Ritroviamo la vera democrazia, con un nuovo mandato politico

Un dubbio, molto fondato, si sta diffondendo a Milano e nel Paese, dove la gente è stata "toccata" sia dalla recente scomparsa di un ex-Presidente come Cossiga, che ha vissuto quasi tutta la storia politica della Repubblica italiana, sia dalla "diatriba" che divide Fini e Berlusconi all'interno di uno stesso partito, pur per motivi non sempre (e a tutti) "chiari", visto che i 'media' stanno puntando molto sull'approccio in stile gossip.

 

E se un proverbio cinese recita: "Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito", noi, come la maggioranza dei nostri lettori, non siamo miopi; personalmente, poi, per colpa dell'età, sono ormai presbite, condannato dalla natura a guardare lontano, oltre quello che viene scritto...

 

Così si finisce per perdere interesse nella "vicenda" della compagna di Fini e dell'appartamento di Montecarlo, ma perfino nei motivi che stanno "allontanando" da Berlusconi l'ex-Segretario del Fronte della Gioventù e del Movimento Sociale Italiano Destra Nazionale, ora pronto a spostarsi a Sinistra, forse addirittura per candidarsi nell'Opposizione. Tutto questo non ci sorprende, in Italia siamo stati abituati (o educati) ai trasferimenti, anche "improvvisi" e, all'esterno, perfino "immotivati".

 

Nessuno si "scandalizza" più se la moglie si mette con il "migliore" amico del marito oppure se un calciatore si trasferisce nella squadra storicamente "rivale" o, perfino, nell'altra formazione della stessa città. Sono in molti a non essere "sorpresi" e neppure "scandalizzati" della telenovela che sta spaccando un asse del Governo, consci che il "problema" della politica italiana, che qualcuno già definisce "male", è nel sistema elettorale, da intendersi come "insieme delle norme che regolano" la creazione delle liste e la rappresentatività degli eletti, o, come pare anche a noi, sia da cercare più in sù, nel tipo di 'mandato' che viene dato dall'elettore al suo delegato politico.

Non abbiamo nessuna intenzione, nè voglia, di sviluppare una teoria sui sistemi elettorali, faremmo solo il "gioco" degli attuali oligarchi, perchè in Italia, al di là degli intenti e delle regole, nella sostanza, si è instaurata un'oligarchia. E non sarebbe neppure una forma di gestione per forza "negativa", se i 'pochi' che controllano il nostro Stato governassero bene... ma non è così.

 

Nel pensiero filosofico greco, grazie ai ragionamenti di Aristotele, si era concluso che l'oligarchia fosse una forma di governo "cattiva", non perché antidemocratica, ma perché esercitata "indebitamente", senza averne il diritto o violando le leggi o, attenzione, favorendo gli interessi "particolaristici" a scapito di quelli della comunità. Se, invece, i 'pochi' esercitassero il potere in modo legittimo e in ragione dell'interesse generale, allora il loro governo sarebbe quello dei 'migliori', o dell'aristocrazia. Per Aristotele l'oligarchia è, pertanto, una degenerazione dell'aristocrazia.

Non necessariamente è buona, in tal senso, la democrazia, specie quando, nei fatti, non "funziona", quando diventa sempre più "indiretta", con un legame sempre più sfilacciato tra elettore e politico, tra i "bisogni" del Paese e gli "interessi" dei partiti. Tornando al ragionamento aristotelico, si distinguevano 3 forme "pure" e 3 "corrotte" di governo: monarchia (governo del 'singolo'), aristocrazia (governo dei 'migliori') e politía (governo di 'molti'); queste, secondo il filosofo, rischiavano di "degenerare" rispettivamente in dispotismo, oligarchia (governo di un'élite), e democrazia (potere gestito dalla massa, dittatura della maggioranza, "quantitativismo" politico e, pertanto, dispotico e autoritario).

E qui ci "scappa" una riflessione: spesso la democrazia, quella attuale, viene spacciata in ragione dell'elezione "diretta" dei rappresentanti attraverso l'espressione del voto popolare, che, però, può essere tranquillamente "disatteso" nel comportamento pratico degli "onorevoli", che, nella sostanza, restano assolutamente "liberi" di agire indipendentemente dal programma elettorale e dell'interesse dei loro elettori. Insomma gli elettori danno, quasi, un mandato "in bianco" a soggetti che possono "non conoscere" e neppure, in realtà, "votare" (pensiamo al "voto di lista").

