Una montagna di soldi pubblici vanno ogni anno ai Sindacati, oltre un miliardo di euro. Perché non tagliare qualcosa anche lì?

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Per non parlare dell’immenso patrimonio immobiliare “pubblico” gestito dalle organizzazioni sindacali, quanto vale? E quanto rende? Quanto ci vengono a costare poi i dipendenti pubblici che non lavorano per fare attività sindacali? In questo campo è vietato parlare di spending review?

L’inchiesta è del MESSAGGERO, che parla di “un ricco e sontuoso finanziamento pubblico: 1 miliardo di euro almeno, che entra ogni anno nelle casse delle quattro organizzazioni sindacali (considerando Ugl in aggiunta a Cgil, Cisl e Uil) più rappresentative. O sedicenti tali, visto che l’accordo sulla rappresentanza giace inattuato per paura di contare davvero quanti lavoratori pagano ancora la quota associativa. Un miliardo di euro. Slegato dall’attività tipica. (…) al netto delle quote associative non è poco trattandosi di un extra.

Un miliardo di euro che non comprende le rendite dell’ingente patrimonio immobiliare (impossibile da quantificare), peraltro recuperato nei modi più creativi a spese di quello pubblico”. E “si tratta di un calcolo prudenziale. Perché questa è solo la cifra che transita dai patronati e dai centri di assistenza fiscale (gli arcinoti caf) che fanno capo alle organizzazioni sindacali (…).

Ma facciamo un po’ i conti prima di affrontare qualche criticità regolamentare. Circa 600 milioni sono i compensi (…) che vengono incassati da patronati e caf per i servizi erogati. Il dato è stato aggiornato circa un anno fa da Giuliano Amato, incaricato dal governo Monti di preparare una ‘nota sul finanziamento diretto e indiretto del sindacato’.

Nel dettaglio, si tratta di circa 430 milioni di stanziamento per i patronati e 170 milioni per i caf”. Peccato – scrive il quotidiano- che questo lavoro “non sia sottoposto a verifiche di alcuno sulla qualità effettiva del servizio”. Non basta: “I caf ricevono compensi a carico dello Stato anche per l’elaborazione e la trasmissione dei modelli 730: 26 euro ciascuno” e “si aggiungono decine di milioni per l’attività fiscale”. Quanto ai patronati, che vantano un tesoretto di 430 milioni: “è ogni anno il ministero del Lavoro che attinge allo 0,226% del gettito dei contributi previdenziali obbligatori incassati da tutte le gestioni amministrate dall’Inps e dall’Inail. (…) Peccato che non ci sia nessun regolamento che definisca e sanzioni la qualità delle attività patrocinate (…).

Senza contare che le pratiche di patrocinio sono spesso occasione di tesseramento sindacale, soprattutto tra i pensionati (…) sicché molti pensionati continuano probabilmente a pagare la quota associativa a loro insaputa. Si arriva così molto vicini alla cifra di un miliardo di euro che arriva nelle casse di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, in via diretta o indiretta, dal perimetro pubblico”.

Infine “il costo indiretto che grava sulla Pubblica amministrazione per le assenze per motivi sindacali”. Sempre dal rapporto Amato, relativo al 2010, evidenzia che “il costo annuo di questa voce è di circa 113 milioni. Ciò vuol dire che nel 2010 l’equivalete di 3.655 dipendenti pubblici sono stati pagati dalla Pubblica amministrazione anche se non hanno mai lavorato nel corso dell’anno, essendo stati assenti per motivi sindacali. In altre parole un dipendente pubblico su 550 svolge attività sindacale a spese della collettività (…)”.

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