva un'ulteriore guidance rispetto ai suoi trend di business - si difende
    la Banca in un comunicato - una copia del documento emendato è stata inviata a tutti gli investitori istituzionali e privati di Morgan Stanley e la modifica è stata ampiamente pubblicizzata dalla
    stampa in quei giorni”. Gli azionisti però non sono d'accordo e&nbsp;hanno avviato un'azione legale non solo contro la Banca, ma anche contro l'azienda stessa e l'amministratore delegato
    Zuckerberg.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Per fare chiarezza occorre però tener presente un dettaglio decisivo. Chi è stato il maggior sottoscrittore dell'Ipo e il responsabile del collocamento in
    Borsa di Facebook? Ma guarda un po', sempre Morgan Stanley. Bisogna capire allora perché mai una delle banche più prestigiose al mondo abbia tagliato le gambe alla stessa azienda in cui sta
    investendo un mucchio di soldi. Sembra addirittura che non sia stata l'unica: rumors di mercato dicono che anche Goldman Sachs e JP Morgan abbiano sottoscritto l'Ipo comportandosi allo stesso
    modo. Certo, gli analisti (in linea teorica) dovrebbero fare il loro dovere senza tener conto degli interessi della banca per cui lavorano. Ma nell'aria rimane odore di speculazione. Anche perché
    la lista dei misteri non è finita.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>In tutta questa storia, la prima bizzarria in assoluto è il prezzo a cui sono state vendute in origine le azioni: quei famosi 38 dollari, che implicano una
    valutazione complessiva della società oltre il muro dei cento miliardi. La cifra è stata gonfiata in extremis, ancora una volta con l'aiuto di Morgan Stanley. A quel punto la Banca già sapeva che
    avrebbe dovuto rivedere i target della società, ma - a pochi giorni dalla quotazione - si è comunque battuta per aumentare i titoli in vendita da 337,4 a 421 milioni, ritoccando anche
    generosamente il loro valore rispetto al range di 28-35 dollari calcolato a inizio maggio. Un'esagerazione, e gli investitori se ne sono accorti subito. Facebook non vale tutti quei
    soldi.&nbsp;</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>&nbsp;( Fonte: www.altrenotizie.org)</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Thu, 24 May 2012 14:11:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">fd051456c8dfc29c08bc669056c6f2a6</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-facebook-tonfo-a-wall-street-di-michele-paris-105716205-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[" A che punto è la lotta ai paradisi fiscali " di Vincenzo Comito]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-a-che-punto-e-la-lotta-ai-paradisi-fiscali-di-vincenzo-comito-105712184.html</link>        <description><![CDATA[<div class="entry">
    <div>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/05/Sailboats-Anchored-by-Bea-008.jpg" class="GcheTexte" alt=
      "http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/05/Sailboats-Anchored-by-Bea-008.jpg" height="180" width="300">La crisi in atto ormai da diversi anni ha mostrato, tra le altre cose, come il
      sistema finanziario, a livello dei singoli paesi e a quello internazionale, dovesse essere radicalmente ripensato. Esso ha largamente contribuito al disastro in cui ci troviamo sempre più
      impelagati e dal quale sembra molto difficile uscire.<a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/05/Sailboats-Anchored-by-Bea-008.jpg"></a></strong></span>
      <p>
        <span style="font-size: 10pt;"><strong>Al tema della riforma del sistema hanno lavorato in questi anni, almeno in certi casi alacremente, singoli studiosi, tecnici, governi, istituzioni
        internazionali, authority e commissioni di vario tipo e colore, &nbsp;nonché il &nbsp;G-8 e il G-20. Ma si può certamente affermare, come del resto è noto a tutti, che i risultati di questo
        lavoro appaiono ad oggi veramente modesti, tranne forse in qualche area, quale quella della ricapitalizzazione delle banche, tema sul quale le cose sembrano stare andando avanti in maniera
