Privatizzata e molto più costosa: il grande business dell’acqua

L’ultimo “ostacolo” è quello del referendum approvato il 13 gennaio dalla Corte Costituzionale, poi l’acqua “privata” avrà ufficialmente via libera.  Se non dovesse esserci il quorum, infatti, la privatizzazione dei servizi idrici prevista dal decreto Ronchi potrà partire a tutti gli effetti.

Detto in parole semplici significa che, mentre la proprietà dell’acqua resta pubblica, la gestione del servizio passa in mano di privati, italiani e stranieri. Un affare che fa gola a tanti anche perché di lavori alla rete idrica (che l’utente finirà per ripagare sulla bolletta) nel nostro Paese ce ne sono da fare. E non pochi. Le stime, infatti, dicono che per ogni 100 litri immessi nella rete solo 53 finiscono nei rubinetti. Gli altri 47 si perdono per strada a causa di una rete obsoleta e colabrodo. Servirebbero lavori urgenti: lavori che hanno un costo che lo Stato ritiene di non dover pagare.

Eppure con l’Italia la pioggia è generosa: siamo al quinto posto in Ue. L’acqua, quindi, potenzialmente non mancherebbe. La realtà, però, è un’altra. D’estate, specie al sud, l’acqua arriva a singhiozzo proprio per le perdite e le inefficienze della rete.

Il tema della privatizzazione dell’acqua, nel nostro Paese è annoso. Se ne parla dal 1994, anno del primo governo Berlusconi, quando fu introdotta la legge Galli che introduceva le Ato (Ambiti territoriali ottimali) e apriva, in qualche modo, le porte alla privatizzazione dei servizi. L’acqua privata, però, incontra più di qualche resistenza anche perché, dove l’esperienza è già in corso (Arezzo e Latina solo per fare un paio di esempi) il costo in bolletta è molto più alto della media nazionale.

Dati confermati in una lunga inchiesta dedicata al tema da Ettore Livini su Repubblica: “Certo gli affidamenti degli Ato ad aziende miste o private che hanno promesso più investimenti hanno comportato un balzo secco della bolletta. Nel 2002 ogni italiano pagava in media 182 euro l’anno per il servizio idrico. Oggi siamo a 301, il 65% in più. Gli abitanti di Toscana (462 euro di spesa l’anno), Umbria (412), Emilia (383) e Liguria (367) – le regioni dove il processo di privatizzazione è più avanti – sono quelli che scontano prezzi più elevato (i lombardi, per dire, spendono 104 euro). Dei 25 Ato con tariffe al top, 21 sono privati o in gestione mista”.

La tesi di chi difende l’acqua privata, invece, è che gli aumenti siano dovuti ai massicci investimenti dei privati per mettere a posto le reti colabrodo. Si tratta di una tesi che, però, non convince i responsabili del Forum per l’acqua pubblica come Marco Bersani che a Repubblica snocciola cifre decisamente diverse: “Ad Agrigento c’è la bolletta più alta del paese e l’acqua arriva due volte la settimana e solo in due terzi della città. Salvo poi scoprire che il gestore privato Girgenti Acque ne vende un bel po’ a Coca Cola per fare una bevanda gassata”. Altro caso critico riportato dal Forum è quello di  Latina  dove il Comune è affiancato da Veolia  e  i costi sono schizzati tra il 300 e il 3000% e 700 famiglie si autoriducono ogni mese la bolletta pagando quanto ritengono giusto al Comune.

Livini, quindi, spiega chi sono i potenziali interessati al servizio idrico. Ce n’è per tutti i gusti: si va dai piccoli alle multinazionali, dalle società italiane a quelle straniere. ” A far gola – spiega Repubblica – non è soltanto il business dell’acqua in sé. Anzi: “Il tetto al 5% dell’incremento delle tariffe è un limite che spaventa molti potenziali investitori”, ammette Adolfo Spaziani, direttore di Federutility. Il boccone più grosso sono gli investimenti necessari per tappare le falle degli acquedotti nazionale: una torta gigantesca da 64,1 miliardi nell’arco dei prossimi 30 anni (compresi interventi su fogne e impianti di depurazione), stima il Blue Book 2011, che fa gola anche ai costruttori. Da dove arriveranno questi soldi? Per il 14%, stima il Censis, da aiuti pubblici a fondo perduto. Per il resto saranno finanziati con le bollette. L’aumento necessario tra il 2010 e il 2020 – calcola Utilitatis – sarebbe del 18%.”

Quanto agli investitori interessati, Livini ne elenca diversi: “La pattuglia tricolore vede in campo tre big e qualche comprimario. Acea, la municipalizzata romana nel cui capitale sta crescendo rapidamente il gruppo Caltagirone (attivo nelle costruzioni), ha già oggi 8 milioni di utenti in diversi Ato a cavallo tra Lazio, Toscana e Umbria. Non solo. La società capitolina non ha mai nascosto il suo interesse per l’Acquedotto Pugliese (che Nichi Vendola sta cercando di blindare in mano pubblica) e ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche verso la Lombardia. L’astro emergente – pronto a sfidare Acea per la leadership tricolore – è la Iren, la utility nata dalla fusione delle municipalizzate di Genova, Torino, Parma, Piacenza e Reggio Emilia e partecipata da IntesaSanpaolo. Opera già in Emilia, Liguria, Piemonte, Sardegna e Sicilia. E ha stretto un’alleanza azionaria di ferro con F2I, il fondo per le infrastrutture di Vito Gamberale, pronto a una scommessa importante sul business dell’acqua. Alla finestra c’è anche la Hera, la utility bolognese, forte nella regione d’origine ma ai nastri di partenza – almeno in apparenza – con piani meno ambiziosi”. ( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

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