Una città di stranieri dentro Milano

In una società che apparentemente fa fatica a rinnovarsi e in un territorio che s’interroga sulla sua identità, il lascito più evidente del decennio che si è appena concluso è la crescita delle comunità straniere. A Milano risiedono, secondo le statistiche diffuse a fine 2010 dal Comune, 212 mila persone con cittadinanza estera. A partire dal 2000, le presenze estere (con riferimento ai soli cittadini "regolari") sono aumentate dell’80%, mentre i residenti italiani sono calati del 7%.

A tali stime, e a quelli che seguiranno, ci sembra opportuno fare una premessa: mentre gli stranieri devono avere la residenza se vogliono vivere nelle nostra città, gli italiani spesso sono solamente "domiciliati" a Milano, soprattutto se vi si trovano per ragioni di lavoro, anche se in "pianta stabile", magari anche da molti anni. Si spiega così, a nostro parere, il dato relativo alla diminuzione dei nostri connazionali, che risultano essere 1 milione e 104 mila.

In totale la popolazione milanese risulterebbe così di 1 milione e 316 mila abitanti, un dato evidentemente che non coincide col numero "reale" di persone che vivono nell’area del capoluogo. La stessa cosa avviene a Roma, dove le stime parlano di 2 milioni e 700 mila abitanti contro una popolazione che si calcola essere di circa 4 milioni. Per inciso, gli stranieri residenti a Roma sono 290 mila, ma la composizione è molto diversa. La comunità più cospicua, ad esempio, è quella rumena, con 65 mila individui.

A Milano, invece, i rumeni sono 11 mila, e sono superati da filippini (32 mila), egiziani (27 mila), cinesi (18 mila), peruviani (17 mila), ecuadoregni (13 mila), srilankesi (13 mila). I peruviani nell’ultimo anno sono cresciuti del 9%, superati solo dagli ucraini (+15%), che in totale superano di poco i 5 mila, così come gli albanesi.

A questi numeri assoluti possiamo affiancare le stime relative alle presenze quartiere per quartiere, al lordo della premessa di cui sopra. Se infatti la quota di residenti stranieri più alta si tocca al centralissimo Parco delle Basiliche, con il 45,4% (stessa percentuale si registra a Dergano), il dato va "letto" con attenzione: da un lato si tratta di una zona prevalentemente di uffici, dall’altro molti italiani vi figurano solamente "domiciliati".

Non a caso i numeri delle zone periferiche si assomigliano: 29,4% a Bovisa, 26% a Villapizzone, 26,2% a Comasina, 24,4% ad Affori, 20,6% a Greco, 26,9% in viale Padova, 29,6% in Piazzale Loreto, 27,2% all’Ortica, 32% a Ponte Lambro, 19,8% a Piazzale Lodi/Corvetto, 20,4% al Giambellino, 28,8 in Piazza Selinunte. Nella zona del Bosco in Città si sale al 62%.

I numeri non tornano con le valutazioni spannometriche?

A leggerli, sembrerebbe che la kasbah di viale Padova non presenti una situazione più "critica" di altri quartieri. Evidentemente sussiste una percentuale di stranieri che "sfugge" a queste statistiche. Oppure è la presenza compatta di singole comunità a segnare con un "tratto" più forte la composizione demografica del territorio. Ma anche in questo caso i numeri si scontrano con luogo comune. A Villapizzone ci sono infatti più cinesi che in Canonica-Sarpi; nella zona di piazza Bande Nere i filippini sono tanti quanti in viale Monza. E in un quartiere popolare come il Gallaratese, la presenza di stranieri scende al minimo cittadino: 6% (mentre la media è del 16%).

La provincia di Milano non è comunque tra quelle in cui il tasso di crescita degli stranieri è "maggiore". In realtà, l’aumento più consistente si registra in tal senso a Latina, Caltanisetta, Enna e Nuoro. Più in generale, è proprio il Mezzogiorno la zona del Paese in cui l’incremento negli ultimi anni è più forte.

Quanti degli stranieri residenti hanno diritto al voto?

A oggi, tutti coloro che appartengono ai paesi dell'UE, a patto che ne facciano domanda. E poi coloro che hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Si stima che l’elettorato straniero potrebbe in tal senso situarsi attorno ai 40 mila aventi diritto. Un numero che è inficiato (così come capita con gli italiani) dal fatto che molti (nelle ultime consultazioni amministrative il 37%) rinunciano a esercitare il proprio voto.

Ricordiamo in tal senso che la cittadinanza a oggi si ottiene dopo una presenza continuativa di 10 anni nel nostro Paese (ai membri degli stati UE ne bastano 4), oppure per matrimonio, dopo 2 anni di permanenza in Italia. Possono inoltre chiedere la cittadinanza i figli di immigrati che siano nati qui, naturalmente al compimento del 18° anno d’età.

In Parlamento giacciono alcune proposte di legge che vorrebbero contrarre da 10 a 5 anni il tempo necessario per ottenere la cittadinanza. Ma è assolutamente improbabile che vengano approvate nel corso di questa legislatura.

Circa 170 mila residenti stranieri non potranno dunque accedere alle urne: un dato di fatto che riduce di molto l’impatto potenziale delle liste che hanno per candidato-Sindaco uno straniero, vera novità per le amministrative 2011.

Ricordiamo infatti che è stata presentata, all'inizio del Dicembre 2010, 'Milano Nuova', coalizione che si affida, nella corsa a Palazzo Marino, ad Abdel Hamid Shaari, il Presidente del Centro islamico di viale Jenner. La lista dovrebbe avere comunque una connotazione multi-etnica e non confessionale: non si tratta di un partito musulmano, e in essa dovrebbero comparire anche alcuni candidati italiani. Shaari ha spiegato di non voler schierarsi né a Destra né a Sinistra, ma dalla parte del buon senso, soprattutto su temi come ambiente, istruzione e sanità. È chiaro però che un punto fondamentale del suo programma riguarda le sanatorie relative al permesso di soggiorno.

