Suspense fra decrescita e glocalismo - di Vincenzo Pisante

http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2013/10/taocaduceo-144x300.jpgDecrescita
Questo post è diviso in due parti: nella prima esprimo i miei dubbi sulla decrescita e nella seconda dirò come il glocalismo può risolverli. Volutamente, per creare un po’ di suspense.
“Un cittadino degli Stati Uniti consuma energia come due europei, sei cinesi, ventidue indiani o settanta abitanti del Kenya. Intanto nei prossimi trent’anni dovranno avere accesso all’energia altri 2,5 miliardi di persone”(Rapporto Annuale del Worldwatch Institute “State of the World 2010”). Con lo stile di vita statunitense, la Terra potrebbe reggere solo 1,4 miliardi di persone. Suicida pensare che possano uniformarsi ai canoni occidentali i circa 7 miliardi attuali e ancor meno i 2 miliardi prossimi venturi.
È oramai chiaro che il sistema consumistico è un sistema a termine. Deve essere cambiato pena gravi conseguenze. Un’alternativa è la decrescita.
Rivalutare l’acqua del rubinetto, dato che l’Italia è fra i maggiori consumatori di acqua in bottiglia. Vendere il latte crudo, non pastorizzato; dal produttore al consumatore, come i gruppi di acquisto solidale. Riciclare il più possibile, anche cose che non servono più, barattandole.
Decrescita e/è tanta nostalgia: il mondo che s’intravvede è molto simile a quello in cui sono nato,dove bere l’acqua di fonte era già un privilegio e il lattaio passava con la bicicletta, portata a mano, con su il bidone del latte e suonava la campanella per richiamare i clienti.
Il problema della decrescita sono i posti di lavoro che vengono meno. Quanti posti si perdono se consumiamo meno acqua in bottiglia? E quanti se compriamo il latte, come ogni altro prodotto -dal pesce agli ortaggi, dalla carne ai formaggi- dal produttore?
Non solo operai: dal marketing (agenzie, marchi, rappresentanti, dalle campagne promozionali alla pubblicità, dal packaging alla diversificazione e le strategie per battere la concorrenza) alla logistica (depositi, camion …) fino ai commercianti finali.
Ma ci sarebbe un’altra, illustre, vittima.
Normalmente un prodotto, anche straniero, fa 2-3 passaggi per arrivare al consumatore. Ogni passaggio paga una tassa. Calcolando 20% di tassa ogni passaggio, quanto ci perderebbe lo Stato/guadagnerebbe il cittadino, con la decrescita?
Stressando il concetto: se eliminiamo anche le tasse sullo scambio diretto, ritornando al baratto, sarebbe la rovina dello Stato.
In parte è quello che sta succedendo con le multinazionali come l’Ikea – scontrino non fiscale – o, peggio ancora, con l’e-commerce (in termini percentuali leggi: Amazon) le cui aziende hanno sede legale in paradisi fiscali.
La decrescita è una vera minaccia per lo Stato anche per motivi ben più sostanziali.
Volendo oggi si potrebbero sopprimere tante spese a beneficio dei consumatori e dell’ambiente. Ad es. potremmo eliminare l’editoria cartacea. Dai giornali ai libri, dalle ricette agli appunti, tutto per via elettronica.
Oppure: dato che le malattie del benessere (ipertensione, colesterolo, diabete) sono la maggiore causa di morte e assorbono il 75% della spesa sanitaria (in uno Stato come l’Italia, ammonito dall’OCSE perché demanda la spesa assistenziale alle famiglie) potremmo anche abolire le auto a favore di biciclette e piedi.
Anche in questi casi la vittima principale sarebbe lo Stato: pensate solo ai mezzi per rifornire l’intero territorio nazionale dei quotidiani. Che c’entra lo Stato? Bhe, l’intreccio è perverso: non solo l’Iva ma il 17% delle entrate statali dipendono dalla mobilità su pneumatici.
Se la decrescita porta disoccupazione è sovversiva per il sistema occidentale. Specialmente per il nostro, già provato dalla delocalizzazione e dal ricatto delle multinazionali della distribuzione. Si potrà mai realizzare? Ci vorrebbe una rivoluzione culturale, peraltro propugnata dai movimenti decrescisti. Ma si può innestare su un sistema consumistico?
Fonte: http://www.decrescita.com/news/suspense-fra-decrescita-e-glocalismo/

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