Velate ipocrisie

Il 13 luglio la Camera bassa del Parlamento francese ha approvato quasi all’unanimità (355 voti favorevoli, un contrario, venti astenuti) un progetto di legge che vieta alle donne di indossare il velo integrale tipico delle interpretazioni più estremiste della dottrina islamica. Anche se l’obbligo di indossare il burka ha origini culturali più che religiose, non essendo in effetti previsto letteralmente dal Corano, questa brutta tradizione è oggi appannaggio pressoché esclusivo delle correnti oltranziste islamiche, note per la loro brutale misoginia.

 

Se il provvedimento dovesse essere ratificato anche dal Senato e uscire indenne dal vaglio del Consiglio Costituzionale e della Corte Europea dei Diritti Umani (ipotesi invero piuttosto remote), in Francia tra qualche mese una donna con il velo integrale rischierà una multa di 150 euro; poiché il burka rappresenta l’apoteosi di un’interpretazione religiosa che si distingue per l’estremismo maschilista e ha in odio il potere femminile (del corpo, della mente), correttamente la legge tenta di colpire gli uomini che obbligano le loro donne ad indossare il burka, minacciando sanzioni pecuniarie (fino a 30.000 euro) e promettendo, nei casi più gravi, perfino un soggiorno di un mese nelle patrie galere.

 

Si tratta di una legge che fa e farà discutere. Indiscutibilmente, l’humus nella quale essa è stata concepita non è dei più incoraggianti: è indiscutibile il fatto che la legge anti-burka finisca per vellicare (consapevolmente o meno) l’umore anti-islamico che serpeggia per il paese e per l’Europa intera (sono allo studio misure simili in Belgio e Spagna).

 

Da un punto di vista pratico, è lecito porsi qualche domanda sulla reale applicabilità delle future norme e sulle sue conseguenze indesiderate: ad occhio, sembra complicato provare in un tribunale (francese) che un padre / fidanzato / marito abbia veramente obbligato la figlia / fidanzata / moglie ad indossare il burka. E che ne sarà delle donne sottoposte al ripugnante giogo maschile che impone loro di lasciare scoperti a malapena gli occhi quando camminano per strada? Si può forse credere (in buona fede) che, a legge approvata, il maschio oppressore di turno diventi un cittadino modello, consentendo alle donne di casa di uscire non dico in minigonna, ma con un semplice foulard sul capo? O è forse più probabile che l’odiosa imposizione del burka, causa rischio multe, venga commutata in una vera e propria segregazione tra le quattro mura di casa?

 

Inoltre, la legge anti-burka ha le carte in regola per essere cavalcata da estremisti di ogni rango, i quali potrebbero trasformare il provvedimento in una ghiotta occasione per creare disordini nelle strade: sono intuibili le difficoltà in cui incorreranno i poliziotti chiamati ad imporre il rispetto di questa legge in una banlieu a forte densità islamica.

 

Se è lecito considerare criticamente tutte le leggi disegnate per “liberare” una qualche categoria di cittadini, irrilevanti quanto ciniche, sono le critiche alla legge basate sulla bassa incidenza statistica del fenomeno (si parla di 2.000 casi di donne in burka su circa 4-5 milioni di francesi di religione islamica): se anche potesse contribuire a soccorrere una sola donna oppressa, la legge avrebbe un senso. Va comunque notato che è una situazione inedita, e poco confortevole, la situazione in cui uno stato democratico occidentale legifera perfino su quello che i cittadini indossano: tende infatti a creare un collegamento logico quanto mai sgradito tra la République e la Repubblica Islamica iraniana…

 

La battaglia di Sarkozy, di cui la legge anti-burka è un tassello politicamente importante, ha come obiettivo un rafforzamento della cosiddetta identità francese: non ha torto Madeleine Bunting che, sul Guardian, si dimostra perplessa nei confronti delle decisioni politiche che suonano come un ultimatum, del tipo: “Questo è il nostro modo di vivere, sei dentro o sei fuori?”. Secondo la giornalista britannica, si tratta di una posizione pericolosa, se non altro perché apre la strada ad un altro quesito: chi è, alla fine, a decidere qual è il “nostro” stile di vita?

 

Pur con tutti i distinguo sopra citati, la legge del governo francese ha il pregio di mostrare attenzione ai diritti delle donne e di ribadire energicamente il principio della laicità dello stato. C’è chi vi vuole necessariamente vedere un attacco diretto agli stranieri e alle persone di cultura e tradizioni diverse dalle nostre: per onestà intellettuale, occorrerà ricordare che essa, pure all’interno di evidenti e numerosi limiti, ha come obiettivo polemico non una particolare tradizione religiosa, ma una specifica cultura, misogina, distruttiva e dunque particolarmente infetta per le sue vittime e per la società in generale.

 

Purtroppo sono molti gli intellettuali progressisti che sembrano non comprendere la gravità del significato del burka in termini di sottomissione della donna. Sembrano paralizzati dal loro timore di essere considerati politicamente scorretti o addirittura di tendenze razziste in senso lato (l’islam non è una razza, e comunque questo termine va bene al più per i cani) se si azzardano a mettere in discussione una tradizione culturale non occidentale, non importa se essa si dimostri in casi limite sciocca, barbara e criminale.

 

Esempio lampante di questa pericolosa cecità sono i commenti bislacchi di cui è infarcito il pezzo della Bunting sul Guardian del 14 luglio: “Sempre più spesso le ragazze scelgono spontaneamente di indossare il velo integrale, poiché lo considerano un potente segnale identitario. Alcune donne - una sparuta minoranza - probabilmente trovano profondamente offensiva la sessualizzazione pervasiva della cultura occidentale e reagiscono scegliendo un abbigliamento che segnali con forza la loro indisponibilità a venirci a patti e il loro sentirsi ‘altro’”.

 

Secondo la Bunting, dunque, sarebbero sempre più le islamiche a scegliere di andare in giro seppellite in quella che un deputato francese della Sinistra Repubblicana e Democratica ha definito “una tomba che cammina, una museruola”: parrebbe che la loro sia una “giusta” reazione al troppo sesso di cui è impregnata la nostra cultura.

 

Secondo la Bunting queste donne non sarebbero dunque vittime di uomini ignoranti e violenti, ma di un mondo liberato in cui si dà al sesso l’importanza che merita. Se questo è il massimo cui possono arrivare le migliori menti progressiste europee, c’è poco da stare allegri. 

( Fonte: altrenotizie.org )

 

Autore: Mario Braconi

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