Una generazione tradita dalla grande menzogna sul futuro

Trovo insopportabile il modo in cui in questi giorni si è discusso del movimento degli studenti e delle varie forme di insorgenza che si stanno manifestando. Tutti pronti a scandalizzarsi per il minimo gesto di devianza come se ci muovessimo in un ambiente politico-istituzionale perfetto, corretto, eticamente inappuntabile Non ci sto a buttare la croce addosso agli studenti. Trovo che sia un movimento post-politico. Ci sono anche i migranti che salgono sulle gru o gli operai di Pomigliano che si ribellano ai ricatti. E’ un pezzo di società che fa da sé, che ha staccato la spina, che ha capito che le dinamiche politico-istituzionali e la propria vita sono due mondi separati.

E’ un movimento che si misura con l’inedita durezza della vita contemporanea mentre tutto il resto della società si muove dentro la bolla della narrazione della società del benessere. Sono il prodotto della fine dello sviluppo e lo sanno. Questo li rende diversi da tutti i soggetti collettivi novecenteschi che stavano dentro il progetto dello sviluppo. Questi nuovi movimenti abitano il declino. I protagonisti di martedì erano in gran parte minorenni che non sono decodificabili con nessuna delle chiavi dell’analisi politica e sociale precedente. Sono i figli del benessere interrotto, la generazione futuro zero. Questo valeva anche per Genova, solo che allora, alle spalle, c’era l’accumulazione politica precedente.

 

Questi hanno invece un linguaggio inedito, non hanno neppure Che Guevara sulle bandiere. Sono il prodotto della seconda Repubblica e della tabula rasa di tutte le culture politiche. Faccio un esempio. A Torino il Politecnico è sempre stato una scuola di elite e un luogo d’ordine. Sfornava gli ingegneri che si formavano dentro l’orizzonte della grande impresa e ne assumevano i codici di funzionamento. Erano i custodi del sapere del grande capitalismo. Bene, oggi il Politecnico è il più radicalizzato. Ho sentito parlare ricercatori e ingegneri, sembrava di ascoltare gli operai di Mirafiori degli anni Ottanta. Forza lavoro utilizzata in un grande ciclo improvvisamente privata di diritti e orgoglio, proiettata in un segmento periferico.

 

I ragazzi che si laureano al Politecnico descrivono uno scenario di deprivazione di ruolo sociale, di status, di controllo sulla propria vita. E questi sono la élite. Davanti all’aula magna, l’altra mattina, c’era uno striscione con la scritta: “Ci avete tolto troppo, adesso rivogliamo tutto”. Le risorse sono evaporate nei grandi circuiti finanziari globali, sono delocalizzate. La dimensione della politica di oggi è trasversalmente ignobile, con punte di degrado nella destra. E’ una dimensione in cui rischi di perderti. Certo ci sono delle eccezioni, ma sono mosche bianche. Lo spettacolo che si è celebrato l’altro giorno alla Camera e al Senato non è il luogo che possa fare da sponda al movimento. E’ il deserto dei tartari.

L’efficacia di questo movimento non passa per la sua capacità di salire alla politica, ma consiste nel fatto stesso d’esistere. Oggi è già una cosa enorme che i movimenti esistano come corpi che riempiono le strade. Il loro esistere indifferenziato – i negriani direbbero come “moltitudine” – sarà pure un linguaggio disarticolato, se vogliamo, ma testimonia la propria irriducibilità al discorso ufficiale, alla narrazione dominante. Come evolverà? Non so dirlo. La crisi può generare esiti imprevedibili in una società che si è costruita sul mito dell’opulenza e del consumo. L’impoverimento può anche produrre rancore e odio.

(Marco Revelli, dichiarazioni rilasciate a Tonino Bucci per l’intervista “Postpolitici e arrabbiati, figli di un sogno interrotto”, pubblicata su “Liberazione” il 17 dicembre 2010, www.liberazione.it).

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