Quando lo sport è violento, nell’indifferenza di media e federazioni

Bullismo, pressioni fisiche e psicologiche, abusi sessuali: questi i dati agghiaccianti che emergono dall’ultimo  rapporto Unicef sullo sport giovanile. Una prospettiva scura, volontariamente nascosta o ignorata da tutti, media e federazioni sportive, e che tuttavia coinvolge un largo numero di giovani atleti in tutta Europa, Italia compresa.

 

I problemi ci sono, e sono tanti. A cominciare dalle pressioni psicofisiche a cui i ragazzini sono spesso sottoposti da parte dei “mister”, in nome di un obiettivo da raggiungere o di una medaglia da vincere: allenamenti forzati anche in caso di infortunio perché «Se non sanguina, non devi preoccuparti», esercitazioni di ore ed ore, privazione di cibo e acqua e interminabili sedute di sauna per perdere peso ed aumentare le prestazioni: pratiche che stanno alla base dei numerosissimi fenomeni di anoressia riscontrati soprattutto nell’ambito della ginnastica e dell’atletica leggera. Ma anche urla, spinte, insulti, percosse, fino ad arrivare al vero e proprio abuso sessuale.

 

Uno studio danese ha dimostrato come, su 250 studenti impegnati in attività agonistiche, ben il 25% abbia dichiarato di aver subito molestie o violenze da parte dell’allenatore, o di aver saputo di episodi simili avvenuti ad amici e coetanei. A ciò si aggiunge inoltre la ‘violenza da spogliatoio’, i fenomeni di bullismo che, mascherati da riti di iniziazione alla squadra e spesso sostenuti dall’allenatore come prove per inserirsi nel gruppo-branco, si riversano in particolar modo sugli elementi marginali: stranieri, presunti omosessuali, ecc. Il tutto condito da abusi di alcol e sostanze dopanti.

 

Tutte pratiche che verrebbero facilmente controllate e corrette tramite codici etici e sanzioni disciplinari appropriati, che, tuttavia, nessuno ha ancora scritto. Mentre gli appelli per uno sport più pulito si scontrano contro l’indifferenza generale e l’interesse esclusivo delle federazioni per il risultato, più che per i giovani atleti.

 

In Italia, la situazione appare meno tragica che in altri paesi presi in esame dal rapporto Unicef. Secondo Massimo Achini, presidente nazionale del Centro Sportivo Italiano (Csi), gli aspetti più degenerativi, come il nonnismo da caserma o gli abusi sessuali, in Italia sono fenomeni assolutamente marginali, o almeno non tali da richiedere un allarme come quello lanciato dall’Unicef. Tuttavia, prosegue Achini in un’intervista ad Avvenire, anche in Italia si avverte una tendenza al considerare i piccoli atleti solo come soldatini da addestrare: un modo di approcciare l’attività sportiva che «li sprona esclusivamente in funzione del risultato, li spreme per tirar fuori il campioncino». «Tutto questo – prosegue – provoca grandi drammi (…) come la dispersione scolastica, problemi di natura psicologica, grossi guai da sovraccarico di allenamento, cioè problemi motori e di postura dovuti allo sfruttamento fisico del ragazzo. Secondo questa mentalità, l’unico scopo è formare un vivaio da cui trarre un ‘fenomeno’ ogni tanto, e non si pensa alle centinai di migliaia di aspiranti che investono tutta l’infanzia e l’adolescenza in un miraggio, ed a 15 anni si trovano a fare i conti con una durissima disillusione».

 

Problematiche che colpiscono una quantità incredibile di aspiranti professionisti: secondo dati Istat, solo uno su 20mila arriva alle soglie del professionismo; in questi numeri, ancora più bassa è la percentuale di coloro che, invece, diventano veri e propri campioni: ambizioni sportive che sacrificano all’idea di “successo a tutti i costi” moltissimi ragazzini e ragazzine, per cui lo sport diventa non un momento di svago e di crescita, ma di terrore e umiliazione.

 

Diverse associazioni – tra cui si può citare il Panathlon, ma anche il CSI stesso- si stanno battendo perché si portino avanti campagne di prevenzione alle perversioni sportive a danno dei giovanissimi atleti; lo scopo è quello di tornare ad una visione dello sport come opportunità di crescita e di allenamento per la vita, cercando di sfondare il muro di silenzio che è stato costruito attorno alle problematiche sportive giovanili, generate dall’ambizione di allenatori, federazioni e, spesso, anche di genitori.

 

( Fonte: dirittodicritica.com )

 

Autore: Erica Balduzzi

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