        che si può giudicare dignitosa, anche se con tempi certamente un po’ lenti.</strong></span>
      </p>
      <p>
        <span style="font-size: 10pt;"><strong>Una delle questioni &nbsp;sul tappeto sulla quale sembrava si fosse manifestata, a livello internazionale, una sostanziale convergenza &nbsp;di idee e
        di propositi riformatori, è quello della lotta ai tax-haven, ovvero ai rifugi (o paradisi) fiscali, come sono conosciuti da noi.&nbsp;Alcuni governi si sono a suo tempo dichiarati molto
        determinati nel volere combattere il fenomeno –ricordiamo ancora, ad esempio, la rabbia manifestata ad un certo punto da N. Sarkozy sul soggetto-. Ricordiamo a questo proposito che, tra
        l’altro, l’esistenza dei tax haven tende a minare la base fiscale degli stessi stati.</strong></span>
      </p>
      <p>
        <span style="font-size: 10pt;"><strong>Così &nbsp;molto presto il G-20 &nbsp;è apparso deciso ad occuparsi solennemente della questione. Tale organismo, in una sessione tenuta già nel 2009 a
        Londra, sull’onda della spinta venuta da molte parti, aveva deciso di intervenire operativamente. Ne era nata, tra l’altro, l’idea di spingere i numerosi paradisi fiscali a firmare, sulla
        base dei criteri in proposito fissati dall’Ocse, dei trattati bilaterali di cooperazione nella materia con i vari stati interessati.</strong></span>
      </p>
      <p>
        <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ecco allora che nel novembre del 2011, ad un’altra riunione del G-20, questa volta a Cannes, &nbsp;lo stesso segretario generale dell’Ocse, A. Gurria,
        poteva solennemente affermare che l’iniziativa del G-20 era stata un sostanziale successo, che l’era del segreto bancario era finita e che non era più possibile nascondere le ricchezze o i
        redditi senza rischiare di essere facilmente scoperti.&nbsp;Ma ora si scopre che le cose non sembrano stare proprio così. Un articolo <a href=
        "http://www.guardian.co.uk/business/2012/may/07/tax-evasion-global-action">apparso di recente sul Guardian a firma S. Bowers</a> sembra da questo punto di vista abbastanza
        rivelatore.</strong></span>
      </p>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>L’articolo parte dalla constatazione che, secondo i dati rilevati dalla Banca dei Regolamenti Internazionali, il livello dei depositi bancari nei paradisi
      fiscali si colloca oggi a circa &nbsp;2,7 trilioni di dollari, esattamente come nel 2007. Certo, tale cifra &nbsp;non è nel frattempo aumentata e bisogna anche considerare l’inflazione nel
      frattempo manifestatasi, per cui si può affermare che c’è stata una modesta riduzione degli stessi depositi in termini reali; ma non si tratta certo di numeri &nbsp;che possano far gridare al
      miracolo e neanche entusiasmare.</strong></span>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Cosa è successo in effetti? È vero che, spinti dalla pressione del G-20 e da quella di molti governi, &nbsp;alcuni paradisi fiscali si sono affrettati a
      mettere a punto dei trattati bilaterali con gli altri paesi. Così Jersey e Guernsey, come riferisce l’articolo del Guardian, hanno firmato rispettivamente ben 18 e 19 accordi di questo tipo ed
      hanno registrato &nbsp;di conseguenza, in effetti, il fatto che i loro depositi bancari si sono ridotti in maniera sostanziale, ma contemporaneamente un paese come Cipro ha firmato soltanto due
      trattati dello stesso tenore e così il paese ha visto il livello dei suoi depositi bancari aumentare di circa il 60%.</strong></span>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ma, comunque, d’altra parte, &nbsp;le istituzioni di volontariato che portano avanti da tanti anni la campagna contro i paradisi fiscali avvertono anche
      che tali trattati sono formulati in genere in maniera abbastanza insoddisfacente e che essi lasciano spesso larghi spazi per l’elusione delle normative.&nbsp;Così le direttive del G-20, alla
