Quei suicidi figli della crisi economica

Pochi giorni fa un assicuratore romano di 30 anni ha assassinato il titolare della sua agenzia con una mazza da baseball, al culmine di un violento litigio. Nelle stesse ore, un ex dipendente di un’azienda di Piano del Quercione, in Toscana, aveva ucciso a colpi di pistola il direttore dell’azienda e il suo vice, per poi suicidarsi.

 

Al primato della “notizia” la stampa non può evidentemente sfuggire (per quanto sulla gerarchia delle notizie medesime e sul modo in cui vengono propinate ai lettori ci sarebbe molto da discutere) e così per riflettere sugli omicidi-suicidi più o meno legati ai destini lavorativi di due cittadini sono stati chiamati in causa gli ‘esperti’. Per cercare di individuare le risposte della psicologia e della psichiatria alla durezza di alcuni fatti di cronaca nera.

 

“E’ la congiuntura tra crisi economica – con le incertezze lavorative che si aggiungono alle tante insicurezze della vita – e i cattivi rapporti in ambiente lavorativo, dove formalità e competizione schiacciano i singoli, a stressare il lavoratore che può arrivare ad uccidere o a suicidarsi per timore di un licenziamento”, secondo il professore associato di Psichiatria dell’Università Cattolica di Roma, Luigi Janiri.

 

Proprio la crisi economica “ha comportato un aumento del disagio psicologico – ha sottolineato il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi Giuseppe Luigi Palma – e la maggiore frequenza dei casi di disagio è conseguenza e implicazione del clima di incertezza’. Il posto di lavoro “oggi è molto più ambito e ritenuto vitale che in passato -  ha invece osservato ancora il criminologo Francesco Bruno – e in un’Italia divisa tra garantiti e non garantiti nascono nuove povertà e nuovi bisogni”. In questo clima, sempre secondo Bruno, “il lavoratore si mette di fronte a una situazione di sopravvivenza e ciò può scatenare, in soggetti fragili e con patologie paranoiche, atti eclatanti, sia omicidari che suicidari. Con stress mai riconosciuti dal tessuto sociale”.

 

Bisognerebbe intervenire sul terreno normativo “dando ai datori di lavoro gli strumenti per valutare la salute mentale dei dipendenti – ha aggiunto il presidente dell’Ordine degli psicologi Palma – e si tratta non soltanto di un fattore di civiltà, ma anche di un investimento nella prevenzione di disagi sociali e dei rischi sul posto di lavoro”.

 

Senonchè il punto cruciale della riflessione tra gli esperti, pur enunciato correttamente dai professori Palma e Janiri, resta inevaso per effetto delle inadeguatezze incrociate del mondo imprenditoriale e della classe politica italiana: la crisi economica è infatti strutturale, e lo dimostra il crollo inesorabile di interi comparti produttivi che si accompagna alla “fuga” di migliaia di cervelli e all’impossibilità per milioni di giovani di immaginare un futuro che non faccia rima con “precarietà”. Come uscire, dunque, dal ginepraio?

 

Peraltro, il declino dell’industria paga il suo scotto a partire dalle Regioni ex “locomotive” d’Italia: diciotto imprenditori del nordest si sono tolti la vita solo negli ultimi mesi, anche se il rischio-suicidi nelle zone del Paese più “ricche” è trasversale alle categorie sociali, come ha argomentato lo psichiatra Maurizio Pompili, docente all’Università alla Sapienza e medico all’ospedale Sant’Andrea di Roma, intervistato da RaiNews24: “Già l’antropologo Durkheim affrontò l’argomento alla fine dell’Ottocento – ha ricordato Pompili – così come il tema fu oggetto di dibattito negli anni 30, durante la ‘grande crisi’. E tutt’oggi, soccorrendo al pronto soccorso chi ha tentato il suicidio, ci accorgiamo quanto il fenomeno sia legato alla ‘miseria umana’ più che ad un ‘disturbo psichiatrico’ o ad una depressione in senso stretto”.

 

La perdita di un lavoro o un grave problema relazionale possono condurre il soggetto ad “immaginarsi in un tunnel – ha continuato Pompili – e non intravedere una prospettiva può divenire il fattore scatenante di un disagio tanto forte”. La vergogna, l’umiliazione, il senso di responsabilità tradito “possono turbare fortemente una persona” arrivando ad uno stato di “depressione che definiamo sommariamente ‘reattiva’, cioè dipendente da un fatto oggettivo percepito come fallimento”. Grazie ad alcuni studi condotti alla Sapienza, ha riferito lo psichiatra, “abbiamo osservato attraverso le statistiche che il suicidio è più frequente dove c’è più occupazione: perchè in quelle zone la sopraggiunta condizione di disoccupato risulta più umiliante, mentre il non-lavoro viene in qualche modo ‘messo in preventivo’ in altre zone più ‘abituate’ alla disoccupazione”.

 

Se dunque il problema, nella sua complessità, scorre davanti agli occhi degli ‘esperti’ da oltre un secolo, neanche le società moderne (che si pretendono ‘evolute’) sono riuscite ad affrontarlo con rigore. Tanto per cominciare, ha annotato Pompili, “il solo fatto di parlare di suicidio aiuta a ridurre il rischio: le aziende perciò dovrebbero veicolare la prevenzione della crisi suicidaria e psicosociale”.

 

Per quanto riguarda gli organi di informazione, al contrario, dovrebbero forse parlarne un po’ meno, dal momento che i telespettatori si sorbiscono da anni la spettacolarizzazione degli eventi luttuosi legati a suicidi o omicidi eccellenti. Con l’ausilio di presunti ‘esperti’ (il più delle volte avulsi dai contesti scientifici più seri e accreditati) e con la messa in scena di penose ricostruzioni dei luoghi del delitto, trasformati in location per assetati di sangue.

 

Giova ricordare che esiste un ‘Codice etico della ricerca e dell’insegnamento in psicologia’, che recita quanto segue, a proposito dei rapporti tra esperti e i mass media: “Occorre evitare di personalizzare il rapporto tra l’utente e chi svolge la ricerca psicologica (per esempio somministrando test all’interno di spettacoli televisivi, o rispondendo a domande in trasmissioni radiofoniche o sui giornali). Inoltre occorre astenersi dall’esprimere valutazioni e giudizi su casi specifici che non siano basati sulla conoscenza diretta e personale del caso e su un’adeguata documentazione”.

 

C’è però da dubitare che nel Paese abituato al “ghe pensi mi” esista ancora la possibilità di far rispettare sacrosanti principi etico-professionali. ( Fonte: inviatospeciale.com )

Autore: Paolo Repetto

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