Verdure fresche più 12 per cento. E presto toccherà a grano, zucchero cacao e…

L’Istat comunica che il prezzo delle verdure fresche è aumentato del 12% su base annua. La brutta notizia è che però questo non è che l’inizio. Di aumenti ne seguiranno altri, in alcuni casi anche maggiori.

La ragione di questa raffica di aumenti prossima ventura è il bello e il brutto del “frigorifero globalizzato” che può essere vantaggioso ma anche no. Nel primo caso di permette di rifornirsi agli antipodi spuntando prezzi bassi, nel secondo ti si rivolta contro. Agli antipodi scoppia una carestia, e tu ti ritrovi a pagare tutto più caro. Un tifone devasta una regione australiana e lo zucchero rincara. Gli incendi devastano le pianure russe e il pane e pasta rincarano. La siccità colpisce le pianure asiatiche o il nordamerica? Viene a mancare la soia: cioè la base dell’alimentazione degli animali da allevamento. Non è un problema solo per la cucina thai, in Europa rincareranno carne e formaggio.

Il Food Price Index della Fao, che rispecchia l’andamento di prezzo di 55 prodotti alimentari, è in crescita da sette mesi consecutivi. Ieri l’organizzazione delle Nazioni Unite ha confermato che anche in gennaio, come era facile attendersi, l’indice ha aggiornato il record: 231 punti, il 3,4% in più rispetto a dicembre (quand’era già ai massimi dalla sua creazione, nel 1990) e ben più in alto di quanto non fosse salito a giugno del 2008: periodo di rivolte per il pane. In un anno, l’ultimo, l’indice è passato da quota 180 appunto a quota 231.

Dal punto di vista climatico è stata un’annata disastrosa per le coltivazioni agricole. Prima del ciclone Yasi in Australia c’erano state le alluvioni, fenomeno che ha riguardato anche ampie regioni dell’Asia. E prima ancora, in ordine sparso, la siccità e i roghi nei campi di grano della Russia che passare la sua produzione di grano da 90 a 60 milioni di tonnellate, con conseguente blocco dell’export. Stessa sorte è toccata all’Ucraina, passata da 21 a 17 milioni di tonnellate e al Kazakhstan che ha perso circa 7 milioni di tonnellate della sua produzione. L’inverno arido del Sud America che mette a rischio le coltivazioni di mais argentine, secondo produttore mondiale, e il troppo freddo negli Stati Uniti, i monsoni torrenziali in India e nel Sudest asiatico. Infinite catastrofi, generate da un fenomeno meteorologico noto come La Niña, ai quali i mercati hanno reagito con rally poderosi, accompagnati da un’altissima volatilità, che la stessa Fao purtroppo non vede vicina a placarsi.

Il problema è però ancora più grave, al dato climatico si somma una stortura economica. «Abbiamo creato un ambiente che permette la pura speculazione», protesta il direttore generale dela FAO Jacques Diouf, invocando un ritorno alle regole che governavano i mercati fino al 1999, quando i futures erano strumenti di copertura dal rischio, utilizzati prevalentemente da produttori e consumatori, piuttosto che da soggetti finanziari. «Oggi invece sui mercati dei future si comprano contratti solo per rivenderli a prezzi più alti, senza nemmeno vedere le commodities. Questo non è giusto».

Diouf lamenta anche l’eccesso di aiuti che le economie avanzate riservano al settore agricolo («un supporto che nei paesi Ocse equivale in media a 365 miliardi di dollari l’anno») e il proliferare – in questo caso soprattutto nei paesi emergenti – di sussidi e misure protezionistiche. Tutte misure che distorcono il mercato, aggravando ulteriormente la situazione degli contadini più poveri, che avrebbero piuttosto bisogno di maggiori investimenti nell’agricoltura: per la Fao nei prossimi quarant’anni il mondo ha bisogno di investire ben 83 miliardi l’anno ed accrescere la produzione agricola del 70%, se vuole garantire cibo a sufficienza ad una popolazione che nel 2050 supererà i 9 miliardi di individui.

Bilancio sommario e parziale: il grano è aumentato del 56 per cento in un anno, il cacao del 40 per cento, lo zucchero è al massimo storico, salgono il riso e il caffè, il cotone non è mai costato tanto dalla guerra di secessione americana 1863/1866. Appuntamento per tutti al supermercato: a gennaio l’inflazione italiana è stata del 2,1 per cento, un filo appena sopra quello che la Bce considera il livello di guardia. A tirare i prezzi finora sono stati i carburanti. A febbraio sarà staffetta con i prezzi dei prodotti alimentari. ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

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