      fine, con buona pace dell’Ocse, hanno soltanto avuto l’effetto di spostare i depositi bancari da un paese all’altro, senza incidere complessivamente sul fenomeno.</strong></span>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong>Speriamo veramente che il quadro migliori nei prossimi anni, come sembra credere sempre lo stesso Ocse. ( Fonte: www.finasol.it)</strong></span>
    </div>
  </div>]]></description>
        <pubDate>Thu, 24 May 2012 09:01:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">f0edda9a852ec70bb72ee37d3b1ed44b</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-a-che-punto-e-la-lotta-ai-paradisi-fiscali-di-vincenzo-comito-105712184-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[" Le tasse locali in Italia: 1230 euro di giustizia" di Paolo Trezzi]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-le-tasse-locali-in-italia-1230-euro-di-giustizia-di-paolo-trezzi-105711972.html</link>        <description><![CDATA[<div class="entry">
    <div>
      <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.borto.net/tasse.jpg" class="GcheTexte" alt="http://www.borto.net/tasse.jpg" height="300" width="240"><span style=
      "font-size: 12pt;">E’ stata&nbsp;<a href="http://it.euronews.com/flashnews/1484112-grillo-pagare-tasse-ruberebbero-doppio/">notizia di richiamo di molti giornali</a>.</span></strong></span><br>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Il tema delle tasse è all’ordine del giorno. Ovunque.&nbsp;Noi non potevamo essere da meno.</strong></span>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong><a href="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/05/tasse-locali.jpg"></a>Sono 1230€ complessivamente di media le tasse locali pagate nel 2011,
      procapite, da ogni contribuente. Di cui 383 euro quelle comunali.&nbsp;Si sa la media è una brutta bestia.&nbsp;Di solito il pollo. Quello di Trilussa.</strong></span>
      <p>
        <span style="font-size: 12pt;"><strong>Dentro ci sta sia Varese e Lecco che ne pagano rispettivamente 1714€ e 1681 € procapite. Di cui 556 e 528 euro quelle comunali.&nbsp;Ma anche Agrigento
        e Lanusei con 767 € e 671€. Di cui 190 e 110 euro quelle comunali.&nbsp;Dati ufficiali dell’ultima ricerca della Cgia di Mestre sugli enti locali.&nbsp;Ma si pagano veramente alte tasse
        locali in Italia, indipendentemente dalla media?</strong></span>
      </p>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Qual è il parametro per stabilirlo? Ogni anno al rinnovarsi dell’indagine non riesco sinceramente a comprenderlo.</strong></span>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Abbiamo sentito gli scorsi anni addirittura i politici stessi, diversi sindaci, una pletora di editorialisti, i rappresentanti dei Consumatori spingersi a
      dire che questa classifica era “un indicatore negativo”.</strong></span><br>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Tutte posizioni insomma che odoravano di populismo, cioè con l’obiettivo di cavalcare la facile onda qualunquista che ritiene le Tasse una brutta bestia,
      le nemiche del popolo. A prescindere. In questi giorni, come abbiamo visto all’inizio, pure Grillo sta ammantando di reconditi significati rivoluzionari il vecchio ticchio italiano di farsi gli
      affaracci propri.&nbsp;Vorrei quindi quantomeno chiedere anche di girarla la medaglia, di attaccarci un pezzetto di ragionamento. Di provare cioè a rispondere nel merito alle domande che
      sarebbe utile porci.&nbsp;Ri-cominciare a ritenere in primis le Tasse lo strumento che lo Stato e l’Ente pubblico in generale – ha per ridistribuire la ricchezza ed erogare i servizi. Siamo
      favorevoli, per chi ha un ordinario senso civico, nel ritenere corretto che più alto è il reddito prodotto, proporzionale (progressiva) deve essere la tassazione?</strong></span>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Da qui allora proviamo ad andare oltre: riteniamo che i servizi erogati, sul nostro specifico Territorio, siano adeguati? Coprono i 1,04 euro quotidiani,
      di media, che versiamo nelle nostre Casse cittadine? (1,52€ e 1,44€ per Varese e Lecco 0,52€ e 0,30€ per Agrigento e Lanusei) 3,36 euro (4,69€ e 4,60€ per Varese e Lecco 2,10€ e 1,83€ per
