Tecnologia e Storia, le false certezze - di Cristina Bardella

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1372423066.jpgDa oltre un ventennio il cosiddetto pubblico è portato spesso ad accettare acriticamente – se non fideisticamente - i verdetti scientifici o presunti tali, atti a conferire veridicità a “ritrovamenti” di resti di personaggi storici. Il copione obbedisce ormai a canoni precisi, e la macchina mediatica si avvale di una struttura ben congegnata, ma in molte occasioni si richiede davvero troppo alla credulità popolare.

Questo sembra essere il caso recentissimo della testa di Enrico IV, uno dei sovrani più apprezzati nella storia di Francia, che non pare tuttavia appassionare più di tanto il cittadino d’Oltralpe nonostante l’imponente dispiegamento di mezzi (sarebbe interessante conoscere i costi di tali indagini, e soprattutto i loro finanziatori) ed il clamore della ribalta d’informazione. I fatti: nel 1919 un certo Bourdais si aggiudicò per tre franchi un lotto d’asta comprendente una testa mummificata, due crani e tre statuette, il tutto proveniente dall’atelier di una artista eccentrica.

Il non meno eccentrico acquirente si convinse, non si sa su quale base, di essere entrato in possesso della testa di Enrico IV, che espose nella sua bottega di Montmartre sino alla morte avvenuta nel 1946. La testa da allora scomparve, per essere virtualmente riesumata ai nostri giorni in una serie televisiva di successo; due collaboratori del programma sono arrivati al detentore della macabra reliquia, che l’aveva a sua volta acquisita dalla sorella del defunto Bourdier.

Sottoposta a C14, l’ipotetica testa di Enrico IV (che fu ucciso nel 1610) è risultata compatibile con una datazione compresa tra il 1450 e il 1650, ovvero con un arco temporale amplissimo; ma è la presentazione del reperto stesso a gridare vendetta contro ogni verosimiglianza storica. È noto che i sovrani francesi, prima di essere tumulati nella cattedrale reale di Saint-Denis, venissero imbalsamati per mezzo di un procedimento particolare, prevedente tra l’altro che la calotta cranica fosse segata onde estrarre la materia cerebrale; la testa in questione risulta invece intatta in ogni sua parte.

I due giornalisti (ed il loro seguito mediatico), convinti dell’attribuzione e nell’intento di convincere il pubblico, hanno spiegato la circostanza richiamandosi all’“arte fiorentina”, ovvero un metodo di imbalsamazione atto a preservare l’integrità del cranio, che sarebbe stato voluto dalla vedova di Enrico, la fiorentina, appunto, Maria de’ Medici; se non che non esiste alcun documento riguardo a quella che si sarebbe configurata come una deroga eccezionale alla tradizione, né si comprende perché Maria - divenuta reggente ma per inciso non provvista del prestigio e dell’autorità morale necessarie per imporre una simile decisione – avesse disposto una innovazione in un ambito attenente al corpo del re, per antonomasia sacro da vivo e da morto, e quindi trattato secondo precise pratiche rituali, nel caso a cura di ben quindici medici.

Ed ancora: il 12 ottobre 1793, ed i giorni seguenti, le tombe reali di Saint-Denis vennero profanate ed i corpi per così dire vilipesi (ci serviamo della terminologia legale, sebbene qui eufemistica); le spoglie vennero gettate in una fossa comune, da dove furono esumate e nuovamente tumulate nel 1817 per volere di Luigi XVIII. Le testimonianze della profanazione e degli atti susseguenti sono molteplici, con particolare riferimento alle spoglie di Enrico IV, le prime ad essere “estratte” e concordemente giudicate in buone condizioni; nessun documento riporta la circostanza che ne fosse mozzata la testa, e stiamo parlando di documenti di parte non univoca, cioè sia provenienti dalla ufficialità della Convenzione Nazionale sia da attestazioni di elementi monarchici.

Come non bastasse, ci viene detto che la testa è stata sottoposta a comparazione di DNA con un campione ematico attribuito ad una celebre “reliquia” della Restaurazione, rispettata ma non ritenuta tale neanche dagli ultraroyalistes, ossia il sangue di Luigi XVI che si voleva essere stato raccolto ai piedi del patibolo; manco a dirlo, l’esito è stato positivo. Forse però questo verdetto è stato troppo anche per un’opinione pubblica adusa a confidare in ciò che viene propinato dal micidiale mix mediatico di Storia in soldoni ed i miracoli attribuiti all’indagine scientifica, dove la formula magica sembra sia “tecniche all’avanguardia”, senza meglio specificare.

