" Purissima? No, carissima. Proibita la caraffa d’acqua nei ristoranti di montagna" di Maurizio Maggiani

http://printempsdulivre2011.bm-grenoble.fr/wp-content/uploads/2011/01/Maggiani-Maurizio.jpgHO APPENA finito di spassarmela una settimana in montagna; avrei preferito farmene tre di settimane, magari anche quattro, ma insospettata, inaspettata, indesiderata, la crisi è arrivata fin qui, tra i privilegiati soggetti a ritenuta d’acconto.

 

Non che non ce la faccia ad arrivare sano e salvo alla quarta settimana, questo no, ma tira aria brutta per il mio vecchio padre malato e per il mio nipotino in piena crescita, e figlio e zio dovranno provvedere, e spassarsela un po’ meno.

 

Comunque è stata una settimana intensa; a me piace la montagna, vado pazzo per la polenta e sono persino un buon camminatore.

 

Non più un arrampicatore, nemmeno più un EE, escursionista esperto, ma un camminatore volonteroso che suda e inciampa volentieri per un po’ d’ore solo pensando all’agognata malga e al desiato rifugio dove ripareggerà i conti delle energie consumate con la generosa cucina d’alta quota. Media quota, per l’esattezza, perché gli anni passano, e se ai bei vecchi tempi era ritenuta scandalosa debolezza abbassarsi sotto i 2000 metri, oggi arrivarci ai 2000 è tutto quello che offrono i residui mezzi di trasporto su due piedi. Ho arrancato, la Val di Sole, la Val di Rabbi, la Val Rendeva e la Val Genova, le perlacee delizie dolomitiche, ammirando ancora una volta la buona volontà trentina nel rendere agevole e grato l’antico svago dell’andar camminando montano.

 

Eppure continuo a vedere sempre meno giovani a zonzo per l’Alpe, e fremo all’idea di cosa potranno inventare le pro loco quando si porrà drammatico il turn over generazionale, quando dovranno inventarsi qualcosa di sensazionale per invogliare a tornare nelle valli delle vacanze dei loro padri e nonni i giovanotti che oggi bambini sfogliano svogliati le loro amate collezioni di Gormiti al cospetto del Cevedale. Mah, probabile che non ci andrà più nessuno in montagna tra un paio di decenni, a meno che non si offrano pacchetti di scalate suicide computerizzate e comprese di diretta su YouTube.

 

A meno che alla montagna non arrivi nuova linfa vitale dagli stranieri; chissà che tra le tante disgrazie di questo Paese non sia compresa la salvezza dell’industria turistica per opera dei temuti invasori. Forse io stesso ho avuto l’onore di ricevere un primo messaggio al riguardo. Com’è come non è, sta di fatto che il giorno che per un difetto di orientamento mi sono trovato a chiedere nei pressi di Madonna di Campiglio l’elemosina di un passaggio, l’unica automobile che si è presa cura delle mie difficoltà è stata una Dacia nuova fiammante con a bordo una famiglia romena in gita nelle Dolomiti; anzi, no, per l’esattezza una famiglia rom, se la musica tzigana diffusa dallo stereo e il particolare accento carpatico sono segni identificativi. Se ci pensate, la scena non può che risultare di vivida plasticità e di potente richiamo evocativo.

 

C’è un’altra cosa piuttosto interessante che mi è capitata. In ognuna delle valli summenzionate, tra i 1000 e i 2000 metri di quota ho consumato merende, pranzi, cene, spuntini per un totale di almeno una ventina di soste in altrettante malghe, trattorie, rifugi e ristoranti. In nessuno di questi locali sono riuscito ad avere un bicchiere, un solo bicchiere, non dico una caraffa, di acqua di fonte, della deliziosa, purissima, lievissima acqua delle Dolomiti. Neppure sotto le cascate, giustamente famose, della val Genova e della Vallesinella. Mai. Nemmeno nel bellissimo campo didattico che spiegava il ciclo dell’acqua e di come fosse così buona e preziosa per l’umanità intera l’acqua delle Alpi, ancorché adeguatamente incubata e distribuita.

 

La risposta più carina l’ho avuta da una signorina cameriera in divisa tradizionale e sottile sorriso in una di quelle malghe da 70 euro vini esclusi: la direzione ha ritenuto di non mettere a disposizione della clientela acqua del rubinetto. E nel servirmi il capriolo con funghi e polenta, ha poi fatto sgattaiolare fuori dalla sua ampia veste una caraffa di acqua dolomitica di contrabbando.

 

Chi va per la montagna in Francia, Svizzera, Austria, Slovenia, sa che la prima cosa che un cameriere fa quando ti siedi al tavolo è metterti davanti una bella caraffa di acqua purissima e lievissima e gratuita; è il più semplice e veritiero benvenuto per il viandante alpino. Qui, nella splendida cornice delle Dolomiti, a un passo da Dio, che con un dito ti sembra di toccare il cielo, la direzione ritiene opportuno sgraffignarti più denaro possibile, cominciando dall’acqua che puoi acquistare nelle tre versioni naturale, gasata e lievemente frizzante, a beneficio della ripresa economica del Paese che stenta a decollare.

 

Ma il problema non è la “direzione”; il problema sono i clienti che supinamente, beatamente, colpevolmente comprano acqua imbottigliata al cospetto della più grande riserva d’acqua potabile di pubblica proprietà del Paese.

 

Sono della fosca idea che se mai dovessimo incorrere nella tragedia di una rivoluzione degli ex proletari oggi consumatori, lo capiremo il giorno che la folla inferocita metterà a ferro e fuoco i depositi di acqua minerale. ( Fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/speciali/2008/08/13/ALTIMo0B-purissima_ristoranti_carissima.shtml)

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