      Agrigento e Lanusei) in complessivo come tributi locali?</strong></span>
    </div>
    <div>
      <span style="font-size: 12pt;"><strong>Se non ci soddisfano, ed a me non soddisfano, forse dobbiamo lamentarci di questo. Che non è la stessa cosa di “Torchiati. Tartassati e spremuti e tasse
      alte”.&nbsp;Non possono essere uno scandalo 3,36euro al giorno versati nelle nostre casse pubbliche. Non sono buttati, secondo me, se servono a promuovere il trasporto pubblico (oggi
      martoriato), il biologico, il Km.O, la qualità nelle mense scolastiche (oggi mediocre) o per un progetto di risparmio energetico a partire dagli edifici pubblici. E sperare ancora che con
      queste tasse locali si possa vedere il Comune puntare su nuovi asili pubblici, su un Piano casa, sul wi-fi libero, sulla promozione della Cultura, sull’assistenza domiciliare
      ect.</strong></span>
      <p>
        <span style="font-size: 12pt;"><strong>Forse il nocciolo, quindi, sta qui: insieme, dovremmo essere anche coinvolti in maniera partecipativa e responsabile alla costruzione delle decisioni. E
        in primis dovremmo chiederci, non se sono alte o basse le tasse (in base a che poi?), ma come vengono spesi, dall’Ente locale, questi nostri 1230 euro l’anno.&nbsp;Sarebbe fare Comunità,
        sarebbe poi un buon metodo contro l’antipolitica oggi fortemente permessa da molti di noi, a questa classe politica che a tutti i livelli fa solo passerella. ( Fonte:
        www.finansol.it)</strong></span>
      </p>
      <p>
        <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/05/tasse-locali.jpg" class="CtreTexte" alt=
        "http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2012/05/tasse-locali.jpg" height="280" width="600"><br></strong></span>
      </p>
    </div>
  </div>
  <p>
    <a href="http://www.macrolibrarsi.it/?pn=2538&amp;utm_source=partner&amp;utm_medium=banner&amp;utm_content=468x60&amp;utm_campaign=banner_partner_macrolibrarsi_blu" target="_blank"><img src=
    "http://www.macrolibrarsi.org/banner/banner_new_468x60.gif" alt="Macrolibrarsi.it un circuito per lettori senza limiti" border="0" height="60" width="468"></a>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Thu, 24 May 2012 08:57:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">1ab13a4472f597ea4350903323049ac6</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-le-tasse-locali-in-italia-1230-euro-di-giustizia-di-paolo-trezzi-105711972-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[" Quella crisi prodotta dalla nostra stessa economia" di Sonia Savioli]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-quella-crisi-prodotta-dalla-nostra-stessa-economia-di-di-sonia-savioli-105472867.html</link>        <description><![CDATA[<div class="fotosxdid">
    <span style="font-size: 10pt;"><strong><img src="http://www.ilcambiamento.it/foto/250/crisi_economica2.jpg" class="GcheTexte" alt="http://www.ilcambiamento.it/foto/250/crisi_economica2.jpg"
    height="250" width="250">Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che la deriva di un modello
    economico</strong></span>
  </div>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Rimango sempre sconcertata quando leggo le analisi anche di prestigiosi economisti sulle ragioni e gli sviluppi della crisi economica. Io non sono un
    economista ma le cose ovvie e palesi credo di essere in grado di vederle e comprenderle. Così come non sono un geologo ma, se vedo un bosco tagliato a raso su un ripido pendio dal terreno
    sciolto, non ho bisogno del parere di esperti per capire in futuro cosa avrà determinato la frana di quel pendio. Può darsi che gli 'specialisti' siano svantaggiati: a furia di scrutare nel
    profondo si finisce, come dice Tolkien, per non vedere la realtà nel suo complesso, quella che sta alla luce del sole.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Per spiegare la crisi si parla di banche e di debito pubblico, di finanza piratesca e di speculazioni ma tutto questo non è che la deriva di un’economia.
