" Vasco e i giornali: quando il cancro va di moda" di Alessia Barbiero

http://www.onstageweb.com/wp-content/uploads/2011/04/vasco-rossi-300x279.jpgL'Italia è un paese strano. Non c'è che dire. E gli italiani sono strani quanto il bel stivale. Ci sono argomenti che sono un tabù e che invece meriterebbero dialoghi approfonditi. E ce ne sono altri che invece vengono trattati senza se e senza ma, e a volte senza un minimo ritegno. Le malattie, quanto più gravi tanto più piacciono (se non ci toccano in prima persona), rientrano in questa categoria. Lungi da me pensare che esistano temi che dovrebbero essere intrattabili, tuttavia è vero alcuni necessitano di quelle doverose pinze di cui tanti si dimenticato. La colpa? L'informazione.

 

Facciamo un passo indietro: l'antefatto. Vasco Rossi​ (che pare essersi fatto una dose di "bisogno di pubblicità" nell'ultimo mese) rilascia un'intervista a Vanity Fair dove afferma in riferimento al suo via vai dagli ospedali che se il responso fosse stato cancro la sua decisione sarebbe già stata presa. "Non mi sarei curato. Antidolorifici e Caraibi, ecco quello che avrei fatto. Perché non voglio soffrire, voglio morire allegro". Ai sensi dell'intervista (che poi prosegue indagando sulla vita personale di Vasco padre) l'attacco (il lead, in gergo giornalistico) sull'ipotetico melanoma non ha nessun valore. Nessuno. Eppure, eccolo lì, in alto nella prima risposta. Il giornalista lo sa bene: l'affermazione di Vasco farà scalpore, merita tutta l'attenzione che possiamo dargli. E infatti. La notizia con tanto di titolone viene ripresa dal Corriere della Sera e da Repubblica, giusto per citarne due. Arriva poi la risposta del direttore del dipartimento di Oncologia dell'Istituto Nazionale Tumori di Aviano e il caso/caos è fatto.

 

Premessa: Umberto Tirelli, a nome degli oncologi, ha ragione. In quanto personaggio pubblico la frase di Vasco è inaccettabile. Come scelta personale ognuno è libero di fare quello che vuole, ma senza spiegazioni e senza contesto una frase del genere potrebbe condizionare le scelte del fan sfegatato, quello che si ucciderebbe per il suo idolo (e ce ne sono di persone così, ahinoi).

 

Ma al di là dei Vasco vaneggiamenti, è il risalto della notizia che mi lascia perplessa. Perché scriverlo? E soprattutto perché i maggiori quotidiani nazionali hanno dovuto riprendere la notizia creando tutto quello scalpore che ha spinto poi gli oncologi sul chi vive? L'affermazione sarebbe passata quasi inosservata e sepolta senza troppa enfasi se l'apparato mediatico sensazionalistico non si fosse messo in moto. Ma questo non è successo. Forse spinti anche dalle serie televisive, come The Big C e Breaking Bad che ruotano intorno al tema del melanoma, siamo ormai spinti a "giocare" sulla sofferenza altrui. E così sui giornali riportiamo qualsiasi stupidata che il famoso di turno dice, senza pensare un minimo alle conseguenze delle informazioni. E non è un attacco personale al giornalista di Vanity Fair, intendiamoci: è dappertutto che funziona così. E' il giornalismo della nostra era, appiattito e costruito anche sulle scenate dei salotti della De Filippi e alla mo' dei servizi di Studio Aperto.

 

Per esempio sulla pagina online de La Stampa (che è uno dei giornali che più apprezzo) da maggio è comparso un blog ospite: è quello di Anna Lisa, 33enne, malata di cancro (Ho il cancro è appunto il nome del blog). Onestamente se riesco a capire lei e il suo desiderio di condividere la sua esperienza (come dice nel suo primo post "Ho combattuto tanto, è vero, ho sofferto, ma ho anche raccontato e condiviso tutto e proprio grazie alla mia mamma, al mio fidanzato, alle mie amicizie, ai miei affetti e al mio blog, posso dire di avere avuto un grande aiuto") non capisco la scelta del giornale. Lo ribadisco, tanto di cappello alla forza di Anna Lisa e rispetto la sua decisione/voglia di partecipazione, ma la spettacolarizzazione della sua storia da parte dei giornali (La Stampa, ma non solo, il suo matrimonio in ospedale è stato paparazzato a destra e a manca) mi sembra solo un gran squallido sensazionalismo. Ma tant'è: fa ascolti. E questo sembra essere quello che conta. ( Fonte: www.linkiesta.it/ Blog)

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