A questo punto, per dovere di cronaca, a seguito del recente vertice del PdL, riportiamo la dichiarazione dell'attuale Premier, Berlusconi, che ha detto: "Nelle elezioni del 2008, anche grazie alla legge elettorale, si è realizzata la novità assoluta che gli elettori scelgono il Primo Ministro, l'alleanza e il programma di governo. Questa è una novità che non può essere cancellata, nel rispetto del popolo sovrano".

 

Il riferimento è esplicito alla legge Calderoli (nº 270 del 21 dicembre 2005), che è stata scritta principalmente dal Ministro leghista e poi definita dallo stesso, in occasione di un'intervista, "una porcata", tanto da essere soprannominata 'Porcellum' dal politologo Giovanni Sartori.

 

Sono state sostituite le leggi 276 e 277 del 1993 (c.d. Mattarellum), introducendo un sistema "radicalmente" differente. Fu approvata con i voti della Maggioranza parlamentare (principalmente Forza Italia, Alleanza Nazionale, Unione dei Democratici Cristiani e Lega Nord), "senza il consenso" di quei partiti che, per semplicità, potremmo definire Opposizione (principalmente Italia dei Valori, Democratici di Sinistra, Margherita e Rifondazione comunista). Questa legge è stata "operativa" in occasione delle elezioni del 2006 e del 2008 e ha resistito a ben 3 tentativi di referendum.

Ma non vogliamo entrare nelle "sabbie mobili" della legge o di altri sistemi, di "importazione", a Francia o Germania o Svizzera, come se la vera "soluzione" si potesse (o dovesse) trovare nel "meccanismo", che non è "perfetto" per la "forma" in sè, come direbbe Aristotele, ma per "come" la 'formula' viene applicata dagli estensori.

Ma riprendendo la dichiarazione di Berlusconi, confermiamo che tra gli elementi "salienti" del 'Porcellum' c'è l'obbligo, per ciascuna forza politica, di depositare il proprio programma e di indicare il proprio candidato "Premier". Questo non esclude la possibilità di "apparentamento" tra liste, che possono convergere in coalizioni, restando, però, "unico" il programma elettorale ed il Capo della coalizione. Quest'ultimo solo "tecnicamente" non può ritenersi "candidato" alla Presidenza del Consiglio dei ministri, poiché, per legge, spetta al Presidente della Repubblica la "scelta" del soggetto a cui assegnare l'incarico di formare (o provare a...) un nuovo 'Governo'.

 

Questo, secondo noi, rappresenta un doppio salto mortale in opposizione alla "rappresentanza" (almeno in senso "diretto") del suffragio universale: anzitutto c'è la mancata elezione del Presidente della Repubblica da parte del popolo, ma attraverso un primo meccanismo di "rinvio" (con un'elezione indiretta a scrutinio segreto da un "apposito" corpo elettorale); poi si attiva un secondo "rinvio" che scatta con l'affidamento, "discrezionale", di un incarico che potrebbe anche riguardare, per assurdo, un soggetto diverso dal Capo della coalizione, anche "non appartenente" alla Maggioranza (degli eletti) e perfino "non eletto" (si ricordano i "precedenti" di Ciampi e Dini).

Sono aspetti che molti cittadini non conoscono o che non "capiscono", come accade per l'irresponsabilità riconosciuta al Capo dello Stato per qualsiasi atto compiuto nell'esercizio delle sue funzioni, con le sole 2 eccezioni dell'alto tradimento o dell'attentato alla Costituzione.

 

Forse anche qui il "mandato" affidato ai "padri" della Costituzione è stato, anche in ragione del "clima" sociale, della cultura popolare e della diffusione dei 'media' di allora, troppo "ampio"; il tema della irresponsabilità, in senso meno specifico, ha finito per diffondersi in tutto il nostro sistema politico, dove si possono ascrivere solo i "meriti" e mai le "colpe" (pensiamo agli enormi disavanzi prodotti nei bilanci dei piccoli comuni e a salire, in sù, dai vari Enti locali, attraverso a imprese pubbliche e miste, organismi non facilmente "classificabili", fino al grande "buco" di Stato).

Ma il concetto del "rinvio", più che di un reale "mandato", ha finito per togliere, in forma pressochè "totale", il "controllo" del popolo sugli "onorevoli", liberi, sostanzialmente, di muoversi nell'arco costituzionale, di lavorare oppure no, di mantenere quanto promesso al volgo oppure no, di ascoltare le "richieste" degli elettori o no. E questo a non tutti pare "giusto"...

