Salute, uno studio australiano lancia l'allarme sui solfiti nei cibi

http://www.valori.it/immagini_articoli/201106/book.jpgMentre in tutta Europa si va alla ricerca della causa dell'epidemia di E.coli segnalata in Germania, che ha già portato a 22 vittime e oltre 2 mila contagi, si diffonde un nuovo allarme sui cibi che mangiamo quotidianamente. E sugli scarsi controlli ai quali vengono sottoposti. Questa volta sul banco degli imputati ci sono i solfiti, sostanze usate come conservanti in diversi cibi confezionati. E a lanciare l'accusa è il ricercatore australiano Paul Barratt-Hassett. A suo parere questi additivi sono responsabili di una “pandemia globale” che si declina in diverse forme: dai sintomi più lievi fino ad arrivare ad alcuni decessi.

 

Nel libro “The sulphite connection”, Barratt-Hassett parte dalla sua storia personale. Nel 1990 gli viene diagnosticata una fibromialgia, sindrome che comporta dolori muscolari cronici e che tuttora è agli studi dei medici che attualmente non sono riusciti a elaborare una cura definitiva. Pur non essendo un dottore, Barratt-Hassett studia per anni la propria situazione fino ad imbattersi quasi per caso, nel 2010, nei solfiti. A quel punto gli basta individuare tutti i cibi in cui sono presenti e rimuoverli dalla propria dieta: i suoi sintomi scompaiono rapidamente e il suo stato di salute ne è rivoluzionato.

 

Si tratta, com'è evidente, di un caso estremo. Secondo Barratt-Hassett le persone possono essere più o meno sensibili ai solfiti, ma chiunque ne subisce in qualche modo gli effetti: sarebbero la causa di tutti quei sintomi ai quali gli esami medici tradizionali non riescono a dare una risposta. Cita numerosi studi scientifici che li classificano come elementi tossici ed allergenici, ricollegandoli ad un'incredibile quantità di patologie: dall'asma al diabete, dai dolori articolari alla depressione, e molti altri ancora. I solfiti possono inoltre distruggere la tiamina (ovvero la vitamina B1), essenziale per metabolizzare i carboidrati.

 

La Food and Drug Administration statunitense, fin dal 1987, ne ha vietato l'aggiunta in frutta e verdura. Ma non si tratta certo di una misura sufficiente per eliminarli dall'alimentazione. Essi infatti rimangono presenti in tutti i vini (sono una risultante naturale del processo di fermentazione alcolica) e vengono utilizzati nei processi di produzione di molti cibi industriali, come gelatine, marmellate, birra, gamberi. Oltre che in cosmetici, profumi, acqua in bottiglia, pesticidi e determinati farmaci. In attesa di avere prove scientifiche dei loro effetti, denuncia Barratt-Hassett, il consumatore dovrebbe avere almeno il diritto di identificare i cibi in cui sono presenti: ma, attualmente, ciò non accade. Negli Stati Uniti, ad esempio, a partire dal 1987 vanno segnalati nelle etichette dei vini che ne contengono oltre 10 ppm (parti per milione); anche in Europa è in vigore una legislazione simile, ma solo a partire dal 2005. Ma non c'è alcun obbligo di segnalare la loro presenza se si rimane al di sotto di questa quantità, né tanto meno quando vengono soltanto impiegati nei processi di produzione. In questo modo, accusa Barratt-Hassett, le persone allergiche non hanno la possibilità concreta di individuarli e di eliminarli dalla propria alimentazione. ( Fonte: www.valori.it)

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog