Un paese bloccato. Di chi è la responsabilità?

La battuta conclusiva di un operaio della Fiom in diretta a In mezz’ora per parlare del caso Fiat è di una lucidità che stona davvero con il clima confuso di questi giorni: « Il problema in Italia è che un amministratore delegato non può decidere la politica industriale di tutto il paese. E questo sa perché accade? Perché c’è il vuoto nel governo». Lo stesso concetto lo ripete da tempo anche Confindustria, in un parallelo inquietante che accomuna per una volta “padroni” e salariati. Si cambia scenario, facendo tappa in Campania, e rimbalza ancora la stessa accusa: «Ci dicevano che avevano risolto l’emergenza, ma ancora qui stiamo in mezzo all’immondizia» spiegava un’anziana signora quasi in lacrime dinanzi ai roghi dei rifiuti che ammorbano l’aria e spargono diossina.

 

Poi ci sono le centinaia di vertenze che da Trento a Siracusa vedono aggrappati alle gru o ai tetti delle aziende decine di lavoratori italiani e immigrati. E che dire del mondo della scuola che non sa ancora se la riforma Gelmini così tanto contestata ma anche con qualche luce all’orizzonte si farà o no? E gli uomini e le maestranze del cinema che si sono visti cancellati gli sgravi fiscali e tutti i fondi del Fus senza uno stralcio di progetto per il settore? E i piccoli librai che rischiano tutti di chiudere? E i precari? Sono tutti capitoli di crisi aperti, sono tutte categorie che richiamano l’attenzione di chi sta al governo su fatti concreti, reali, drammatici. Fatti che nessuna vincita al Superenalotto può alleviare. 

 

Qualche giorno fa Silvio Berlusconi aveva indicato proprio il partito, il Pdl, come responsabile di un non meglio precisato pasticcio che oscurava l’azione positiva di governo. Poi, davanti all’ennesimo “caso” che lo ha coinvolto in prima persona (stavolta si chiama Ruby, prima D’Addario, prima ancora Noemi), la colpa sarebbe della magistratura e dei giornali che distolgono l’attenzione. Ma qui, dinanzi a uno stato del paese che vede interi settori produttivi sul piede di guerra, di chi è invece la responsabilità?

 

«Il coraggio di dire la verità». Lo chiama così Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera parlando della paralisi nella quale si trova il governo. E lo fa rivolgendosi ai vertici del Pdl che dovrebbero in qualche modo richiamare il proprio leader a una maggiore attenzione all’agenda politica di “tutti”. Perché - tra un guaio giudiziario, una cacciata dal partito del cofondatore e l’ennesimo (?) scandalo colorato di rosa - «negli ultimi mesi  - scrive Galli della Loggia - è venuta meno nell’esecutivo qualunque capacità di direzione di coordinazione, qualunque consapevolezza delle quantità e della gravità dei problemi sul tappeto se non al livello della pura emergenza. Palazzo Chigi ha perduto la pur minima capacità di ascoltare e di rappresentare il paese».

 

Già, e i fatti, le proteste, gli appelli degli ultimi giorni sono lì a ricordarlo. Da questa storia dunque emerge un fatto, un collante: la proprietà transitiva di tutto questo. Perché sarà vero che non si capisce a questo punto che cosa funzioni peggio, se il governo, il premier o il partito di maggioranza nella coalizione. Ma si capisce bene che al vertice di tutti e tre vi è sempre la stessa figura. Che qualche assunzione di responsabilità dovrà infine pur prendersela. Sempre che qualcuno abbia il coraggio di ricordarglielo. Perché in un intreccio così inscindibile che determina un’anomalia che non sono più solo i nemici storici a indicare come tale, quel “qualcosa” che non va assume sempre più i contorni nitidi. Il problema a questo punto rimane: chi “oserà” fargli presente tutto ciò nel suo partito?  ( Fonte: Sito Fondazione Fare Futuro)

Autore. Antonio Rapisarda



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