Valerio Massimo Manfredi: «Salvaguardiamo la parola e la tradizione orale, senza arrenderci ai computer»

http://www.ilfuturista.it/images/stories/INTERVISTA/manfredicaffeina.jpgUn romanzo che narra storie di uomini e viaggiatori, recuperati grazie alla tradizione orale. Un’immagine lontana dall’oggi dove, con un clic, si conoscono e si incontrano persone e esperienze. Ma che Valerio Massimo Manfredi, archeologo e scrittore italiano, ha condensato con fascino nelle pagine di Otel Bruni (Mondadori).

 

Dall’alba mozzafiato di Delfi e della mitologia greca, all’Otel Bruni (senza l’acca): cosa cambia in questa narrazione?

 

Nulla di radicale, c’è una collocazione molto più vicina a noi. Il racconto di una vicenda straordinaria di enorme intensità, estremamente vibrante, con in più il fatto che si tratta di un tema scottante che ancora divide. E di cui ancora vediamo le conseguenze negli scontri continui della politica, la quale sembra aver dimenticato che è lì per unire e non per separare il nostro paese.

 

Cosa incarna l’Otel Bruni?

 

È ispirato da una storia vera, il ramo materno della famiglia di mia madre. Sette fratelli e due sorelle, la più piccola Maria Bruni era mia nonna. Narro di una storia che ho sentito raccontare in casa dalla nonna e dalla mamma. E che mi ero in qualche modo dimenticato di quanto fosse unica, straordinaria e formidabile. Degna insomma di essere consegnata alla memoria. Come lo è la civiltà contadina di cui era parte.

 

Quanto conta oggi, nell’era delle rete, la tradizione orale dei racconti? Quasi un reperto archeologico?

 

È stato un modo di trasmissione del sapere e dell’esperienza fondamentale per decine di millenni. Ciò che adesso soppianta questa tradizione è il mutamento radicale della società. Il fatto che molti genitori si sono arresi al computer e ad altri oggetti che, pur preziosi, possono essere anche molto nocivi. Quindi hanno abdicato di fronte ai social network, rinunciando alla trasmissione personale di informazioni e contatti. Di esperienze che rappresentano un tesoro inestimabile.

 

Quale nell’economia globale del romanzo l’apporto della terra e della famiglia?

 

Molto forte, perché è un racconto drammatico con venature oniriche di magia, di eventi fuori dalla consuetudine accorsi a una famiglia che attraversa il secolo breve prendendovi parte molto attivamente. Due dei maschi furono accusati di omicidio, uno sicuramente innocente e l’altro al 98%: di questo si è occupato mio figlio nella sua tesi di laurea. Una narrazione forte, nella quale questa famiglia, attraverso la prima guerra mondiale, il fascismo, il secondo conflitto e la guerra civile, esce stritolata e di fatto devastata. Ci si rende anche conto del prezzo pagato da un tipo di società molto generosa e onesta. Che teneva la parola data, che aveva il senso dell’onore, il senso della fedeltà, della solidarietà umana. Assieme a tutti gli aspetti di rozzezza di un mondo rustico e arcaico. Con valori straordinari, che mi sembrava valesse la pena di trasmettere prima che se ne perdesse la memoria.

 

L’hotel come contenitore attuale delle memorie: la gente si incontra ancora nelle agorà di un tempo? O ha smesso di farlo abdicando in favore dei social network?

 

L’Hotel Bruni è in realtà la stalla di questa famiglia, grande come una cattedrale, dove chiunque bussasse a quella porta nel pieno dell’inverno, sorpreso da una bufera o da un temporale, veniva poi ospitato. Molta gente con storie incredibili da raccontare che vi rimaneva anche tutto l’inverno, in attesa che si sciogliesse la neve, prima di rimettersi in viaggio. Depositari di episodi anche agghiaccianti, con esperienze fuori dal comune o che si inventava di averle fatte. Comunque un luogo di incontro di cui serbo memoria, in quanto ero molto piccolo. E che ho avuto modo di osservare anche in casa mia.

 

E adesso?

 

Intanto abbiamo famiglie più piccole, quindi l’unità familiare è profondamente cambiata. Il televisore o il videogioco hanno preso il posto della comunità. Io ad esempio ho il televisore solo nel seminterrato, in quell’area della mia casa destinata al tempo libero o al lavoro. Ma non nel resto della casa, dove trovo piacevole incontrare persone e parlare, senza mortificare i rapporti e i contatti umani. Le aree dedicate alla famiglia sono solo dedicate a quello. Bisogna imparare a salvaguardare la parola, la chiacchiera, la discussione, scambiandosi le esperienze della giornata. Ho trascorso la scorsa estate con mio figlio convalescente, io lavorando al mio libro e lui alla sua tesi. E ci ritrovavamo attorno a un tavolo per il pranzo e per la cena. Ecco il seme con cui germogliare i rapporti. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

Autore: Francesco De Palo

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