Verso un futuro sostenibile. Ecco cosa possono fare le istituzioni

La parola d’ordine è sempre la stessa: muovere il primo passo. Nessuno di noi può aspettare, fare finta che il problema non esista oppure delegare ad altri la sua risoluzione. Partendo dalla nostra quotidianità dobbiamo mettere in pratica tutti quei comportamenti virtuosi che, una volta radicati e sommati l’uno all’altro, costituiranno il nuovo modello sostenibile di domani. Allo stesso tempo tuttavia, un ruolo fondamentale lo giocano le istituzioni.

Abbiamo detto che il problema dell’inquinamento e dello spreco di risorse in alcuni casi è talmente grande che serve un intervento dall’alto che quantomeno supporti un altrettanto deciso intervento dal basso. Qui entrano in gioco le pubbliche amministrazioni, che hanno in mano la potentissima leva dell’imposizione normativa.

Il Rapporto Cittalia dedica un po’ di spazio anche a questo argomento e tasta il polso della situazione utilizzando come metro di giudizio il computo delle iniziative a favore e tutela dell’ambiente, definendo un livello di attenzione ambientale in base alla quantità di programmi e provvedimenti varati sul tema.

È confortante scoprire che quasi la metà (48%) degli stanziamenti previsti nei Programmi Triennali, per una cifra che si aggira sui 15 miliardi di euro, è dedicata all’attuazione di politiche 'a valenza ambientale'. All’interno di questa macro-categoria troviamo ulteriori sottogruppi, corrispondenti grossomodo agli indicatori che fanno da scheletro a tutto lo studio: i progetti relativi alla mobilità sostenibile la fanno da padrone e catalizzano il 65% degli investimenti. Il 24% spetta alla tutela del territorio, il 7% alla gestione delle acque (distribuzione delle risorse idriche e trattamento delle acque reflue), il 3% alle iniziative in campo energetico e solo l’1% a quelle dedicate ai rifiuti.

 

Confrontando questa statistica con una delle prime che abbiamo analizzato, emergono però almeno due grosse criticità. La prima è relativa al palese scompenso fra l’attenzione dedicata alla mobilità e quella dedicata alla riduzione dei consumi, soprattutto in virtù del fatto che l’incidenza del primo ambito sulle emissioni di CO2 è pari al 31% (ma riceve il 65% dei fondi), mentre quella del secondo ambito è pari al 37%, che diventa il 67% se sommiamo ai consumi di gas quelli di energia elettrica, e riceve solo il 3% (il 10% se vogliamo includere nel computo anche i consumi idrici).

La seconda contraddizione è relativa alla concezione e al percorso con cui vengono elaborate le politiche ambientali: è chiaro che manca il senso di programmazione a lungo termine. La mobilità sostenibile è sostanzialmente un modo di ridurre il più possibile l’impatto di qualcosa che è e sarà sempre inquinante, ovvero lo spostamento di massa di persone e beni; non bisogna quindi pensare a come spostarsi meglio, bensì a come spostarsi meno, sennò il problema verrà tutt’al più mitigato, ma mai risolto.

Sintomatico è poi il dato dei rifiuti, sommato a quello dell’energia: solo il 4% degli investimenti viene dedicato a questi due settori. In realtà nella loro combinazione si trova la chiave per un futuro realmente sostenibile, poiché ciò che dobbiamo fare è creare cicli virtuosi in cui lo scarto non esista più e diventi materia prima da impiegare in un nuovo ciclo; è questa la logica dei rifiuti zero.

Il sistema attuale invece consuma sempre di più energia e materie prime, che sono in pericolosa diminuzione, e produce sempre più rifiuti, che non sappiamo come smaltire. La statistica di Cittalia però rileva che non solo questo problema è lontano dall’essere risolto, ma addirittura quasi nessuno vi rivolge attenzione e risorse economiche.

