" Ripensare l'Europa: basta con le porte chiuse" di Frank Furedi

http://www.presseurop.eu/files/images/article/21072011-Evening-walkway.jpg?1311262705Lo scivolone dell’euro sui mercati monetari rivela la possibilità che l’Unione europea possa non sopravvivere alla crisi del debito sovrano nella sua forma attuale. In ogni caso, la classe politica europea si rifiuta di ammettere le proprie responsabilità ed è riluttante a intraprendere un’azione decisiva per contenerlo. I policymaker spesso indulgono nel tentativo di eludere le proprie responsabilità. I funzionari Ue hanno sublimato questa prassi, tanto da trasformarla in una forma d’arte.

 

Negli ultimi anni, ogni volta che ho parlato con gli addetti ai lavori che operano a Bruxelles, mi sono dovuto sorbire spesso delle vere e proprie conferenze sui noiosi euroscettici britannici. Nei mesi immediatamente successivi alla prima fase della crisi dell’euro, la loro insoddisfazione si è spostata sulla Germania. All’improvviso, l’unilateralismo tedesco è diventato lo spettro che assilla la classe politica dell’Unione. Si è perfino sentita l’ipotesi che i tedeschi stessero cercando di proposito di trasformare le piccole difficoltà economiche dell’Europa in una crisi di ampie proporzioni, per poter espandere e consolidare la propria influenza su tutto il continente.

 

Ma questo era allora. Nelle ultime settimane, dopo che il debito sovrano portoghese è stato ridotto allo status di spazzatura, le voci che circolano nell’Ue si sono trasformate in un coro di frenetiche invettive contro tre grandi agenzie di rating americane: Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch. All’improvviso queste agenzie sono state accusate di aver cospirato per annientare l’Europa. Il presidente della Commissione europea José Barroso ha prontamente assunto la guida di questo deprimente carosello, accusando Moody’s di essere responsabile delle difficoltà economiche del Portogallo.

 

Il rifiuto di Barroso ad affrontare di petto la crisi finanziaria europea è condiviso da una significativa percentuale dell’establishment politico dell’Ue. Tuttavia di rado costoro hanno avanzato le loro analisi alternative con convinzione. Al contrario: nelle ultime settimane, parlando con chi lavora a Bruxelles, ho avuto l’impressione che secondo loro la Grecia sia solo l’inizio e che in gioco non ci sia solo l’euro, ma l’intero progetto europeo. Negli ultimi cinque anni mi sono recato a Bruxelles a intervalli regolari, ma questa è la prima volta che i miei interlocutori rivelano così apertamente i loro timori sulla crisi dell’euro, che potrebbe essere la fine di un’era.

 

Dalla settimana scorsa l’euro è scivolato ancor più sui mercati monetari e adesso l’Italia sembra in procinto di diventare il nuovo Portogallo, o addirittura la nuova Grecia. Ma ciò che lascia veramente attoniti non è tanto la crisi finanziaria in sé, bensì la paralisi politica dei legislatori europei. Di norma i politici amano puntare il dito gli uni contro gli altri, giocando allo scaricabarile. Il presidente italiano Silvio Berlusconi si è apertamente scontrato con il proprio ministro dell'economia Giulio Tremonti, benché entrambi accusino le agenzie di rating americane.

 

La retorica dei policymaker dell’Unione è avvalorata dal fatto che l’edificio europeo manca dell’autorità e delle risorse necessarie a risolvere la crisi. È importante tenere a mente che l’Ue è un’istituzione tecnocratica che ha sempre fatto ricorso agli accordi a porte chiuse. Sin dalla sua nascita l’Ue è stata un progetto elitario e manageriale, volta a promuovere la propria agenda senza rispondere direttamente alla pressione popolare. Non si è mai arrivati alle decisioni partendo dal dibattito pubblico e la maggior parte delle leggi dell’Ue è formulata da centinaia di gruppi di lavoro istituiti dal Consiglio dell’Ue. La maggior parte delle sessioni del Consiglio dei ministri si svolge in privato e la Commissione europea, non eletta direttamente, ha il diritto esclusivo di proporre le leggi.

 

La caratteristica peculiare della governance europea sono i processi decisionali a porte chiuse. Per decenni l’establishment politico ha creato istituzioni atte a evitare di rispondere direttamente alle pressioni pubbliche con cui deve fare i conti un parlamento democratico. Questo processo decisionale invisibile ha permesso di eludere le responsabilità nel caso di decisioni impopolari. I legislatori europei si sono premuniti dal rischio di dover rispondere delle conseguenze delle loro decisioni.

Bisogno di leadership

 

Per affrontare il declino dell’euro è necessario gestire la crisi attraverso la leadership politica. Ciò richiede che i leader politici dicano realmente come stanno le cose, si facciano avanti e conquistino l’appoggio di cui necessitano per le dolorose misure indispensabili a ripristinare la stabilità economica.

 

La leadership politica non è solo auspicabile: è indispensabile. Senza conquistare una parte significativa dell’elettorato europeo, sarà estremamente difficile che le istituzioni europee possano riportare l’ordine finanziario in Europa. Purtroppo l’establishment dell’Ue non può offrire una simile leadership. I policymakers abituati a operare dietro le quinte di rado sono in grado di reinventarsi come leader efficaci.

 

È paradossale che ancora oggi ci siano molti sostenitori dell’Ue che si rifiutano di ammettere le conseguenze negative del deficit democratico. Amartya Sen, professore dell’Università di Harvard e vincitore del premio Nobel per l’economia, di recente ha accusato le agenzie di rating di mettere in pericolo i governi legittimi, di esautorare la tradizione democratica europea e di emettere condanne unilaterali. Ma Sen sembra dimenticare le condanne unilaterali di Bruxelles.

 

Indubbiamente le agenzie di rating hanno una loro agenda e di certo non sono più democratiche della Commissione europea. È un bene, però, che costringano l’Ue a guardare in faccia la realtà. ( Fonte: www.presseurop.eu/ Spiked Londra/ Traduzione di Anna Bissanti)

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