" Quando l’Italia innovava, vi racconto Gualtiero Jacopetti " di Marcello Bussi

È stato il precursore di Striscia la Notizia, ha fondato e diretto un settimanale, Cronache, la cui redazione è stata presa in toto per dare il via all’Espresso, Federico Fellini si è ispirato a lui per il Marcello della Dolce Vita. Il regista Gualtiero Jacopetti, appena scomparso, è stato anche molto altro e soprattutto un innovatore. Memorabili poi le sue sfuriate come quella volta che stava per buttare a mare Oriana Fallaci. Marcello Bussi su di lui ha scritto un libro e l'ha incontrato diverse volte. Ecco il suo racconto.

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Gualtiero Jacopetti è stato il mio Emilio Salgari. Come lui, ragazzo di provincia, aveva imparato a fantasticare di viaggi e avventure leggendo i romanzi del sedentario scrittore torinese, io ho fatto altrettanto guardando alla televisione frammenti dei suoi documentari. Li trasmetteva un programma di quella che allora (era la prima metà degli anni Settanta) veniva chiamata la tivù dei ragazzi, in onda nel pomeriggio. Si intitolava Avventura ed era ideato e condotto da Bruno Modugno, grande appassionato di caccia.

 

Sarà stato per quello che spesso mostrava scene girate in Africa. Uno mi aveva colpito in particolare: un gruppo di giornalisti gira in automobile lungo le vie di una città del Continente Nero sconvolta dalla guerra civile. Si vedono cadaveri stesi sul marciapiedi, gruppi di uomini che attendono di essere fucilati. All’improvviso spunta un soldato con un casco troppo largo sulla testa che agitando un mitra li invita ad allontanarsi. La macchina dei giornalisti si muove però troppo lentamente, si capisce che stanno cercando di fregarlo. Allora il soldato si arrabbia sul serio e con il calcio del mitra sfonda il parabrezza dell’auto. Uno dei giornalisti resta ferito a un orecchio dalle schegge di vetro e si piega sul sedile. Il soldato apre la portiera della vettura e lo trascina fuori. A questo punto c’è uno stacco. Si vede l’uomo ferito che viene portato via da più soldati, perde sangue dall’orecchio, passa davanti alla cinepresa, si volta, guarda fisso l’obiettivo, accenna un sorriso che si trasforma in una smorfia e dice qualcosa, non capisco cosa. Poi lo si vede da lontano, mentre viene malmenato dagli uomini in divisa, che sembrano decisi a metterlo al muro.

 

La scena viene ripetuta più volte al rallentatore e ha ossessionato la mia infanzia. Solo più tardi mi sono reso conto che mentre la guardavo come ipnotizzato avevo meno di dieci anni. Quelle immagini si sono impresse nella mia mente suggestionabile di bambino. Soprattutto il volto minaccioso del soldato africano, l’uomo nero, mentre rompe i vetri dell’auto con il calcio del mitra. Non appena andavo a letto e chiudevo gli occhi, mi si ripresentava come un incubo, ero terrorizzato. Me ne stavo lì paralizzato, convinto che se appena avessi mosso un dito, il soldato nero si sarebbe materializzato, sfondandomi la testa con il calcio di quel maledetto mitra.

 

Solo molti anni più tardi ho scoperto che quella scena era tratta da Africa Addio, che l’uomo ferito trascinato via era il regista Gualtiero Jacopetti e che lui e gli altri due componenti della troupe non erano stati giustiziati perché all’ultimo momento, osservando i loro passaporti, il capoccia dei soldati aveva esclamato: «Non fucilateli. Non sono bianchi, sono italiani». E solo due anni fa ho scoperto che Jacopetti era ancora vivo, leggendo che Vittorio Sgarbi aveva deciso di dargli un premio al festival di Salemi. Fino ad allora Gualtiero Jacopetti era solo un nome che emergeva nei miei sogni a occhi aperti di fantastiche avventure nell’Africa nera, dove non ho mai messo piede fino al mese scorso. In fondo Gualtiero Jacopetti ero io che nei miei sogni veteroadolescenziali di ventenne, trentenne, quarantenne, versocinquantenne mi trasformavo in un uomo bellissimo, alto e con gli occhi azzurri, abituato a vivere nella natura selvaggia del Continente Nero. Ma quando ho saputo che Gualtiero Jacopetti esisteva ancora ed era uno splendido novantenne ancora pieno di energie e vis polemica mi sono detto che dovevo smetterla con quell’inganno per cercare di capire chi fosse veramente.

