Reggio Calabria: In calo i neri, aumentano gli immigrati slavi. Rosarno, un anno dopo la rivolta

Camminano per la piazza parlando tra loro, i cappucci delle felpe tirati su a proteggersi dal freddo. Non sono più numerosi come lo scorso anno, ma rappresentano comunque una presenza visibile, in una cittadina di meno di 15 mila abitanti. Il clima che si respira, però, è di assoluta calma. La "rivolta dei neri" che lo scorso anno sconvolse Rosarno, con la reazione degli abitanti, é ormai solo un ricordo. La piazza intitolata a Peppino Valarioti, segretario della locale sezione del Pci ucciso dalla ‘ndrangheta nel giugno del 1980, è un pò il "cuore" di Rosarno. Passeggiando tra gli alberi "colorati" dalle luminarie natalizie e le panchine occupate dagli anziani, si percepisce che il peggio è passato.

Rosarno è abituata alla presenza degli africani giunti per lavorare nella raccolta degli agrumi. Una vera e propria integrazione non c'é mai stata, visto che molti dei migranti sono stagionali, ma la convivenza è sempre stata pacifica. Tranne nel gennaio 2010, quando il ferimento di due immigrati fece scoppiare scontri violenti conclusi con 66 feriti tra immigrati, abitanti e forze dell'ordine.

Ci fu un "corto circuito" dice adesso il sindaco Elisabetta Tripodi, del Pd, eletta da appena tre settimane dopo oltre due anni di commissariamento del Comune per infiltrazioni mafiose. Mai i migranti erano stati così tanti, circa duemila. Una serie di voci false su morti e feriti, spiega il sindaco, fece il resto. Adesso la situazione è diversa. Gli africani sono poco più di 800, distribuiti in tutta la piana di Gioia Tauro. Alcuni li vedi camminare in centro, alla fine della giornata di lavoro, con i loro stivali di gomma. Molti altri, la maggioranza, si muovono sulla statale 18, dove una volta sorgevano i "ghetti", pedalando sulle biciclette che spesso sono un regalo degli abitanti. In giro per Rosarno, però, si vedono anche lineamenti diversi: sono quelli dei lavoratori dell'est europeo, soprattutto bulgari e romeni che si sono ricongiunti alle mogli già in Calabria per lavorare come badanti. Le due comunità vivono ognuna per conto proprio.

Quelle che invece, paradossalmente, sono peggiorate, sono le condizioni in cui i migranti vivono. Lo scorso anno erano radunati in due ghetti: l'ex cartiera Rognetta, abbattuta dopo la rivolta, e nell'Opera Sila, adesso chiusa. Ai "neri" non è rimasto altro da fare che distribuirsi in vecchi casolari nelle campagne o ammassarsi in tuguri in paese. Uno di loro, nel novembre scorso, è morto per una polmonite, ucciso dal freddo patito in un casolare senza elettricità né acqua.

Niente, è la voce unanime che si leva dall'Amministrazione comunale e dalle varie associazioni, si è fatto per l'accoglienza. Di un centro da 150 posti si parla da tempo, ma nessuno l'ha visto. E la riqualificazione dell'area della Rognetta, finanziata dal Viminale, è ferma per un ricorso. Il Comune sta allestendo un centro da 120 posti, ma ancora, dice il sindaco, non sono arrivati i container della protezione civile regionale. L'altro problema drammatico è la crisi dell'agrumicoltura. I proprietari dei fondi ricevono dai 5 ai 7 centesimi a chilo contro un prezzo che dovrebbe attestarsi sui 15 centesimi. "A questi prezzi - spiega don Pino Demasi, referente di Libera - molti preferiscono non raccogliere. In città non c'é un clima di conflittualità, ma il problema è il futuro del settore".

Ed il calo dei "neri" è dovuto soprattutto a questo. C'é poi il problema dei "fantasmi", come li chiama Giuseppe Pugliese, dell'associazione Migranti. Si tratta, spiega Alessio Magro, dalla rete Radici, di quegli immigrati in attesa della definizione dello status di rifugiato. Hanno il permesso di soggiorno, ma non possono lavorare o prendere una casa in affitto. Per loro e per gli irregolari, che comunque, sono una piccola minoranza, sono aperte le porte dell'associazione Ominia, diretta da un ragazzo marocchino, Bubker El Hafian, che offre anche assistenza sanitaria.

Per molti immigrati, i volontari di queste associazioni sono il vero contatto con la realtà del luogo, prima di tornare a "rifugiarsi" nelle loro catapecchie senza luce né acqua. ( Fonte: www.americaoggi.info)

 

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