" Quell'avvelenamento del linguaggio che (oggi) colpisce gli zingari " di Marco Brando

http://www.ilfuturista.it/images/resized/images/stories/politica2/zingaropoli_200_200.jpgOggi, finalmente, mi sono sentito male. Nel senso che - attraversando Milano in auto - ho riletto i manifesti della Lega Nord, quelli che riprendono le parole del leader Umberto Bossi: “Milano Zingaropoli con Pisapia. Vota Letizia Moratti”. Uno slogan partorito in attesa del ballottaggio, dopo la sconfitta al primo turno del candidato sindaco del centrodestra, la Moratti appunto, da parte di quello del centrosinistra Giuliano Pisapia.

 

Scrivo che finalmente mi sono sentito male non perché sono indignato per l’accostamento al nome di Pisapia. Diciamo che quella menzogna mi aveva fatto arrabbiare subito, ma nello squallore di questa campagna elettorale non mi aveva colpito più di tanto. Anzi, le smargiassate leghiste in salsa berlusconiana strappano persino qualche sorriso amaro, tanto sono grossolane.

Ma non è questo il punto. Sono stato male proprio perché mi sono reso conto di un fatto: fino a quell’istante non avevo percepito l’intollerabile tragico insulto che sta in quella parola di 11 lettere: “Zingaropoli”. Mi sono detto: come mi sono potuto assuefare così tanto al clima di odio razziale creato da certa politica, da non accorgermi subito del baratro di inciviltà che sta dietro quella parola?

"Zingaro" - che viene dal greco Athìnganoi (indicava gli esponenti di una setta eretica perseguitata) - già di per sé è una parola razzista: come "negro" o "vu cumprà". La si sente usare nel linguaggio quotidiano: "Essere come uno zingaro", mal vestito e sporco; "Ti faccio portare via dagli zingari", per dire a un bambino che sono malvagi. In realtà in Italia gli “zingari” chiamano se stessi con due nomi: Rom (nel Centrosud) e Sinti (Nord), il cui significato è "uomini". Oggi in Italia ci sono da 60.000 a 90.000 zingari. Il nucleo maggiore è costituito dai Sinti. Di questi circa 25.000 vivono nei campi-nomadi; gli altri in case normali (molti sono italiani nati ad Istria). L'altro gruppo è quello dei rom jugoslavi, ultimi arrivati: non sono più di 10-12.000 persone, tutti nei campi.

Questo popolo cominciò a spostarsi verso l’Europa, dall’India (anche in seguito alla pressione islamica), alla fine del primo millennio. La loro storia, dopo quell’esodo? Non è mai stato valutato davvero quanti” zingari” siano stati impiccati, messo al rogo e torturati con l'accusa di stregoneria. Si sa invece che i nazisti uccisero nei lager mezzo milione di “zingari”, un genocidio di cui si è sempre parlato molto poco. Una “zingaropoli” c’è stata davvero: quando, il 2 agosto 1944, oltre 3000 rom furono raccolti nel campo di sterminio di Auschwitz, dove c’era una sezione destinata a loro (il campo BIIe); in un solo giorno furono ammazzati tutti nelle camere a gas.

 

Già l’8 dicembre 1938 il capo delle SS, Heinrich Himmler, scrisse: “Le esperienze raccolte finora nel combattere la piaga degli zingari … rendono opportuno risolvere il problema ... tenendo ben presente la natura di questa razza”. Un anno dopo, il 17 ottobre 1939: “Gli zingari... dovranno essere arrestati e... sistemati in campi di raccolta speciale fino al momento della loro definitiva evacuazione”. Per mezzo milione di loro si aprirono così i cancelli di Dachau, Buchenwald, Mauthausen, Gusen, Flossemburg, Ravensbruck e, appunto, Auschwitz. Non ne uscirono più. Eppure a Norimberga non furono ascoltati come testimoni e si rifiutò loro il pagamento dei danni di guerra.

E oggi? Lo stile di vita di una parte degli “zingari” può non piacere. Non deve piacere quando le condizioni di alcuni di loro sono indegne di esseri umani. Ma i campi nomadi non sono una palla da far rimbalzare qua e là a colpi di sgombri, tanto per far pubblicità al sindaco, al vicesindaco o all’assessore di turno. Serve una politica che garantisca anche i piccoli rom vadano a scuola e che le condizioni di vita siano decorose: unica strada per l’integrazione, nei limiti del possibile. Senza dimenticare che nella società contadina avevano un loro ruolo: allevavano e vendevano cavalli, aggiustavano le pentole, lavoravano i metalli, suonavano alle fiere, facevano i burattinai.

 

E i rom, fino a 30 anni fa, non finivano mai in cella. Poi la società è cambiata, loro ne sono stati quasi del tutto espulsi.

Però oggi non è tollerabile che ci sia chi gioca sul nome razzista usato nei loro confronti: coniando “zingaropoli”, sputando e ironizzando su una tragedia immane. Questo è razzismo, il peggiore, perché si insinua nei nostri cervelli come se tutto fosse normale. È giusta dunque la condanna delle parole di Umberto Bossi e Silvio Berlusconi da parte del presidente della Federazione nazionale della stampa Roberto Natale: in un comunicato ha ricordato che “l’avvelenamento del linguaggio è un problema che riguarda tutti, compresi noi giornalisti che le parole le maneggiamo per lavoro” e “non c’è proprio bisogno di aggiungere un altro vocabolo al glossario del disprezzo”. Non solo.

 

Proprio oggi - l’ho letto solo dopo essermi sentito male - l'associazione di volontariato Naga ha presentato un ricorso al Tribunale Civile di Milano contro la Lega Nord e il Pdl: per il "contenuto altamente discriminatorio" dei manifesti con la scritta "zingaropoli" e delle dichiarazioni del premier sul rischio che Milano diventi una "zingaropoli islamica".

Eppure tutto ciò non mi aiuta a giustificarmi del tutto per non essermi indignato subito. Perché non possiamo non fare i conti con le nostre coscienze: questo brutto clima ci ha così abituati al cattivo gusto che, a volte, non riusciamo più ad individuare i semi della mostruosità seminati tra tante battutacce. Invece dobbiamo ritrovare la forza di indignarci; e di ritrovare il nostro sofferto patrimonio di civiltà. Prima che qualcuno s’inventi, magari, “Negropoli”, “Frociopoli” o “Ebreopoli”... Tanto per divertirsi un po’.

( Fonte: www.ilfuturista.it)

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