" Se l'ingenuità diventa fatalismo" di Renato Martinoni

http://media.caffe.ch/media/2012/07/17913_17_medium.jpgNomen omen, dicevano gli antichi: ogni nome è un augurio. Candide, è l'uomo candido per eccellenza: ha il cuore sulle labbra. Protagonista picaresco di un romanzo di Voltaire, cresce in un castello tedesco, tirato grande dal barone "Thunder-ten-tronckh" (occorre forse segnalare la parodia teutonica del nome?). Viene però messo alla porta poiché ha osato, ingenuo!, fare la corte alla polputa Cunegonda, la giovane figlia del nobile. E allora per Candide comincia una vita vagabonda fitta all'inverosimile di avventure e soprattutto di disavventure: diventa soldato, fugge in Olanda. È vittima di un naufragio, prima, poi del terremoto che distrugge Lisbona nel 1755. Assiste a uno dei tanti roghi su cui vengono messi a bruciare gli eretici e quindi scappa un'altra volta, navigando verso l'America, dove vive tra brutali conquistadores e mansueti selvaggi. Conosce il Paraguay dei Gesuiti e il Peru degli Incas. Questa, la chiamano Eldorado, è l'isola felice dell'universo conosciuto: non per la ricchezza infinita del Paese, anche le strade sono lastricate d'oro: ma solo perché tutti disprezzano il più nobile dei metalli. Sono ben diversi, in quel regno felice, i valori etici e sociali. Là tutti rispettano Dio: non lo si prega per avere qualcosa, lo si ringrazia per quello che ha dato. Là il re viene salutato con due baci: non, come si fa nella vecchia Europa, leccando la polvere del pavimento. Poi, dopo avere visto tante altre cose, ora reali ora fantastiche, sempre inseguendo da lontano, con testardaggine, in una corsa ariostesca, la pingue Cunegonda, Candide si imbarca per l'Europa. Passa per la Francia e l'Inghilterra. Poi approda a Venezia, e infine arriva a Costantinopoli. Inutile aggiungere che la storia del candido giovanotto, per Voltaire, vecchia volpe dotata di grande cultura, di viva intelligenza e di spirito di osservazione intinto nell'arsenico, è occasione per denunciare i crimini efferati delle guerre settecentesche, la brutalità degli eserciti, le violenze perpetrate contro donne e bambini, l'egoismo dei cristiani, la malignità degli uomini, le prevaricazioni dei Gesuiti nell'America conquistata, la sete di denaro di chi ha varcato l'Oceano e di chi è rimasto nella vecchia Europa, la perfidia degli uni, il fanatismo degli altri. "È una guerra eterna", dice un personaggio che aggiunge di avere visto i veri uomini soltanto nel paese d'Eldorado: cioè nel mondo dell'Utopia. L'Europa è invece abitata, come un serraglio, da orsi e da scimmie. Insomma, il Bildungsroman voltairiano è una critica severa contro l'oscurantismo, il potere religioso, l'ipocrisia, l'interesse della società umana, i mali della guerra, il colonialismo, una cultura vecchia (particolarmente duro e impietoso è il ritratto di Parigi). In primo piano però, non bisogna dimenticarlo, c'è sempre l'ineffabile Candide. Tutto, allo sprovveduto e ingenuo giovanotto, tutto, anche le cose più modeste, pare grande, buono e degno di lode. "La sua anima", si legge, "era troppo pura per potere tradire la verità". Il suo candore rasenta il paradosso e viene alimentato dalla memoria di un vecchio insegnante, Pangloss, il re degli ottimisti, il cui pensiero si riduce a una inossidabile battuta: "Tutto va per il meglio". L'ottimismo del giovane eroe si nutre a lungo di questi umori. A nulla valgono le troppe disavventure, a nulla le ammonizioni di un altro filosofo, il principe dei pessimisti. Messo a confronto con le peggiori atrocità che la cattiveria degli uomini possa immaginare, Candide non riesce a vedere i mali del mondo. Il suo colore è il rosa. Solo alla fine del viaggio, dopo tante esperienze e tante discussioni, guardandosi indietro, si accorge finalmente di avere incontrato unicamente uomini malvagi e situazioni tristi. Che "tutto vada per il meglio" non è insomma certo. Ma il buon Candide non abbassa ancora il capo. Se un amico gli dice: "Lavoriamo senza ragionare, è il solo modo per rendere sopportabile la vita", lui ribatte deciso: la gloria è una malattia, la vanità è un peccato. "Dobbiamo lavorare il nostro giardino", dice calando il sipario sulla propria storia e chinandosi sugli ortaggi. È, questa, lui pensa, la sola cosa sensata che ancora resta da fare. ( Fonte: www.caffe.ch)

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