Riecco l’Islanda: crisi alle spalle, crescita al 3% e sinistra verso l’opposizione

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

http://www.lindipendenza.com/wp-content/uploads/2012/03/grimson-pres-islanda-300x187.jpgL’Islanda continua a confermarsi come uno dei più interessanti laboratori politici dell’Europa dei prossimi anni. Non inganni la popolazione numericamente limitata dell’isola o la trascurabile dimensione del locale prodotto interno lordo tutto quanto derivato, o quasi, dalle due principali industrie ovverosia il turismo e la pesca. Nella realtà, infatti, gli avvenimenti degli ultimi quattro anni hanno segnato una cesura profonda nel rapporto tra istituzioni e governati quale mai era stato dato intravvedere nel resto del continente almeno dai tempi dell’89 culminati con il crollo del blocco comunista-popolare orientale. Presto per parlare, come molta pubblicistica dal sapore sensazionalistico rilancia sul web, di possibile quadratura del cerchio democratico con il potere sottratto alle oligarchie politiche e finanziarie per essere restituito al proprio legittimo proprietario, il popolo sovrano. Ma qualcosa di molto importante è senza dubbio avvenuto proprio sotto il circolo polare artico.

Riepiloghiamo per sommi capi la vicenda  prima di trattare  l’avvenimento del giorno che segna un po’ l’affermazione definitiva del cambiamento che, però, ripudia i canoni del rivoluzionismo classico almeno come siamo adusi ad osservarlo da un paio di secoli a questa parte. Niente patiboli, niente sangue per le strade di Reykjavik, nessun capopopolo sanguinario abbagliato da utopie fanatiche quanto inconcludenti, ma una rivoluzione, usiamolo pure, quindi, questo termine, che ha avuto protagonisti determinati quanto pacifici nel riscattare una dignità inopinatamente travolta dallo tsunami finanziario globale che continua ad infuriare altrove.

Fallite le tre principali banche private del paese nell’autunno 2008 causa la spirale speculativa in cui si erano precipitate allettate dalla sconsiderata politica espansiva della FED americana, la protesta montava per le strade della capitale ed il Parlamento stesso veniva cinto d’assedio  dalla folla in bancarotta. Enorme l’umiliazione subita: da paese-cartolina magnificato in tutte le statistiche internazionale e nelle brochures di ogni agenzia di viaggi l’Islanda si trovava sull’orlo del definitivo tracollo. Risultato del movimento, se vogliamo anticipatore dei ben più velleitari “Indignados” o “Occupy” in giro per il mondo, furono la caduta fragorosa del governo conservatore (incapace di mantenere il discrimine tra economia produttiva e videogame cartaceo – monetari), nazionalizzazione temporanea degli istituti di credito e processo della classe dirigente responsabile del disastro. Cose che in qualsiasi angolo del pianeta avrebbero fatto tremare per le possibili conseguenze in tema di confisca delle libertà civili, ma che qui sono state gestite con la compostezza e la civiltà che contraddistingue questa gente.

Condannati i manager cialtroni, assolto dai capi di imputazione più gravi, dopo un dibattimento appassionante, l’ex Premier Haarde, la sinistra al governo si prepara, con ogni probabilità, a ritornare tra  i ranghi dell’opposizione restituendo il timone ai rinfrancati e ripuliti Tories dell’Independence Party che conserveranno sicuramente memoria del castigo elettorale del 2009 dovuto alla loro sufficienza e dabbenaggine. Il motivo che ha tarpato le ali alla stagione progressista dell’Esecutivo guidato dalla Signora Sigurdadottir è stato l’atteggiamento assunto dal suo governo in merito al dossier ICESAVE: nulla altro che la astronomica richiesta di rimborso da parte dei creditori esteri travolti dal default bancario islandese. E qui entra in scena l’uomo del momento, ovvero  il Presidente della Repubblica, Olafur Ragnar Grimsson (foto).

Valutata l’impossibilità di onorare lo spaventoso debito ammontante a diversi miliardi di euro che avrebbe costretto i cittadini a dover subire almeno due decenni di austerity dura e pura, Grimsson decise di sottoporre a referendum la materia in aperta opposizione al voto dell’Althingi. La risposta dell’urna fu quasi unanime: per ben due volte il quesito diede torto alle ragioni dei creditori e ragione a quelle degli indebitati. Il primo cittadino divenne l’emblema del ritrovato orgoglio nazionale e l’Islanda, al netto delle tensioni con gli stati protagonisti del braccio di ferro (Regno Unito ed Olanda, soprattutto) ha ripreso un discreto cammino di ripresa economica che pare ben più promettente di quello delle commissariate economie dei paesi PIIGS (circa un +3% di PIL nel 2011).

Resta da accennare brevemente ai negoziati per la futura adesione all’Unione Europea che vanno avanti a passo spedito. Anche qui, però, c’è da notare una forte sottovalutazione da parte di Bruxelles dell’atteggiamento di ripulsa della maggioranza degli islandesi che respingerebbero con chiara maggioranza un passo giudicato avventato ed innaturale nonostante le difficoltà della moneta locale penalizzino non poco il ritrovato equilibrio dei conti. Da tutto quanto sinora accennato era facile ipotizzare quale sarebbe stato l’esito finale dell’elezione diretta del nuovo capo dello stato svoltasi domenica. Ebbene con il prevedibile trionfo dell’altro ieri (più del 52% dei consensi, 20 in più della principale avversaria) Olafur Grimsson, giunto al suo quinto mandato, è stato incoronato come timoniere indiscusso della difficile navigazione islandese nel tempestoso mare della crisi mondiale. Compito impervio per chiunuqe. Ma non, forse,  per i discendenti di quegli intrepidi marinai lanciatisi più di mille anni fa oltre le frontiere dell’ignoto a scoprire e colonizzare una nuova terra sconosciuta.

Fonte: www.lindipendenza.com

Autore: SALVATORE ANTONACI

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