Porto Torres, un altro incidente si aggiunge alla marea nera

Le cattive notizie, si dice, non arrivano mai da sole. Ad una settimana esatta dallo sversamento in mare di circa 18mila litri di olio combustibile causato da una perdita nell'impianto portuale della E.On, la mattina del 18 gennaio nel polo industriale di Porto Torres si è verificato un altro incidente.

Questa volta si è trattato della perdita di alcune centinaia di litri di acqua contaminata da residui di gasolio pesante provenienti dal circuito delle acque reflue oleose e riversatesi nello specchio d'acqua interno al Porto Industriale. Per far luce sull'episodio la Procura di Sassari ha aperto un'inchiesta con l'ipotesi di reato di danno ambientale.

Inoltre, all'indomani del nuovo incidente al Pontile liquidi di Porto Torres la presidente della Provincia di Sassari Alessandra Giudici chiede al Governo di dichiarare lo stato di calamità naturale nel Golfo dell'Asinara ed esprime i suoi timori circa le possibili ripercussioni economiche dei recenti episodi.

“Si rischia di compromettere la stagione turistica di tutta l'area litoranea del Nord Sardegna, e questo sarebbe un colpo mortale per la nostra economia”, afferma la Giudici sottolineando che “il gravissimo danno ambientale è sotto gli occhi di tutti”.

A manifestare preoccupazione per l'emergenza ambientale causata dall'incidente dell'11 gennaio e aggravata da quello di martedì scorso è anche l'Enpa. Il petrolio, riferisce l'associazione, ha invaso oltre 20 chilometri di spiaggia a Platamona ed è finito in mare in una zona consacrata a santuario dei cetacei.

“Ci chiediamo quanti litri di petrolio siano ancora in mare, quanti abbiano soffocato la poseidonia – una pianta acquatica che provvede all’ossigenazione dell’acqua – e quanti animali marini siano morti in un’area tanto importante per la biodiversità e, in particolare, per i cetacei”, ha dichiarato Ilaria Ferri, Direttore Scientifico Enpa e membro del Comitato Tecnico Scientifico del Santuario dei Cetacei.

L'Enpa, prosegue Ferri, denuncia la mancanza di un intervento forte e la scarsa attenzione dedicata a quella che sembra essere una vera e propria catastrofe. All'origine del disastro, secondo l'associazione, c'è la politica di localizzazione degli insediamenti industriali.

Come ha spiegato infatti Ferri “è impensabile conciliare le fabbriche con la tutela del territorio e della biodiversità nelle zone di maggiore interesse naturalistico”. Sarebbe piuttosto necessario impegnarsi per la valorizzazione di queste aree e “decidere di investire definitivamente sugli straordinari patrimoni naturali del nostro Paese”. ( Fonte: www.ilcambiamento.it)

Autore: A.P.

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