Un altro punto spinoso è quello della costruzione della moschea. “Non è nel programma. Noi la rivendichiamo in quanto diritto di culto garantito dalla Costituzione, ma è una battaglia che devono fare i musulmani, noi la sosteniamo, ma non è il momento di mettere tanta carne sul fuoco” - ha spiegato Shaari, forse nel tentativo di spegnere sul nascere le polemiche innescate da Lega e PdL dopo l’annuncio della lista.

Basta leggere la dichiarazione in merito del presidente del consiglio regionale, Davide Boni, che ha definito l’iniziativa di 'Milano Nuova' come: “preoccupante, demagogica e strumentale, un gesto di evidente discriminazione nei confronti del Paese ospitante, perché nessun italiano ha mai ostacolato la possibilità di candidarsi in questo Paese agli immigrati integrati e già in possesso della regolare cittadinanza italiana".

È chiaro però che la quasi completa "estinzione" dei partiti tradizionali, e la conseguente crescita delle liste civiche, comportano una diversa concezione della politica, specie in ambito "locale", e la nascita di raggruppamenti di individui che condividono non necessariamente ideologie, ma elementi identitari, siano essi di censo, di etnia o di appartenenza ad un territorio, come accadde peraltro ai primordi della compagine guidata da Umberto Bossi, allorché si chiamava 'Lega Lombarda' e si presentava solo nelle regioni settentrionali. E la "voglia di partecipazione" è pur sempre un importante "sintomo" di integrazione.

E non vogliamo sottrarci a un tema sfaccettato come quello delle moschee. Nella politica opportunità ed ideali spesso si controbilanciano. Da un lato, c’è chi si preoccupa, con spirito illuminista, di garantire la libertà di culto. Dall’altra, chi si concentra sull’ordine pubblico e sulla pace sociale. Tra costoro, un ulteriore spaccatura è costituita tra coloro che credono che una moschea costituirebbe uno strumento di "controllo" in più del potenziale eversivo delle frange estremiste e chi, invece, è convinto che in questi luoghi si possa cementare un’ideologia anti-occidentale. Si tratta di posizioni entrambe legittime. Non trova, invece, una collocazione "ragionevole" (nè legale) quella posizione per cui esistono cittadini di Serie A e di Serie B, religioni "garantite" e religioni "vietate" (sempre che non violino i diritti fondamentali dell’individuo e la sicurezza della collettività).

Alla luce di queste osservazioni, ci sembrano certamente più ideologici i contenuti del movimento 'Io amo l’Italia' di Magdi Cristiano Allam, il quale intende presentarsi a sua volta alle elezioni comunali, con la lista 'Io amo Milano'. Il giornalista d’origine egiziana, convertito al cristianesimo, ha precisato che proprio la battaglia contro la costruzione di una moschea a Milano sarà uno dei punti "fondamentali" del suo programma. Il modello di integrazione che Magdi Allam propone è quello di una piena condivisione dei nostri valori. Indubbiamente si tratta di una formula che potrebbe raggiungere consensi in quelle comunità straniere fortemente orientate (anche più degli italiani) al cattolicesimo, a partire dai filippini, per di più nell’assenza di un partito esplicitamente confessionale.

Ma c’è da chiedersi se abbia più senso una lista apolitica in difesa delle priorità degli stranieri o una che, puntando a intercettare il sentimento di "appartenenza" al nostro Paese da parte di cittadini esteri, definisca a priori lo schieramento nel Centrodestra, come ha fatto Magdi Allam. Ci verrebbe da dire che non c’è nessuno di più integralista di un convertito….

Si stima che 40 mila voti valgano almeno 3 eletti nel Consiglio Comunale e una percentuale che può risultare molto "interessante" per entrambi gli schieramenti in caso di ballottaggio. Al punto che non possiamo escludere l’ipotesi di un assessorato concesso a un cittadino straniero, se ciò servisse ad assicurarsi questa fetta di voti. Ecco perché il problema degli immigrati non può essere liquidato con banali formule elettorali.

I dati di ISMU, una fondazione che studia le questioni della multi-etnicità, parlano in realtà di ben 244 mila stranieri a Milano, tra "regolari" e "non". Non sappiamo se, come dice qualcuno, i "clandestini" si concentrino tutti in "alcuni" quartieri o siano distribuiti nel territorio. Possiamo però dire che "nulla" è stato fatto per "regolare" la distribuzione degli stranieri, a partire da un controllo più severo sulla concessione delle locazioni "in nero". Nel 2001 i numeri ISMU parlavano di “solo” 140 mila stranieri in città. Nell’ultimo decennio Milano ha dunque assorbito una città delle dimensioni di Monza. Una città tutta “estera”.

Pensare che l’abbia fatto in maniera "indolore" è probabilmente utopico. Ragionare su ciò che comporta quest’afflusso e fare dunque in modo che sia "omogeneo", dovrebbe costituire il primo passo. Non si può d’altronde sommare alla Milano “regolare” una città "clandestina". Tornare a ragionare sull’estensione della cittadinanza e della residenza significa non solo concedere 'diritti', ma anche introdurre 'doveri'. La società multi-etnica c'è, ormai, nei "numeri", quindi nei "fatti"; il più "miope" (e forse anche "pericoloso") atto ideologico che si possa fare oggi è continuare a negarne l'esistenza... ( http://www.milanoweb.com)

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