    Come le metastasi di un tumore non sono che lo sviluppo 'naturale' del tumore stesso.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Alla base di qualsiasi economia ci sono cose concrete e semplici: le risorse materiali e il lavoro umano. In un’economia capitalista quelle risorse si
    chiamano 'materie prime' e/o 'merci'.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>In un’economia capitalista, e cioè in una società di dominio e competizione, le risorse materiali vengono sottratte all’ambiente e ai popoli che di esse
    vivevano senza alcuno scrupolo e senza alcun limite; il lavoro poi, in tale economia, significa il maggior sfruttamento possibile, considerati i rapporti di forza.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Essendo un’economia basata sul dominio e sulla competizione, come la società che l’ha generata, è inevitabile che cerchi sempre di superare i limiti, di
    'crescere'. La globalizzazione è stato un salto quantitativo e qualitativo in tale crescita: i capitalisti di tutto il mondo hanno cominciato a 'de-localizzare'. Questa parolina inventata, come
    tante ultimamente, per nascondere la realtà, significa di fatto far produrre le proprie merci in paesi asserviti e impoveriti, per non pagare i lavoratori ridotti ormai a poco più che
    schiavi.</strong></span>
  </p>
  <div class="fotodxdid">
    <br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>La globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale</strong></span>
  </div>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>A me, e spero non solo a me, da quando la globalizzazione neoliberista ha trionfato, è sembrato chiaro che la fine dell’economia capitalista era alle porte,
    e proprio a causa della sua incapacità di darsi dei limiti e di rispettarli. Del resto, competizione e limiti sono in antitesi, così come sono in antitesi dominio e rispetto.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>La globalizzazione è stata, fino a un certo punto del suo sviluppo, la causa di un aumento vertiginoso dei consumi nel mondo occidentale, cioè in quello
    dominante: i paesi asserviti ci davano le loro preziose materie prima in cambio di quasi nulla, le loro popolazioni asservite lavoravano per i nostri capitalisti (detti 'imprenditori') in cambio
    di quasi nulla. Così noi per quattro lire potevamo comperare cibo e benzina, scarpe e vestiti, borse e mobili.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Qualche inconveniente si manifestò subito: i nostri contadini, per esempio, si trovarono a dover fronteggiare la concorrenza dei prodotti agricoli che
    venivano dai paesi schiavi e che costavano cifre da vergogna. Arrendersi o perire. Furono costretti a rinunciare all’agricoltura o ad abbassare i prezzi a livelli schiavistici. L’Italia è piena
    di piccoli agricoltori che fanno il doppio lavoro: un lavoro fuori dalla loro azienda per mantenere la famiglia, l’altro nella loro campagna perché non hanno cuore di abbandonarla. Ma finché si
    trattava dei contadini, questi fantasmi della nostra civiltà che danno da mangiare a tutti, nessuno si mise a parlare di crisi.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Come si poteva parlare di crisi mentre il potere d’acquisto degli italiani cresceva vertiginosamente e ci rotolavamo in un’orgia di consumi superflui e
    spreco? I bambini indiani producevano le nostre scarpe e i nostri tappeti, quelli turchi i nostri golfini, gli schiavi della <em>Del Monte</em> i nostri ananas… roba quasi regalata. E intanto noi
    lavoravamo come operai elettronici, impiegate, architetti d’interni, programmatori informatici, ma… chi si ferma è perduto. Man mano sono state 'de- localizzate' tutte le attività che era
    possibile delocalizzare: ci sono <em>call center</em> ('centralini' in italiano) di aziende occidentali in India e in Tunisia e fabbriche di mobili occidentali in Indonesia.</strong></span>
  </p>
  <div class="fotosxdid">
    <br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo, che fine faranno i consumatori occidentali?</strong></span>
  </div>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Tutto questo non poteva avere che una conseguenza a lungo andare: la disoccupazione dei lavoratori occidentali. E allora, se produzione, terziario e persino
    servizi vengono spostati nei paesi in cui i lavoratori sono sottopagati e i lavoratori occidentali possono scegliere, a quel punto, solo tra disoccupazione o condizioni di lavoro da terzo mondo,
    che fine faranno i consumatori occidentali (che sono stati le colonne della 'crescita' e dello 'sviluppo')?</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Il destino del Consumatore Occidentale, una volta che in Occidente scompaiono i lavoratori adeguatamente remunerati, è un fatale declino fino
