" Scozia, i colori della protesta " di Alfredo Mignini

http://www.altrenotizie.org/images/stories/2011-4/proteste-glasgow-136x128.jpgL'aula magna di George Square è semi-deserta. Fuori la pioggia va e viene, come al solito. Dentro ci sono una ventina di studenti, quasi tutti del secondo o del terzo anno, impegnatissimi a discutere i contenuti della loro protesta: cosa chiediamo all'università, alla città di Edimburgo e, infine, al governo. Alcuni sono venuti fin qui da Glasgow o da St. Andrews, che significa qualche ora di treno. Scoprirò in seguito che si tratta di attivisti avveduti, accorsi per l'occasione con striscioni e volantini, che grazie agli sforzi di questo ultimo anno di lotte hanno iniziato a fare rete, mettendo da parte alcune (normalissime) divisioni.

In assemblea, infatti, ritrovi gli ambientalisti di People&Planet così come gli anarchici con le bandiere rosso-nere e il collettivo femminista, ma c'è anche il candidato alle elezioni studentesche e gli altri dell'EUSA, l'associazione che raccoglie tutti gli immatricolati e li rappresenta negli organi accademici.

Si tratta di gente, comunque, che da più di un anno ha smesso di aspettare. A Glasgow, ad esempio, è grazie a loro che da febbraio scorso l'Hetherington Research Club ha riaperto i battenti nelle vesti di quello che in Italia si chiamerebbe un centro sociale. D'altronde anche prima era uno spazio di socializzazione e scambio fra studenti e studiosi aperto nel 1954 e chiuso nel 2010 per via dei numerosi tagli che l'istruzione britannica ha subito e sta subendo a svariati livelli.

E forse è proprio per questo attacco generalizzato ai servizi sociali, che si è scatenata una sorta di “febbre del fare” capace di riallacciare legami e rapporti fra i molti gruppi della sinistra studentesca. «Il momento - mi dicono - è così serio, che non ti puoi permettere di essere frammentato in mille gruppuscoli». Una cosa che in Italia sembra una bestemmia. Gli slogan invece, e solo quelli, sono gli stessi che ho lasciato a casa: il nostro «noi la crisi non la paghiamo» trova un gemello in «we won't pay their crisis».

Qui ad Edimburgo il “nuovo anno di rivolta e resistenza” è precocemente iniziato il 5 settembre, quando l'università ha deciso di alzare le tasse di iscrizione al massimo consentito dal governo: £9000 (contro le £1800 attuali). Si tratta di un aumento considerevole, spiegabile in parte dal fatto che in Scozia, a pagare davvero, sono da un lato gli studenti che vengono dal Galles e dall'Inghilterra, i cosiddetti RUK Students (Rest of UK), e dall'altro gli internazionali.

L'università, infatti, è gratis tanto per gli scozzesi quanto per gli studenti europei, essendo impossibile per un paese UE discriminare i cittadini degli altri stati membri. Dico in parte perché, in realtà, da quando il governo Cameron ha innalzato a 9mila il tetto massimo, 47 università su 123 hanno già chiesto di poter applicare il massimo dall'anno accademico 2012/13, segno che comunque le cose non vanno affatto bene, anche fuori di qui. E sono molti i giovani che hanno rinunciato al consueto gap year, l'anno sabbatico fra liceo ed università, pur di non pagare il salasso il prossimo settembre.

E così a quasi quindici giorni dall'aumento, che ha subito trovato il parere negativo dell'EUSA in consiglio, quel gruppo eterogeneo che risponde al nome di Anti-Cuts Movement ha deciso di lanciare un ciclo di occupazioni da 36 ore, come saranno 36mila le sterline da pagare per avere una normale laurea di quattro anni, che per ora è partito dal Lecture Theatre di Edimburgo e si sta allargando alle altre città universitarie.

Il programma è mobilitare più persone possibili in vista dei prossimi mesi, soprattutto i nuovi che si sentono salvi per essere saliti a bordo dell'ultima scialuppa di salvataggio e forse per questo fanno più fatica a rimboccarsi le maniche.

Non è così, nessuno è salvo se quella scialuppa deve affrontare la tempesta, come sembra. Le richieste (http://bit.ly/pUKxgS) che vengono discusse, infatti, tengono conto, seppur in maniera naif, di questo quadro ed é cercando intelligentemente di inscrivere la lotta dentro l'università in una cornice comune con le altre lotte, soprattutto sindacali, che stanno prendendo piede in tutto il paese.

Staremo a vedere come questo movimento riuscirà a gestirsi nel futuro, visti anche i primi successi dell'anno scorso in termini di visibilità e di capacità di non farsi criminalizzare e stroncare sul nascere. Non è dato sapere, ad oggi, se la cosa verrà risolta in termini classici con qualcuno che saprà raccogliere politicamente le loro richieste, oppure se dal movimento verranno fuori idee politicamente nuove. ( fonte: www.altrenotizie.org)

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