Una società senza rifiuti

Esiste la possibilità per un prodotto di non trasformarsi mai in rifiuto, ma di essere riutilizzabile molte volte per diventare un nuovo, diverso, prodotto?

 

La risposta, in un futuro già presente, potrebbe essere questa: “Qualsiasi prodotto può essere ripensato all’origine per non finire mai nella spazzatura, ma rientrare in circolo all’infinito”. È questo, secondo il chimico tedesco Michael Braungart – fondatore negli anni ‘80 del presidio sulla chimica di Greenpeace -, il nocciolo della produzione rigenerativa, che si candida a diventare, nel prossimo futuro, il nuovo scenario che caratterizzerà i rapporti tra produttori, distributori e consumatori di beni.

 

Fra i seguaci di tale pensiero vi è, oltre al chimico tedesco – autore, insieme a William McDonough, della Bibbia del riciclo Cradle to Cradle – il produttore americano Herman Miller, che ha realizzato sedie quasi completamente riciclabili destinate, fra gli altri, agli ospiti della catena Hilton Garden Inn e ai dipendenti della Banca d’Australia. Ma come funziona in questo caso il riutilizzo infinito?

 

A fine vita le sedie vengono ritirate dal produttore stesso e il 40% del materiale può essere subito riutilizzato in nuovi mobili. Il resto viene fuso e riplasmato per ricavare altre parti e, alla fine, ben il 96% del materiale viene riutilizzato. Tutto questo è possibile se già in fase di progettazione i prodotti – in questo caso gli arredi – vengono pensati in funzione di questo obiettivo, che viene sintetizzato con l’espressione dalla culla alla culla.

 

Quali sono i vantaggi che un produttore potrebbe trarre dal rispetto di tale principio? Attualmente esiste già la certificazione C2C rilasciata dall’Epea, la società responsabile della certificazione C2C in Europa di cui Braungart è presidente, conseguita da prodotti come lo shampoo Aveda e le bottiglie di alluminio Alcoa. Sia Nike che Ford hanno inoltre realizzato dei prodotti in linea con questi principi e dovrebbero seguire a ruota produttori tessili e di rivestimenti per l’edilizia.

 

Certo, benché come teoria sia piuttosto affascinante, non è così semplice chiudere il ciclo dei rifiuti: una criticità può consistere nel trovare, di volta in volta, degli accordi che coinvolgano l’intera filiera, quindi oltre a progettisti, produttori e distributori, anche i consumatori finali. Nella produzione rigenerativa, vengono esclusi fin dalla fase di progettazione tutti i materiali sintetici con effetti negativi sulla vita dell’uomo e sull’ambiente. Quando la vita dei prodotti è terminata, occorre fin da subito separare i componenti organici – rapidamente deperibili – da quelli tecnici dei prodotti, i secondi riutilizzabili moltissime volte.

 

In teoria le due macrotipologie di componenti dovrebbero seguire cicli separati: da una parte, i materiali organici che si decompongono rapidamente e rientrano nel ciclo della natura, dall’altra i materiali più longevi che vengono riutilizzati. Tutto questo è principalmente nelle mani del produttore del bene, che si assume la responsabilità di chiudere il ciclo dei rifiuti.

 

Si tratta senz’altro di una bella sfida tecnologica, in cui i produttori e i distributori potrebbero vedere nuove opportunità: realizzazione di beni con materie prime a basso costo (profitti dunque maggiori, anche grazie ai quasi inesistenti costi di smaltimento), vantaggio competitivo presso i mercati di consumatori sensibili alle tematiche ambientali e, soprattutto, un ambiente più pulito per tutti. ( Fonte: http://smartercity.liquida.it)

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