" Veneto, i Balcani del centrodestra" di Guido Moltedo

http://us.123rf.com/400wm/400/400/orhancam/orhancam1106/orhancam110600379/9730656-mostar-bridge--bosnia-herzegovina.jpgGiancarlo Galan fischiato sonoramente. Contestato. Interrotto più volte mentre interviene a un incontro regionale del Pdl. Nella sua Padova. Impensabile un paio di mesi fa, quand'era ministro. Inconcepibile un paio d'anni fa, quand'era il potente presidente della Regione Veneto, il Galan Grande.
A Quinto di Treviso l'abitazione del nuovo capogruppo della Lega alla camera, Giampaolo Dozzo, è meta di una fiaccolata organizzata da Veneto Stato. Il movimento indipendentista, più leghista della Liga Veneta, considera Dozzo il classico rappresentante della casta che accumula soldi a Roma a spese del popolo nordestino: «Lega ladrona, il Veneto non perdona», gli gridano. Sarà solo un partitino estremista, Veneto Stato, ma nei media locali la vicenda è trattata con serietà. Quando mai prima la Liga Veneta, pilastro con la Lega lombarda della Lega nord, sarebbe stata trattata a casa sua come un volgare partito "romano"? E i suoi dirigenti "storici", come Dozzo appunto, alla stregua di un politicante meridionale? Non è folklore politico.
La diga dei veleni si è aperta, nella Lega e dintorni, e nessuno sa come chiuderla. Del resto che succede ai vertici di via Bellerio? Mica è solo "colore" giornalistico Bobo Maroni che nega vistosamente la mano a Rosy Mauro e l'abbraccio a Marco Reguzzoni nel raduno di domenica a Milano, l'appuntamento che doveva siglare un ritrovato volemose bene tra i massimi dirigenti del Carroccio. A livello locale trovi la stessa acrimonia, anche tra vecchi compagni d'arme.
Come la lacerazione a Treviso tra il sindaco uscente Gian Paolo Gobbo, che è anche segretario della Liga Veneta, e il suo vice Giancarlo Gentilini, che è il vero sindaco della città nonché il candidato in pectore a succedergli. S'è rotto un antico sodalizio. Lo "sceriffo" intende candidarsi con una propria lista e, non bastasse, non passa giorno senza che non lanci strali contro il quartier generale leghista e lo stesso Bossi. Gobbo l'ha avvisato: nessuna lista personale. Stesso avviso al sindaco di Verona, Flavio Tosi, che ha scaricato il Pdl e presenterà una propria lista per la sua rielezione. Sia Gentilini sia Tosi non lo degnano neppure di una risposta. Ha ragione Galan quando afferma che la divisione interna nella leadership della Lega «ricorda la Jugoslavia». «Quando se n'è andato Tito - dice l'ex-governatore veneto - è crollato il paese. Quando crolla colui che tiene insieme persone diverse, si schianta tutto. Bossi come Tito insomma».
Quando parla così, della Lega, e soprattutto quando avverte che mai più la Pdl dovrà allearsi con gli uomini di Bossi consegnando loro «il potere di ricattarti con un azionariato inferiore», è l'unico momento in cui Galan prende qualche applauso dalla "sua" platea. I due partiti alleati in Veneto si detestano. Come in Lombardia. Si odiano, vivendo una crisi in tutto e per tutto speculare. La diagnosi "jugoslava" non s'attaglia perfettamente anche al Popolo della libertà? Restiamo in Veneto.
Se Galan si becca fischi dai suoi, Renato Brunetta è costretto a sciogliere la sua corrente a Venezia. E Maurizio Sacconi conta ormai come il due di coppe anche nella sua Conegliano. Fino a ieri dettavano legge non in Veneto, in Italia. Un'intera classe dirigente vaga senza meta, somigliano ai ras dorotei e socialisti in fuga al tramonto della Prima repubblica. Dal Veneto alla Lombardia. Col terrore che lo smottamento del sistema formigoniano non sia contenuto nel perimetro lombardo, ma contagi anche il Veneto. Se la Lega molla Formigoni che succederà? A che servirà un'eventuale ritorsione contro Luca Zaia, a Venezia? È un odio reciproco che paralizza i due vecchi sodali, mentre avanza rapido e implacabile il processo parallelo di sgretolamento che investe i partiti di Berlusconi e di Bossi dacché hanno lasciato la stanza dei bottoni. Lo dicono i sondaggi, ma, appunto, basta farsi un giretto nel famoso "territorio" dove la crisi speculare dei due partiti del centrodestra induce addirittura qualcuno nel centrosinistra a sognare la conquista, nel voto del prossimo anno, di un comune come quello di Treviso, dove certo la Lega ha sempre avuto la forza di vincere anche da sola, ma dove, appunto, oggi è spaccata e lo "sceriffo" resta popolare ma ha ottantatré anni e solo i suoi fan più accesi sono disposti a dargli ascolto quando ulula che «noi abbiamo un unico credo politico: lotta senza remore contro tutte le mafie, le prostitute, i gay, altrimenti perdiamo credibilità tra la base».
Sì, forse è un sogno, una crisi così forte e veloce da portare alla perdita di roccaforti inespugnabili da parte del centrodestra. Ma il solo ipotizzarlo, non solo a sinistra, riflette il senso diffuso di una "balcanizzazione" del centrodestra ormai senza ritorno. La sua tenuta nel breve-medio periodo ci sarà pure, ma sarà legata alla credibilità conquistata dai suoi amministratori locali. Che, però, in assenza dell'amalgama costituito dalla forza carismatica dei due leader, Berlusconi e Bossi, diventeranno feudatari alla Flavio Tosi e, al massimo, faranno rete tra loro per sostenersi reciprocamente, con un Maroni, nel caso leghista, come una sorta di super-coordinatore.
Durerà un network territoriale siffatto? Avrà convenienza ad allearsi con il Popolo della libertà, a sua volta in cerca di una nuova identità e di una nuova collocazione? Siamo già nel pieno di una fase inedita che, per essere capita, impone ai politici e ai politologi (anche nel centrosinistra) di buttar via i vecchi libri di testo e di ricominciare daccapo.( Fonte: www.ilmondodiannibale.globalist)

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