    all’estinzione. Con quali soldi il disoccupato, il co.co.co., il sottopagato possono pagare i mobili anche se fatti in Indonesia, le scarpe pachistane, le borse cinesi?</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ed ecco che la competizione e il trionfo finale dell’imperialismo economico (e non solo) hanno prodotto la propria stessa crisi. Come per tutti gli imperi,
    il trionfo finale, in questo caso la globalizzazione neoliberista, era solo l’inizio dell’implosione finale: un’economia basata sui consumi superflui e frenetici è riuscita, per la brama
    insaziabile di sviluppo e crescita insita in lei stessa, a distruggere le basi sulle quali poggiava: il consumatore occidentale e il consumismo.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Questo, ovviamente, mentre già aveva impoverito anche i popoli del resto del mondo: quell’impoverimento era una delle condizioni dell’aumento del profitto
    capitalista e della ricchezza occidentale. E adesso?</strong></span>
  </p>
  <div class="fotodxdid">
    <br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto</strong></span>
  </div>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Si potrebbe dire “chi la fa l’aspetti”. Non ci siamo mai preoccupati delle crisi che il neoliberismo imponeva ai paesi di Africa, Asia, America Latina, est
    Europa. Non abbiamo lottato per migliori condizioni di lavoro di operai o braccianti o minatori peruviani o senegalesi. Se l’avessimo fatto, forse non avremmo subito la loro involontaria
    concorrenza; forse il neoliberismo sarebbe crollato prima di distruggere ambiente e società umana; forse la storia avrebbe preso un altro corso. Però coi 'se' e coi 'ma' la storia non si fa e
    nemmeno coi 'forse'. Adesso lo sfruttamento disumano di quei popoli si ritorce contro di noi, che finora ne avevamo beneficiato.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Adesso anche i nostri governi, del tutto asserviti agli interessi del grande padronato mondiale, ci 'svendono' ai loro e nostri padroni: riducono salari e
    servizi sociali, aumentano tasse e vincoli in modo da distruggere anche la piccola impresa privata e il piccolo commercio, eliminano i diritti dei lavoratori. E tutto questo non farà che
    accelerare la conclusione: impoverire i ceti medi, dopo i lavoratori salariati, non potrà che diminuire anche i consumi che finora avevano retto.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Quanto al mitico debito pubblico, le sue cause sono più semplici di quello che si vuole far credere. Le spese che hanno contribuito maggiormente
    all’indebitamento dell’Italia, per esempio, sono state quelle militari, quelle delle grandi opere come il TAV oltre, naturalmente, al 'mangia mangia' diffuso di ministri, parlamentari,
    amministratori pubblici &amp; co.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Ora, non è affatto vero che si cerchi di diminuire quel debito. Quello che il nostro governo cerca di fare, dato che le vacche grasse sono finite e non si
    possono più salvare capra e cavoli, è far mangiare i cavoli alla capra. I cavoli siamo noi e ci tolgono le pensioni, i trasporti pubblici, gli insegnanti di sostegno e le mense universitarie,
    oltre a tassarci la casa, il campo e poi tutto, compresa l’acqua del rubinetto. La capra sono i padroni, che prendono soldi dallo stato per fare i raddoppi delle autostrade, i viadotti e i tav,
    gli inceneritori, e a cui vengono regalate le ferrovie.</strong></span>
  </p>
  <div class="fotosxdid">
    <br>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>In questa crisi le banche hanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi</strong></span>
  </div>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>In questa crisi le banche hanno lo stesso ruolo dello stato capitalista-sviluppista: rubare ai poveri per dare ai ricchi. Perché quello che nessuno dice è
    che le banche appartengono agli stessi che costruiscono autostrade e ferrovie ad alta velocità, dighe e palazzoni, catene di ipermercati. Le banche prestano i nostri soldi ai loro padroni per
    costruire i palazzoni o le catene di ipermercati; se poi i palazzi non si vendono o gli ipermercati sono in perdita, lo stato rimpingua le banche coi nostri soldi.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Forse il quadro è schematico, ma a volte gli schemi aiutano a fare un po’ d’ordine.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Tuttavia, a molti sembrerà strano ma io non riesco a considerare tutto questo di importanza fondamentale. Certamente è importante, condiziona e condizionerà
    le nostre vite, ma non è <em>fondamentale</em>. Alle fondamenta delle nostre vite ci sono altre cose: l’aria, l’acqua, la terra. Che stanno andando alla malora e che gli economisti non