 

Attraverso il mandato viene data una "delega", che, come accade nel diritto amministrativo, dovrebbe comportare, per il delegato, la legittimazione al compimento di atti o all’esercizio di funzioni; ma il delegante deve mantenere un rapporto di supremazia, per cui resta la titolarità di alcuni poteri e diritti sul delegato, il quale a sua volta è in "posizione" di soggezione e di obbligo.

 

Il delegato non dovrebbe poter nè rifiutare i compiti assegnati né restare inerte, ma questo, in realtà, funzionerebbe solo se ci fosse la possibilità di "ritirare" la delega, per "giustificati motivi" e in ragione di una "qualificata" (anche in termini di numero) maggioranza di elettori, magari dello stesso collegio di provenienza. Se c'è la possibilità che cada un Governo o che vengano "sciolte le Camere", nell'arco della stessa legislatura... perchè il popolo deve, obbligatoriamente, mantenere il mandato politico anche a fronte di una propria grave insoddisfazione?

Se scopriamo di essere allergici al lattosio, dobbiamo aspettare 1-2-3-4-5 anni prima di evitare questa molecola, magari rischiando delle reazioni anafilattiche che potrebbero essere fatali? Nella stessa logica... allora anche il Governo, una volta nominato, dovrebbe restare "intoccabile" per tutta la legislatura, senza dover "mercanteggiare" su consensi e poltrone, come ricorderà chi ha vissuto o studiato la Prima Repubblica, quando la la DC, che qualcuno oggi "rimpiange", addirittura, continuava ad "impastare" maggioranze parlamentari, impiegando i partiti "minori" nelle coalizioni, pagando, poi, un'enorme fragilità di governo sia strategica sia operativa.

 

Allora si approdò, siamo negli anni '80, ad una specie di "mostro" politico chiamato Pentapartito, guidato dal patto informale C.A.F. (Craxi-Andreotti-Forlani), uno straordinario esempio di "motore immobile" di sviluppo ed industria, ma capace di produrre effetti "deviati" come il clientelismo e la corruzione, tanto da sfasciarsi, miseramente, nello scandalo di Tangentopoli.

 

E in questi giorni sono state "riesumate" alcune interviste di allora, in cui il Presidente Cossiga invitava le Camere a sciogliersi e rimettere il potere alla sovranità popolare, magari per dare vita ad un'assemblea costituente che potesse rifondare una nuova forma di "rappresentanza". Ma non accadde nulla di simile; sono scomparsi i partiti storici, come la DC, il PSI, il PSDI, il PLI e il PRI, tanto da far credere ad un passaggio ad una Seconda Repubblica; ma quanti "attori", se non "protagonisti", della Prima Repubblica sono ancora in piena attività politica?

 

Lo stesso Napolitano, giusto per partire dall'alto, è stato deputato dal 1953 al 1996, poi Presidente della Camera dei deputati nell'XI Legislatura (subentrando nel 1992, anno di nascita della cosiddetta 'Seconda Repubblica', a Oscar Luigi Scalfaro, salito come Presidente al Quirinale) e, infine, Ministro dell'Interno nel Governo Prodi I. E qualcuno si ricorderà anche (nel Febbraio 1993) quando Napolitano decise di opporre l’immunità di sede all'ufficiale della Guardia di Finanza, inviato alla Camera dal giudice Gherardo Colombo, impedendo l'acquisizione degli originali dei bilanci dei partiti politici (pubblicati anche sulla Gazzetta Ufficiale), per verificare l'iscrizione delle contribuzioni.

 

E su di lui "pesano", per quello che può storicamente valere, le parole di Bettino Craxi, che, durante il processo-Cusani, il 17 dicembre 1993, affermò: "Come credere che il Presidente della Camera, onorevole Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni Ministro degli Esteri del Pci e aveva rapporti con tutta la nomenklatura comunista dell’Est, a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci e i paesi dell’Est?".

 

Ma l'elettorato italiano non ha imparato molto e forse ha capito poco, diversamente avrebbe chiesto di introdurre anche un limite nel numero dei mandati temporali, ad esempio 2, consecutivi o non, e dei mandati contestuali ai nostri politici (non è logico, nè realistico, che uomini "mortali" possano lavorare contemporaneamente, davvero, in un Ente locale e in un'azienda pubblica o mista e al Parlamento italiano e al Parlamento europeo e in altre istituzioni).

Certo che se dimostreranno di possedere poteri soprannaturali... ed intenderanno operare senza duplicazione dei relativi compensi... ( Fonte: www.milanoweb.com)

Autore: Angelo Caratti

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