Quando sport fa rima con odio - di Vincenzo Tessandori

http://new.caffe.ch/media/2013/11/21059_3_medium.jpgOdio. Senza se e senza ma, sostantivo o verbo, è la parola più usata e abusata. Nemico, secondo il Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli "colui con il quale si è in guerra", ha ormai soppiantato avversario, "chi sta dalla parte avversa". Così l'altro giorno, a tutta prima pagina, La Gazzetta dello Sport, maggior quotidiano sportivo italiano, è stata costretta a questa sconfortata diagnosi: "Ultimo stadio". Il fatto è che siamo oltre. Il tifo che molti di noi riversano sulla squadra del cuore addobbandolo di forsennato amore, speranze illogiche, grigie frustrazioni, deliri pittoreschi, sembra soppiantato da quell'atmosfera infetta che inquina stadi e dintorni.
Agli occhi di troppi, la partita equivale a un'occasione imperdibile per dare visibilità alla propria smania di distruzione. Tutto appare abbrutito e deformato nello stravolto mondo del calcio, del basket, dell'hockey, come accade spesso in Ticino, ma anche di altri sport. Ma non è ordinario teppismo, non si tratta soltanto delle sberle e degli insulti fra i seguaci del "disco" di Ambrì e Lugano o di Berna e Zurigo, oppure fra quelli del pallone di Verona e delle squadre del Mezzogiorno d'Italia; un tempo di Liverpool e Juventus: nessuno ha dimenticato che mercoledì 29 maggio 1985, allo stadio Heysel di Bruxelles dove Juventus e Liverpool giocarono una stralunata finale di coppa dei campioni, gli hooligans provocarono la morte di 39 persone e il ferimento di 600; ancora 4 anni selvaggi e il 16 aprile 1989, quelli del Liverpool e del Nottingham Forest si scontrarono nello stadio Hillborough di Sheffield: 95 morti. Dall'altra parte dell'Atlantico quelli della Barra brava, sostenitori furibondi del Boca Juniors di Buenos Aires non hanno mai avuto rispetto neppure per se stessi. Ogni squadra nasconde un nido di ultrà, con tutto un corollario di follie. Tollerate di fatto e questa tolleranza ha finito per convincere i peggiori di noi di poter godere d'imperitura impunità. Così si è arrivati ai fatti di Salerno dove, per evitare le minacce dei propri sedicenti sostenitori, i giocatori ospiti della Nocerina sono fuggiti dal "green" e "cancellato"la partita. E durante l'ultimo Juve-Napoli, mentre lo speaker esortava alla calma, la curva bianconera ritmava: "Noi facciamo quel cazzo che vogliamo". Sospira il sociologo Nando dalla Chiesa, figlio del prefetto ucciso a Palermo dalla mafia, autore di "La farfalla granata", biografia di Gigi Meroni, campione del Torino tragicamente morto in età verde: "Ormai, più che aiutarci a dimenticare per qualche ora i problemi sociali, lo sport è diventato esso stesso un problema sociale, sempre più luogo di violenza, di odio tollerato, di pavidità, di corruzione e di vittorie drogate, anche nel senso letterale del termine. Rappresentazione, troppe volte, della società peggiore". Poi, conclude allarmato che tutto questo accade "con il consenso di chi vive (e anche bene) di sport, ma non lo ama".
Questa cornice contiene di tutto: razzismo; omofobia; organizzazioni criminali che manovrano scommesse clandestine, vendono e comprano partite, ricattano. Un flop, finora, i rimedi tentati: sospensioni, denunce, partite a porte chiuse, curve "squalificate", multe alle società. Sgomenta ammetterlo, ma la sola ricetta che ha raccolto qualche concreto successo è quella imposta dopo i fatti di Hillsborough da Margaret Thatcher: arresto, immediato processo ed eventuale condanna al carcere non commutabile dei teppisti-tifosi. Dunque, tolleranza meno di zero. Ma per ottenere qualche risultato occorre avere la schiena diritta e non tutti ce l'hanno, fra dirigenti e responsabili delle società sportive. Risuonano ancora le odiose dichiarazioni di Sepp Blatter, presidente della Fifa, insomma, il gran capo della tribù del calcio, alla vigilia della Confederation Cup in Brasile, quando la gente protestava per le deplorevoli condizioni di troppi: "Il calcio è più importante dell'insoddisfazione delle persone". A qualsiasi prezzo? Così sembra. Anche dell'odio.
Fonte: www.caffe.ch

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