    considerano. Pare anzi che non le consideri quasi nessuno, tranne i superstiti popoli 'primitivi', eppure l’ambiente naturale dovrebbe condizionare anche l’economia.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Per esempio, se il petrolio sottoterra finisce, si può sempre andare a cercarlo sotto il mare; aumentano i costi ma si può aumentare anche il prezzo o farsi
    sovvenzionare da governi servi. Ma se la piattaforma salta in aria e la marea nera distrugge l’industria della pesca e quella del turismo? E se tempeste inaudite distruggono porti e radono al
    suolo migliaia di ettari di foresta di legname da esportazione? E se lo tsunami, dato che non ci sono più i mangrovieti a fermare l’onda, spazza via anche gli allevamenti di
    gamberetti?</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Qualcuno ha detto che chi crede in una crescita illimitata, in un pianeta limitato, può essere solo un folle o un economista. Voi cosa pensate, che i nostri
    governanti, politici, mas mediatori ovvero 'giornalisti' siano economisti o siano folli?</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 10pt;"><strong>Fonte: <a title="il cambiamento" href="http://www.ilcambiamento.it" target="_blank">il cambiamento</a></strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Sun, 20 May 2012 10:42:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">788e8d6f2211b80a19cd5a845f34973b</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-quella-crisi-prodotta-dalla-nostra-stessa-economia-di-di-sonia-savioli-105472867-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
      <item>
        <title><![CDATA[Friedaman diceva :" L'euro sarà un fallimento" ! Ci ha preso!]]></title>
        <link>http://www.cronachelodigiane.net/article-friedaman-diceva-l-euro-sara-un-fallimento-ci-ha-preso-105312671.html</link>        <description><![CDATA[<p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong><img src="http://www.lindipendenza.com/wp-content/uploads/2012/05/milton-friedman.jpg" class="GcheTexte" alt=
    "http://www.lindipendenza.com/wp-content/uploads/2012/05/milton-friedman.jpg" height="202" width="300">“E poi non ditemi che non vi avevo avvertiti!”, potrebbe benissimo esclamare l’economista
    Milton Friedman (1912-2006), se fosse ancora vivo. Il padre della “Scuola di Chicago”, premio Nobel per l’Economia nel 1976, per molti italiani e americani è diventato sinonimo del “liberismo”.
    Fin da prima dell’introduzione della valuta comune europea aveva previsto la crisi che stiamo vivendo da tre anni a questa parte.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Nel 1998, intervistato da “Liberal” (che allora era mensile), Friedman aveva avvertito gli italiani: “Supponete che le cose vadano male e che l’Italia sia
    in difficoltà. Con un lira indipendente, il problema può essere limitato intervenendo sul tasso di cambio della valuta. La svalutazione della lira potrebbe, in effetti, contribuire a diminuire i
    prezzi e i salari di un’economia in crisi, in rapporto a quelli delle economie dei Paesi vicini, aumentando la competitività relativa. Il vantaggio tattico di questo singolo meccanismo di
    correzione dei prezzi, con l’adozione di una valuta comune, non sarebbe più disponibile”. In caso di “shock asimmetrici”, nei Paesi più fragili, costretti a coesistere con la stessa valuta di
    quelli più forti, prevedeva Friedman, “il futuro dell’euro sarebbe molto più difficile”. Sempre nel 1998, aggiungeva: “Se l’Europa sarà fortunata e per lungo tempo non subirà shock esterni, i
    cittadini si adatteranno alla nuova realtà e l’economia diventerà flessibile e deregolata, allora tra 15 o 20 anni raccoglieremo i frutti dati dalla benedizione di un fatto positivo. Altrimenti
    (l’euro, ndr) sarà una fonte di guai”.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Ma si è realizzata la peggiore delle ipotesi. Prima di compiere i suoi primi 15-20 anni, l’eurozona ha subito lo shock della grande crisi finanziaria del
    2008. E, nel frattempo, nessuna delle sue economie (tantomeno quelle italiana, greca, spagnola e portoghese) era diventata “più flessibile e deregolata”. Anzi, in Italia (e negli altri Paesi in
    crisi) ci ritroviamo ancora con mercati rigidamente regolamentati dallo Stato. E quindi: disastro.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong><a rel="fancybox" href="http://www.lindipendenza.com/wp-content/uploads/2012/02/EURO-BANCONOTE.jpg"></a>Nel 2000, all’indomani dell’introduzione della
    moneta comune europea, Milton Friedam diceva, in una conferenza tenuta alla Banca del Canada: “Io credo che l’euro stia vivendo una fase di luna di miele. Spero che abbia successo, ma le mie
    aspettative sono veramente basse. Io penso che le differenze, fra i vari Paesi che l’hanno adottato, siano destinate ad accumularsi. E che i primi shock asimmetrici possano peggiorare il quadro.
