Stracquadanio, gli insulti alla Rete e il senso tragicomico di una sconfitta

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/politica4/stracq_200_200.jpgFa tenerezza, verrebbe da consolarlo. Perché stavolta Stracquadanio lo show-man, il comico onorevole, non ha fatto ridere nemmeno i suoi, ha solo dimostrato tutto il senso tragico di una sconfitta. Quando sostiene che la sinistra sul web vince perché hanno un esercito di persone che non fanno un cazzo, testuali parole, dimostra di non aver capito. Non ha capito il tempo che cambia, né lui né i suoi, quelli che per tanto tempo si sono vantati di aver compreso la modernità attraverso l'uso intelligente della tv e che ora si trovano spaesati, persi, di fronte al mondo che è evoluto mentre loro sono rimasti al secolo scorso, in mezzo ai comunisti cattivi e con il televisore acceso come l'oracolo in mezzo alla stanza. Il caro Giorgio svela, con le sue parole, due grandi verità, e lo fa suo malgrado, dice non volendo dire.

La prima: la sconfitta culturale del berlusconismo. La politica è cultura, comprensione degli immaginari, racconto collettivo. E la rete è parte della storia globale, la crea e la mostra insieme; i video di YouTube, anche quelli in cui il premier è deriso come la spalla del comico principale in uno spettacolo di cabaret, raccontano la visione del mondo attuale. Quando Stracquadanio confonde la presenza nel dialogo on line con una perdita di tempo sta decretando la propria fine politica, vuol dire che non sa dove vanno gli elettori, l'Italia, il pianeta. Sta dicendo che gli altri, gli eserciti della spaventevole sinistra, hanno le armi della contemporaneità in mano e loro, i buoni, invece no, chissà cosa hanno tra quelle dita. A immaginare Silvio una risposta può venire in mente, ma non è il caso di stimolare oltre la fantasia.

 

Stracquadanio, insomma, interpreta la parte misera di chi protegge il passato con tutto se stesso nel timore di perdere pezzi di potere. Allora s'oppone al tempo, come un umano potrebbe fare con il dio Crono, urlando, blaterando, dimenandosi senza nulla ottenere. La Storia, quella con la maiuscola, condanna sempre gli Stracquadanio di turno.

 

La seconda grande verità è che adesso nel Pdl stanno rifiutando una vera analisi del voto referendario. Piuttosto che ammettere l'errore, invece di comprendere le ragioni del tempo e del popolo, che tanto invocano senza conoscerlo più, preferiscono la strenua difesa, come un esercito che arretra e si trova infine circondato. Stracquadanio non parla a nessuno se non ai suoi, ai commilitoni, per incoraggiarli, dire che non è vero, che la conquista è ancora a portata di mano.

 

Se Berlusconi volesse davvero tornare a dialogare con i cittadini dovrebbe compiere un gesto liberatorio e allontanare uomini così, perdenti, incapaci di comprendere l'Italia. Invece non lo farà, perché la malattia di Giorgio è la stessa sindrome di cui soffre Silvio: il vecchiume culturale, l'obsolescenza mediatica. È paradossale. Immaginano che a votare ci vadano ancora eserciti e eserciti di casalinghe di Voghera, credono nella favola dell'Uomo nuovo di vent'anni fa, senza rendersi conto che persino la biologia fa il suo corso e modifica il panorama politico. Il target dei berluscones è sempre più minoritario, si va estinguendo per ragioni di età e per motivi di cambiamento culturale.

 

Ecco perché Stracquadanio è involontariamente la Cassandra del Pdl. Le sue parole nascondono una frase criptata: «Stiamo perdendo tempo, non capiamo più un cazzo». Avesse la forza di ammetterlo, Giorgio, farebbe un po' meno tenerezza. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

 

Federica Colonna

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