" Un'estate d'amore" La recensione di Francesca Caruso

http://www.cinemalia.it/images/stories/unestate_damore_leggero.png“Un’estate d’amore” (Sommarlek, 1951) inaugura la Bergman Collection, collana dedicata allo straordinario artista svedese Ingmar Bergman, considerato uno dei grandi della storia del cinema mondiale. In una nuova edizione e con inediti contenuti speciali, la Bim e la 01 Distribution presentano 24 titoli, i più rappresentativi e amati, della filmografia bergmaniana, in versione integrale.

Nessuno come lui è riuscito a scrutare nell’animo dei suoi personaggi, mostrando i loro conflitti interiori sul volto, che come nessuno Bergman ha saputo avvicinare allo spettatore.
In “Un’estate d’amore” la ballerina Marie evoca la storia del suo primo amore, quello con Henrik. Un amore risvegliato dalla lettura del diario dell’uomo, che le viene recapitato a teatro durante le prove. È un percorso doloroso, che la conduce nei luoghi dove tutto è accaduto. Questo però le fa comprendere che un nuovo inizio è possibile.
Bergman ha espresso magnificamente la forza e l’irruenza del primo amore, della giovinezza, quando ogni cosa è pensabile.

Ci sono aspetti cari al regista, che si ritroveranno spesso nei lavori successivi: la presenza del mare, l’estate, personaggi immersi nella natura, lontani dal caos cittadino. Fotografa in modo superbo i luoghi in cui si svolge l’azione, apparendo esotici, romantici, da sogno. Tutto frutto del lavoro fatto dall’utilizzo sapiente del controluce e dell’attenzione per i dettagli. Nulla è lasciato al caso nelle inquadrature elaborate da Bergman.
Ricorre spesso ai primi piani e a strettissimi primi piani, in cui l’attore non può fuggire, non può barare, nell’inquadratura viene incorniciato anche solo una parte del volto, come accade in un paio di occasioni a Marie. Nei suoi film sono i personaggi e le loro emozioni a primeggiare e il lavoro fatto dagli attori - sotto la sua guida - risulta coinvolgente.

Lo spettatore non riesce a staccare gli occhi di dosso dalla protagonista, interpretata da Maj-Britt Nilsson, che lo seduce e poi lo rende partecipe del suo dramma interiore. L’ambientazione teatrale, in cui parte della storia si sviluppa, sottolinea quanto sia stretto il rapporto del cineasta con quest’arte. Il linguaggio cinematografico si sposa perfettamente con il modo in cui Bergman utilizza l’ambientazione teatrale, mescolandoli in un tutt’uno.
La scena finale del balletto, con le sue musiche, rappresenta meglio delle parole la volontà di Marie di guardare con occhi nuovi al futuro che l’attende.
Molto bella la sequenza in cui la protagonista e i vari interlocutori che si avvicendano si parlano nel camerino, dove la presenza degli specchi permette al regista di giocare con l’inquadratura, variandola continuamente e arrivando a mostrare un campo controcampo che pone entrambi i personaggi rivolti verso il pubblico, grazie al riflesso di uno dei due.
Attraverso le parole di una giovane Marie, Bergman affronta una delle tematiche che ricorreranno spesso nella sua opera: il pensiero che tutto abbia una fine, che la morte sia solo un’altra tappa della vita, inevitabile. Inoltre Bergman adotta il punto di vista femminile, mostrando gli uomini attraverso lo sguardo della donna.

Lo zio Erland, il giornalista David Nyström e lo stesso Henrik sono figure filtrare dal suo sguardo, lo spettatore vede e sa di loro, quanto Marie osserva, niente di più. Lontano dal suo sguardo sembrano non esistere.
È un film dal quale si viene rapiti, amato molto dallo stesso autore, che a partire da questo film si è sentito libero di esprimere appieno ciò che voleva comunicare e quello che diverrà il suo stile. 
Fonte: www.cinemalia.it

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