 

Ma veniamo alla distribuzione geografica. In questo caso l’Italia si divide in tre: da una parte le amministrazioni che spendono per le politiche ambientali più della media nazionale (Roma, Milano e Bologna), da un’altra quelle che sono più o meno in linea (Genova, Tornio, Catania e Palermo) e infine quelle i cui stanziamenti sono leggermente o grandemente inferiori, fra le quali la meno peggio è Napoli (41%) mentre le ultime della classe sono Firenze e Trieste (17%) e Reggio Calabria (16%). In generale si spende meglio al Nord, dove sembra ci sia più attenzione per le tematiche ambientali.

 

In ogni caso, per quanto essa sia utile ai fini di una panoramica generale, la valutazione dell’impegno delle amministrazione italiane in questi ambiti non si può fermare a questa statistica.

Cosa è opportuno che facciano quindi? Un primo ammonimento che ci sentiamo di rivolgere riguarda la natura dei provvedimenti. Politiche strumentali, di facciata, palliative e non realmente incisive sono quanto di più dannoso ci possa essere, poiché danno l’impressione che il problema sia stato affrontato mentre in realtà non è così e l’attenzione cala ma i danni rimangono.

Purtroppo è proprio questa la direzione in cui vanno la maggior parte dei politici italiani, più attenti ad adottare misure popolari e foriere di consenso elettorale che provvedimenti davvero incisivi (la politica urbanistica e relativa alla mobilità è piena di esempi di questo tipo). Detto ciò, è importante avere un approccio sistemico, che tenga presente l’obiettivo che si vuole raggiungere.

 

In tema di raccolta differenziata, per fare un esempio, studiare un nuovo sistema di raccolta con i cassonetti stradali significa partire subito col piede sbagliato, poiché è dimostrato che la cassonettizzazione può portare a un massimo del 45% circa di raccolta differenziata; la vera svolta sarebbe eliminare i cassonetti e sostituirli con la raccolta porta a porta, ma questo passo si può compiere per prima cosa solo se è chiaro e definito l’obiettivo finale (che nel nostro esempio è costituito da un sistema a rifiuti zero), secondariamente se si è liberi da influenze esterne (penso in questo caso alle aziende municipalizzate che gestiscono la raccolta dei rifiuti, le quali non hanno alcuna convenienza economica a perseguire questo obiettivo e quindi agiscono diversamente).

Il pugno di ferro è necessario quando si ha a che fare con soggetti del territorio (o, ancora peggio, esterni al territorio) che non hanno fra le loro priorità la tutela ambientale e la riduzione dei consumi: abbiamo visto che sono proprio loro a causare gli scompensi e i deficit che il calcolo dell’impronta ecologica ci ha aiutato a individuare e in una logica di sostenibilità, autosufficienza, tutela delle risorse e riduzione dei consumi l’intervento delle istituzioni in questi casi deve essere perentorio, libero da qualsiasi condizionamento e se necessario radicale.

 

Il principio del protocollo di Kyoto "chi inquina deve pagare" (peraltro scarsamente rispettato) è errato: nessuno può inquinare, né chi ha i soldi e si può permettere di saldare multe e sanzioni né chi non ne ha e non se lo può permettere.

 

Abbiamo così concluso il nostro ciclo di analisi. Un elogio va rivolto all’Associazione dei Comuni Italiani, la quale ha portato avanti questo studio che testimonia da un lato come gli enti locali siano piacevolmente decisi a ritornare protagonisti di una politica oggi sempre più globalizzata e deterritorializzata, dall’altro come ci sia ancora qualcuno che fortunatamente si pone come priorità lo studio e la risoluzione del problema ambientale.

 

L’invito è quello di dare un seguito a ciò che si è iniziato: il Rapporto Cittalia ha tracciato il solco mostrandoci che le criticità sono urgenti e gravi e che c’è bisogno di un’azione decisa, sia da parte dei cittadini sia da parte delle istituzioni, per risolverle. Quindi rimbocchiamoci le maniche e cominciamo… ( Fonte: www.ilcambiamento.it)

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