Si è messo così in gioco un altro giornalista, Philippe Delorme, più versato in materia storica dei colleghi di cui sopra, che ha interpellato una delle maggiori autorità francesi ed internazionali della genetica, che ha escluso categoricamente una base scientifica alla vicenda specie riguardo alla comparazione del DNA dato che nessuno dei due reperti è “certo”. Inutile è stato l’ulteriore ricorso, annunciato con gran clamore, alla comparazione del DNA della testa con quello della vivente Anna di Romania, il cui unico legame di sangue con Enrico IV risale ad una antenata comune decisamente lontana, Anna d’Asburgo (1280 – 1327).

Delorme ha condotto una contro-inchiesta analizzando i documenti e le testimonianze del 1793; tra queste, la circostanza che i corpi di Luigi XIII e di Luigi XIV furono scaraventati nella fossa comune sopra quello di Enrico IV, e che dopo poco venne gettata calce viva. In più: la evocata “arte fiorentina” di imbalsamazione non è mai esistita, se non in una frase contenuta in un’opera di Lamartine (romanziere, non storico né ricercatore) del 1847: infatti in Italia come in Francia le tecniche erano uguali, procedendo con l’apertura della calotta cranica e l’ablazione del cervello.

Insomma, una situazione assai diversa se paragonata al grande colpo mediatico del 2000, quando in Francia venne diffusa la notizia dell’identificazione del cuore di Luigi XVII: grazie al DNA - fu sostenuto - è stato possibile identificare lo sventurato figlio ed erede di Luigi XVI e Maria Antonietta con il ragazzo morto nel giugno 1795 nel Tempio, così come da versione ufficiale della Convenzione.

Con il verdetto della tecnologia, accettato senza batter ciglio, si sarebbe perciò posta fine a due secoli di sospetti ed anche di ipotesi storiografiche ad opera di quegli specialisti che non prendono per oro colato le asserzioni di quell’altro totem che è la Rivoluzione Francese. Stiamo parlando di tutte quelle opere - e nella sterminata bibliografia dedicata al “Mistero del Tempio” contano un numero rilevante - che teorizzano, alla luce di una rigorosa comparazione di documenti e testimonianze, le cosiddette “sostituzioni a cascata”: ragazzini più o meno malati, e sempre muti, che di volta in volta, a seconda delle emergenze politiche, per qualche minuto erano fatti passare per l’ex-Delfino, già morto o finito chissà dove, a beneficio di inviati od osservatori che comunque non avevano mai visto il figlio decenne di Luigi XVI.

Secondo i trionfalismi dei media (qualcuno ammetteva pro forma un margine di dubbio) si sarebbe dovuto credere al bizzarro caso del medico, a capo dell’équipe incaricata dal governo della Convenzione di eseguire l’autopsia sul corpo del presunto principe, che ne “sottrae di nascosto” il cuore per conservarlo sotto spirito fino al momento di presentarlo come reliquia a Luigi XVIII, sovrano restaurato e zio del piccolo Delfino (Luigi XVII dal 21 gennaio 1793 all’8 giugno 1795, data presunta della morte).

Ma il Re non gli credette e respinse l’offerta, come pure fece Maria Teresa, la figlia superstite dei monarchi ghigliottinati, probabilmente entrambi ritenendo che un anatomo-patologo avesse i mezzi e le occasioni per procurarsi un qualsivoglia reperto organico e spacciarlo come cuore del Delfino. Da notare che il commosso donatore di reliquie reali, al tempo in cui era medico incaricato dalla Convenzione e di provata fede giacobina, aveva stilato un referto autoptico quanto mai reticente, dichiarando non già di aver esaminato il corpo dell’ex-Delfino, bensì la salma di “un ragazzo che ci venne detto dai commissari essere quella del figlio del defunto Luigi Capeto”.

Per mancanza di spazio non possiamo descrivere le vicissitudini dell’organo in parola, passato letteralmente di mano in mano, soffermandoci solo sul seguito della storia. Nel corso delle rivolte del luglio 1830 un insorto mandò in frantumi il contenitore e del presunto cuore reale si persero le tracce, finché fu ritrovato – così venne sostenuto - in un non meglio specificato ammasso di sabbia; più tardi entrò in possesso di una lontana parente del Delfino e quindi custodito in un palazzo italiano in una teca di cristallo ovoidale, per essere “riesumato” alla fine degli Anni Novanta, in piena febbre da rinvenimenti macabri. A quanto pare nessuno osservò che forse il resto organico, a chiunque fosse appartenuto, era troppo contaminato per consentire una identificazione; in compenso venne organizzato un grande evento mediatico a Saint Denis per il “ricongiungimento” del reperto con le salme dei Reali. A titolo di cronaca, gli esponenti dei Borboni di Francia non presenziarono alla cerimonia.

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