Rivoluzione culturale: unire movimenti e battaglie civili

Un nuovo soggetto politico, l’unico che rifiuti in partenza il presupposto che accomuna destra e sinistra: la crescita. «Il momento è maturo», afferma Maurizio Pallante, presidente del Movimento per la Decrescita Felice. Obiettivo: una piattaforma comune per unire i movimenti che stanno sorgendo in tutta Italia a difesa dei territori minacciati. Oltre ad ogni singola battaglia locale, c’è una visione precisa: va bocciato l’attuale modello di sviluppo. Bisogna offrire un orizzonte diverso, di grande respiro culturale: strategie per un futuro praticabile, non più assediato dai disastri e dalle continue crisi provocate dal dogma della crescita industriale infinita, che sta portando il mondo al collasso terminale. bandos_468x60.gif

 

«Tutti i partiti esistenti, di destra e di sinistra, mettono sempre al centro di ogni scelta la crescita della produzione di merci», spiega Pallante nella relazione introduttiva al convegno “Uniti e diversi”, in cui svariati movimenti critici – tra cui “Alternativa” di Giulietto Chiesa, il “Movimento Zero” di Massimo Fini, la rete “Per il bene comune”, il “Movimento etico sociale” e molti altri – hanno messo a punto una possibile road map comune il 18 dicembre a Bologna. Destra o sinistra, tutti puntano sulla crescita: «E non poteva essere diversamente – dice Pallante – perché la loro cultura e la loro storia, le loro classi sociali di riferimento – imprenditori, professionisti, commercianti, lavoratori dipendenti – si sono sviluppate nell’epoca dell’industrializzazione», quando cioè non si “sapeva” che il sistema-mondo, con le sue limitate risorse, non avrebbe potuto reggere all’eresia della crescita “infinita”.

 

L’unica differenza politica fra destra e sinistra? Riguarda la distribuzione del reddito: per la destra dev’essere il mercato a decidere, mentre per la sinistra spetta allo Stato una redistribuzione più equilibrata. «Ma l’equità sociale e la difesa dei più deboli sono valori universali e atemporali, non un patrimonio esclusivo della sinistra», sottolinea Pallante. «Possono essere condivisi, anche senza essere schierati a sinistra». Quel che è certo, è che un “nuovo soggetto politico” che erediti le migliori battaglie territoriali cresciute attraverso i movimenti dovrà essere «costituzionalmente alternativo sia alla destra sia alla sinistra». Non per marcare un’equidistanza, ma per cambiare orizzonte, uscendo dall’era industriale.

E quindi: nessuna possibile alleanza, né a destra né a sinistra. Se il nuovo soggetto politico nascerà effettivamente e debutterà nelle assemblee elettive, non potrà far parte di nessuna coalizione: pur restando all’opposizione, dovrà comunque sempre agire con un’ottica di governo. «Non potrà limitarsi a contrastare le decisioni altrui, dovrà prendere l’iniziativa e formulare proposte coerenti con il progetto di futuro fondato sulla decrescita», insiste Pallante. «Chi ha l’ambizione di farsi portatore di una concezione del mondo alternativa a quella dominante deve utilizzare le assemblee elettive per realizzare passi concreti in quella direzione, dimostrandone la fattibilità e la desiderabilità, coinvolgendo chi milita in organizzazioni politiche diverse con onestà d’intenzioni e facendo venire allo scoperto chi vi si oppone per altre ragioni».

 

Per fare un esempio: l’opposizione al nucleare, se sostenuta da un programma realistico e rigoroso di riduzione degli sprechi accompagnato da una progressiva sostituzione delle fonti fossili con fonti rinnovabili in piccoli impianti per autoconsumo, «può farci trovare alleati non solo tra coloro che temono i pericoli insiti nella irresponsabile scelta energetica nucleare, ma anche in un vasto fronte di imprenditori che posseggono le tecnologie per realizzare queste alternative e in una vasta area di opinione pubblica che comunque desidera una soddisfazione adeguata delle proprie esigenze energetiche senza eccessive rinunce».

 

La radicale alterità a un sistema politico incentrato sulla dialettica tra due schieramenti apparentemente contrapposti ma che in realtà «perseguono la stessa finalità della crescita con metodi sempre meno diversificati», secondo Pallante comporta anche un approccio politico radicale: «I nostri referenti privilegiati sono tutti i movimenti che si contrappongono alle scelte devastanti per i luoghi in cui vivono, proposte-imposte dal sistema di potere economico-finanziario-politico-mediatico in base alla necessità della crescita». La nascita dei movimenti di base «è stato il primo segnale con cui si è manifestata la crisi dell’egemonia culturale esercitata dall’industria in nome della crescita e dell’occupazione».

Nei decenni precedenti «ogni impianto industriale, per nocivo che fosse, era salutato come una benedizione perché portatore di reddito, di modernità, di progresso, di lavoro». Attraverso i movimenti territoriali, la cittadinanza è stata coinvolta direttamente, recuperando la propria sovranità civica. Un modo per «incubare forme di democrazia diretta», anche a costo di confrontarsi «a muso duro» col potere politico ed economico. Se negli anni ’80 la protesta veniva liquidata come Nimby (discariche, autostrade, inceneritori? Va bene, ma fatele altrove), la resistenza dei movimenti è doventata coscienza collettiva: l’opposizione a scelte devastanti viene ora accompagnata da contro-proposte per cercare di coniugare lavoro e ambiente, reddito e salute, occupazione e paesaggio, innovazione e rispetto del passato.

 

«La punta più alta di questa seconda fase è stata ed è la resistenza intransigente, tenace, documentata, del movimento No-Tav in val di Susa – continua Pallante – che ha coinvolto tutta la popolazione locale, riuscendo a respingere con la mobilitazione di massa anche l’occupazione militare del territorio». L’esempio dei No-Tav valsusini «è stato contagioso e ha dato coraggio ad altri movimenti di resistenza territoriali alla realizzazione di grandi opere devastanti», fino a forme di coordinamento e mutuo soccorso. Iniziative importanti, rileva Pallante, ma ancora rinchiuse in un ambito sostanzialmente difensivo. Ora è il momento di passare al contrattacco, organizzando una nuova politica.

«Noi crediamo che sia matura una terza fase», spiega Pallante, caratterizzata dalla consapevolezza che «tutte le opere con un impatto devastante sui luoghi e sulla vita delle persone che li abitano rispondono alla stessa logica di sostegno alla crescita, a uno stesso allucinante progetto di futuro senza futuro, alla vera e propria utopia negativa di una crescita che utilizza tecnologie sempre più potenti per apportare modifiche sempre più devastanti alla crosta terrestre, che consuma quantità sempre maggiori di risorse in tempi sempre più accelerati e in tempi sempre più accelerati le trasforma in quantità sempre maggiori di rifiuti, che mercifica progressivamente gli elementi naturali, i rapporti tra le persone, le stesse basi della vita».

 

Alle follie che si proporranno nell’ambito di questa visione distopica del futuro occorre contrapporre «una visione del futuro realistica, possibile e desiderabile, fondata sulla riduzione dell’impronta ecologica». Per Pallante è «l’unica prospettiva di futuro possibile». E il passaggio indispensabile che i movimenti devono compiere è «l’inserimento delle loro controproposte locali in un progetto complessivo in grado di trasformarle in altrettanti tasselli di un futuro possibile alla cui realizzazione tutti concorrono. Non possono più limitarsi a un gioco di rimessa, a risposte colpo su colpo, caso per caso. Devono assumere l’iniziativa, essere i protagonisti». ( Fonte: www.libreidee.org)

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