 

Così ho scoperto che con i suoi cinegiornali satirici è stato il precursore, negli anni Cinquanta, di Striscia la Notizia, che ha fondato e diretto un settimanale, Cronache, la cui redazione è stata presa in toto per dare il via all’Espresso. Che Federico Fellini si è ispirato a lui per il Marcello della Dolce Vita e avrebbe voluto fosse proprio Jacopetti a interpretare quella parte perché lo considerava il perfetto esempio di latin lover italiano. E soprattutto che è stato un maestro del cinema, rivoluzionando il modo di fare i documentari. Alla fine ho deciso che avrei dovuto scrivere un libro su un uomo che aveva così influenzato la mia vita e la storia del cinema e del giornalismo italiano eppure era ignoto ai più, messo in un angolo, sottoposto per misteriosi motivi a una sorta di damnatio memoriae.

 

E qui viene il bello. Perché, dopo un primo contatto telefonico dove sembrava disposto a farsi intervistare, dopo qualche mese di silenzio Jacopetti si era fatto vivo con una lettera scritta a mano dove diceva che sarebbe stato ricoverato per un delicato intervento chirurgico e quindi si trovava costretto a rinviare il nostro incontro. Lascio passare un paio di mesi e vengo a scoprire che Jacopetti è ancora uno splendido novantenne. Insomma, si era inventato una malattia per non avermi fra i piedi. Ma ormai l’idea di scrivere un libro su di lui mi ossessionava. Sarei andato avanti comunque, anche senza la sua collaborazione. Così ho scritto di getto Mondo Cane Addio – un delirio su Gualtiero Jacopetti, in parte saggio che descrive i momenti più importanti della sua vita, in parte fiction, dove si immagina che un gruppo di improvvisati cineasti cerchi di girare un nuovo Mondo Cane e si dimostra che ai giorni nostri è impossibile rifarlo. Alla fine è una docufiction come Addio Zio Tom (1971), il vertignoso film da lui girato ad Haiti sulla storia dello schiavismo negli Stati Uniti, copiato a piene mani da Steven Spielberg nel suo Amistad. Lo finisco a metà dicembre dell’anno scorso e glielo spedisco. Incredibilmente, dopo un paio di settimane mi arriva una sua lettera di apprezzamenti.

 

Il mio delirio gli è piaciuto molto e mi invita a telefonargli il più presto possibile. E così finalmente lo sento, la voce ancora profonda e impostata, di quelle che fanno impazzire le donne. Gli propongo di rompere la sua ventennale assenza dagli schermi televisivi e lo invito a un programma di Class Msnbc. Lui accetta, ma solo in collegamento telefonico, perché ha problemi di deambulazione. La trasmissione ha successo ( la potete vedere qui), finalmente vado a Roma a incontrarlo. Mi accompagna il suo grande amico e collaboratore Giampaolo Lomi, anche lui uomo dalle mille avventure, di dieci anni più giovane. Jacopetti dovrebbe muoversi con le stampelle, ma in presenza di altri si rifiuta di farlo. Quasi non riesco a crederci ma è evidente che gli sono simpatico. Non so quali corde gli abbia toccato il mio libro. Non ne contesta nessuna parte, anche quelle dove mi sono lasciato un po’ andare con l’immaginazione. L’unico rimprovero è che trova un eccesso di entusiasmo nei suoi confronti. Ma gli rispondo che è voluto, per rompere il silenzio che da troppi anni lo circonda. Il giorno dopo vado ancora a trovarlo, stavolta da solo, con la mia telecamerina da quattro soldi che non riesco a tenere ferma. Filmo la nostra conversazione e qui ne trovate un estratto . Si tratta della sua ultima intervista e l’ho intitolata “Il mio nuovo mondo cane”, a testimonianza della sua irriducibile volontà di fare. Ci sentiamo qualche volta al telefono.