    Ora come ora, l’Irlanda è ben diversa dalla Spagna e dall’Italia e necessita politiche monetarie completamente differenti. Da un punto di vista puramente teorico, è difficile credere che questo
    sia un sistema monetario stabile nel lungo periodo”. Nella stessa occasione, Friedman ricordava che: “Se guardiamo al passato recente, (i Paesi europei, ndr) hanno tentato la via dei tassi di
    cambio fissi che, in ogni occasione, non hanno retto. Abbiamo visto le crisi del 1992 e 1993. Prima dei tassi di cambio fissi, l’Europa aveva il ‘serpente monetario’ e nemmeno quello aveva retto.
    Il verdetto del passato non è favorevole all’euro. Ora ha solo un anno di vita. Diamogli tempo per sviluppare i suoi problemi”.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>In un’altra intervista rilasciata in Italia, questa volta al Sole 24 Ore (nel 2003), Friedman notava anche gli svantaggi per le economie più forti
    dell’eurozona: “Paesi come Francia e Germania hanno accettato di entrare nell’euro a tassi di cambio che sopravvalutavano di molto le loro valute. E’ chiaro, oggi è facile dirlo guardando
    indietro e non ho dubbi che le decisioni furono prese in assoluta buona fede. Detto questo ora è l’euro a trovarsi in una situazione di sopravvalutazione, ed economie come quella tedesca o
    italiana che poggiano molto sull’esportazione ne soffriranno, con in più la frustrazione di poter fare ben poco in proposito. In un contesto di difficoltà, la risposta tradizionale la conosciamo:
    c’è la svalutazione competitiva, che oggi non è più possibile per i singoli Paesi. Il nocciolo della questione oggi non è il Patto di stabilità, ma l’euro: presto finirà per collassare, o quanto
    meno per svalutarsi di molto perché secondo me, ai livelli attuali, scardina le economie invece di aiutarle”.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Ancora nel 2005, in una delle ultime intervista rilasciate dal grande economista al periodico New Perspectives Quarterly Magazine, Friedman confermava la
    sua tesi: “L’euro sarà più una fonte di problemi che non di benefici”. E dava anche una spiegazione monetaria al suo pessimismo: “L’euro è un esperimento senza precedenti. Per quanto ne sappia
    io, non c’è mai stata un’unione valutaria, composta da più Stati indipendenti, basata su una moneta fiat (a corso forzoso, ndr). Finora abbiamo conosciuto unioni basate su monete metalliche,
    d’oro o d’argento, ma non su una moneta fiat, una valuta che tende all’inflazione, emessa da entità politicamente indipendenti”. Sette anni dopo, nel 2012, vediamo benissimo che è già in corso un
    braccio di ferro fra governi nazionali e Bce, con i primi che chiedono a gran voce di stampare più moneta e la seconda che comincia a cedere alla pressione: Mario Draghi, l’attuale presidente
    della Banca Europea, sta iniziando coi prestiti alle banche, poi si vedrà.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Riassumendo: Friedman prevedeva un futuro nero per l’euro in caso di shock asimmetrici e spiegava la sua fragilità con la sua stessa natura. Ma allora
    perché abbiamo adottato, a tutti i costi, questa roba? Contrariamente a quanti condannano i banchieri e vedano nell’euro un prodotto di un’Europa “economica”, contrapposta ad una “politica”,
    Friedman vedeva male l’euro perché è nato quale prodotto puramente politico. L’introduzione della valuta comune è frutto di un sogno ideologico: l’idea che, facendo l’euro, si sarebbero fatti gli
    europei. Un’utopia che non ha ancora funzionato con i soli italiani (nonostante l’uso della forza militare impiegata dai Savoia) e che difficilmente funzionerà per i 17 popoli (senza contare le
    minoranze) dell’eurozona.</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Autore: Stefano magni</strong></span>
  </p>
  <p>
    <span style="font-size: 12pt;"><strong>Fonte: http://www.lindipendenza.com/friedman-euro-fallimento/</strong></span>
  </p>]]></description>
        <pubDate>Thu, 17 May 2012 08:42:00 +0200</pubDate>        <guid isPermaLink="false">e8751b3904e914f771501a5d43a6d014</guid>
                <category>Lodigiano: Economia e Finanza</category>        <comments>http://www.cronachelodigiane.net/article-friedaman-diceva-l-euro-sara-un-fallimento-ci-ha-preso-105312671-comments.html#anchorComment</comments>                    </item>
  
 </channel>

</rss>
