Riflessioni sull'Unità d'Italia. Conferenza alla SUNY Stonybrook per analizzare 150 anni di "sviluppo, lavoro, emigrazione"

Manca ancora qualche mese al 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, ma già sono partite alcune iniziative volte a discutere ed analizzare il significato di questo importante e a volte controverso traguardo. Raggiunta il 17 marzo 1861, l'Unità è infatti ancora oggi argomento di dibattiti accesi e visioni discordanti. Una tendenza, questa, confermata durante la conferenza intitolata "Sviluppo, Lavoro, Emigrazione: una storia italiana lunga 150 anni", tenuta all'università SUNY Stony Brook lo scorso 12 dicembre.

Benché il titolo della conferenza presupponesse una chiara attenzione sui temi del lavoro e dello sviluppo dell'Italia, gli argomenti affrontati durante la giornata hanno anche spaziato dal cinema alla letteratura, dalla politica estera al progresso economico e sociale, dal ruolo della mafia in Sicilia all'importanza della figura di San Francesco. Volendo, sono tre le aree tematiche in cui si possono dividere gli interventi della giornata: culturale, socio-economica e politica. La cosa che ha però accomunato quasi ogni intervento è stata la volontà di mettere in discussione determinate questioni riguardanti non solo i primi 150 anni di storia italiana, ma anche il processo che ha portato all'unificazione.

È in questo quadro che si può inserire l'intervento di Luigi Troiani, professore alla Pontificia Università San Tommaso d'Aquino a Roma e columnist su Oggi7 di America Oggi. A chi vede nell'unificazione un atto di forza imposto dal Piemonte, Troiani risponde che "la nostra storia non è molto dissimile da quella di altri paesi europei. È stata una conquista militare come tutte le unioni. Pensate alla stessa Guerra Civile americana", iniziata un mese dopo l'unità italiana. Per Troiani, l'unificazione avvenne anche grazie al contributo della diplomazia internazionale: "Un po' tutta l'Europa guardava con simpatia all'unità d'Italia, anche per una questione di equilibrio politico nel continente". Da una parte, spiega Troiani, erano gli inglesi, preoccupati da una possibile alleanza franco-italiana, mentre Bismarck in Germania vedeva di buon occhio un'Italia che facesse da ago della bilancia politica. "Il problema vero dell'Italia in tutti questi anni - conclude Troiani - è che non si è mai definito un interesse nazionale, rendendo difficile una politica estera unitaria".

Poco unitaria è anche l'immagine del Risorgimento trasmessa dal cinema. Secondo Gioacchino Balducci, professore di cinema italiano a Stony Brook, "il Risorgimento è stato un successo" che però non ha mai attirato l'attenzione di registi o pubblico. "Fare film su quell'epoca oggi è difficile, come dimostra lo scarso interesse per ‘Noi Credevamo' di Mario Martone, con Luigi Lo Cascio. C'è un forte filtro ideologico e politico che spinge alcuni a vedere il Risorgimento come una rivoluzione fallita". Eppure di capolavori cinematografici sul periodo storico ce ne sono. Balducci ne consiglia tre in particolare: "Viva l'Italia", di Roberto Rossellini, "Il Gattopardo" e "Senso", entrambi di Luchino Visconti.

Forse un altro motivo per cui il Risorgimento non viene esaltato, a distanza di 150 anni, è la concomitante nascita della mafia in Sicilia, tema al centro dell'intervento di Stefano Vaccara. Per il giornalista, che insegna un corso sulla mafia al Lehman College della CUNY, la Sicilia era all'epoca "uno stato difficilissimo da tenere sotto controllo", motivo per il quale il Piemonte, al momento di annettere l'isola, aveva fatto ricorso all'organizzazione criminale "come strumento di governo locale". È solo con l'avvento del fascismo che la mafia perde la sua rilevanza come potere organizzativo, per tornare pochi anni dopo. Quei primi anni del Ventennio sono la prova dell'unicità siciliana, dice Vaccara citando Leonardo Sciascia: "Ne ‘Il Giorno della Civetta', il Capitano Bellodi pensa ai contadini siciliani come unici italiani che si sono sentiti liberi sotto il fascismo".