 

Poi a fine maggio cade. Cose che succedono ai novantenni. Peccato che non abbia mai voluto una badante e così resta tutta la notte per terra, con il femore rotto. Quando lo recuperano, dopo aver sfondato la porta di casa, lo trovano in pessime condizioni. Lo ricoverano nella clinica che dista solo una cinquantina di metri da casa sua e poco dopo entra in coma. Incredibilmente si riprende. Vado a trovarlo. È tornato a casa e Lomi ha organizzato una squadra di infermieri che si dedica a lui giorno e notte, dandosi il cambio. Informo Jacopetti che sto per partire per il Senegal ma sono un po’ preoccupato perché negli ultimi giorni ci sono stati dei disordini piuttosto violenti, cosa insolita per quel Paese. Bene, replica lui, se ci sono dei disordini si può fare un bel lavoro. Poi mi dice di essere fiducioso: tornerà a camminare. Ma ha una tremenda piaga che si allunga per quasi tutta la gamba, lascito dei troppi giorni passati a letto immobile. Il telefono squilla in continuazione.

 

Quando all’altro capo del filo c’è una donna, imposta la voce da vero latin lover e rassicura sulle sue condizioni. Lomi mi dice che vengono tanti amici a trovarlo, soprattutto amiche, o meglio, vecchie fiamme, che a volte rischiano di incrociarsi come in un film del suo vecchio compagno d’avventure Mario Monicelli​. Evidentemente hanno tutte un buon ricordo di lui. Ma Jacopetti da giovane era noto per il suo caratteraccio, le sue sfuriate tremende. E ormai è troppo tardi per cambiare. Si lamenta perché la sedia a rotelle è scomoda, perché quando lo sollevano dal letto non riescono a prenderlo bene e rischia di cadere. In realtà non sopporta una delle infermiere, una bosniaca cinquantenne dall’aria severa, che ai tempi di Sarajevo deve averne viste di cotte e di crude. Jacopetti sa che la bosniaca può tenergli testa e quindi non la sopporta. A un certo punto le lancia uno sguardo carico d’odio e comincia un’interminabile invettiva. Lomi mi guarda e indica la porta. Ce ne andiamo alla chetichella per evitare di essere colpiti anche noi dai suoi strali.

 

Se le sue sfuriate sono impressionanti anche adesso che è costretto su una sedia a rotelle, chissà quando era nel pieno delle energie, come quella volta che stava per buttare a mare Oriana Fallaci. Qualche giorno dopo Lomi mi informa che la bosniaca è stata licenziata. L’ultima volta che ho sentito Jacopetti è stato quindici giorni fa. Lomi mi aveva avvisato che le sue condizioni stavano peggiorando. La voce di Gualtiero è ancora chiara e profonda, ma parla più lentamente e per la prima volta avverto una nota di pessimismo nelle sue parole, dice che deve abituarsi a confrontarsi con l’eternità. Quando gli domando se la piaga si sta rimarginando, sbotta, dice di non avere sentito cosa ho detto. Capisco che non gli piace parlarne e allora cambio argomento infilando un paio di banalità. Allora lui taglia corto e mi lascia chiedendomi, non ordinandomi: vieni a trovarmi. Ovviamente non ci sono andato.

 

Gualtiero è morto due giorni fa in circostanze adatte alla classica frase: è spirato serenamente. Ma io non credo che questo possa succedere davvero. O forse sì. Guardo su youtube la sua ultima intervista e noto che è arrivato un nuovo commento. È di Clara, la paciosa infermiera brasiliana che gli preparava la fagiolata, la sua preferita: «Il mio dottore Jacopetti…ho ricevuto io l’ultimo bacio ieri prima che tornavi alle braccia del padre». Lo leggo e mi commuovo. ( Fonte: www.linkiesta.it)

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