Del periodo fascista in letteratura ha trattato anche l'intervento di Irene Marchigiani, che ha preso il libro ‘Canale Mussolini' di Antonio Pennacchi, vincitore del Premio Strega 2010, come esempio della distanza che ancora frapponeva italiani del nord e del sud. Attraverso la tecnica del romanzo storico, Pennacchi descrive importanti passaggi storici del primo Novecento attraverso tre generazioni della famiglia Peruzzi, facente parte di una migrazione di massa dal Veneto e dal Friuli verso l'Agro Pontino bonificato. Si palesa così quanto poco si conoscano gli italiani tra di loro, con spesso un senso di sfiducia nei confronti dei "polentoni" del nord o i "terroni" del sud.

Di letteratura ha parlato anche Luigi Fontanella, professore d'italiano a Stony Brook, analizzando però l'influenza degli scrittori italiani ed italo-americani negli Stati Uniti. Sono tre i gruppi a cui fa riferimento Fontanella. Il primo riguarda scrittori come Emanuel Carnevali - scrittori già affermati in Italia che nei primi decenni del Novecento decidono di emigrare al di là dell'oceano Atlantico. Poi c'è il gruppo di scrittori nati e cresciuti negli USA ma che nei loro scritti riflettono una cultura italiana trasmessa dai genitori o dai nonni emigrati. È il caso di John Fante e Pietro Di Donato. Il terzo ed ultimo gruppo è quello degli scrittori italo-americani affermatisi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Qui avviene un'ulteriore trasformazione: gli scrittori di questo gruppo, come Giose Rimanelli, sono perfettamente bilingui e riescono a trasporre l'idioma misto che caratterizzava i dialoghi della prima generazione di migranti.

Sul tema dell'immigrazione ha parlato estensivamente anche il direttore del Centro Studi Italiani di Stony Brook, Mario Mignone, che ha ospitato la conferenza. Il professore d'italiano ha guardato all'emigrazione come risorsa economica e politica, parlando tra l'altro del "grande impatto che le rimesse dagli Stati Uniti hanno avuto sull'economia locale in Italia". Oggi, invece, la situazione si è capovolta, dice Mignone, con gli immigrati in Italia a fare la differenza. "Secondo l'Istat, gli immigrati oggi contribuiscono per l'11,1 per cento del PIL. Il lavoro, insomma, è da sempre un capitale, ma all'epoca delle grandi migrazioni l'Italia mandava questo capitale all'estero". 

Ma gli immigrati dall'Italia non portavano con sé solamente la voglia di lavorare. Portavano anche certi valori che li aiutavano a stare insieme e superare le avversità incontrate. Il loro era un po' lo spirito di San Francesco - tema trattato da Suor Raffaella Petrini, della Pontificia Università San Tommaso d'Aquino. "Il suo è stato sempre un lavoro volto a pacificare ed unire", ha detto Petrini. È per questo che il santo patrono d'Italia "è sempre stato nel cuore degli italiani, credenti o meno". Non a caso, "Papa Giovanni Paolo II ne aveva parlato come espressione del genio italico". Petrini ci tiene a far sapere che è proprio nel contesto della fratellanza che la figura di San Francesco è stata valorizzata dal Parlamento italiano con la legge 24 del 2005, che riconosceva il 4 ottobre come Giornata della Pace.

Altri interventi della giornata hanno affrontato il tema del federalismo politico e fiscale (Prof. Salvatore Rotella, Riverside Community College, California),lo sviluppo delle istituzioni sociali del paese (Albino Gorini, Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro), il ruolo della Chiesa nello sviluppo di un'identità italo-americana (Prof. Alan Hartman, Mercy College) e la modifica del concetto di canone letterario introdotta dalla "Storia della letteratura italiana" di Francesco DeSanctis (Prof. Giuseppe Gazzola, Stony Brook). In coda alla conferenza è stato anche mostrato un breve documentario sulla canzone napoletana, "Birds of Passage: I musicisti napoletani a New York (1895-1940)", di Simona Frasca.

Molta, insomma, la carne al fuoco. La conferenza ha avuto l'indubbio merito di mettere in luce, discutendone, i numerosi temi che ancora oggi sono al centro dei dibattiti sull'Unità e sul Risorgimento. La speranza per il 2011 è di vedere molte altre conferenze simili, magari con una struttura tematica più organizzata, che possano affrontare con la stessa onestà intellettuale la storia dell'Italia unita.

Autore: Nicola .Orichuia@gmail.com/ Fonte: www.americaoggi.info

 

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