Pezzi d'inferno: noi clandestini in casa propria

http://www.rinascita.eu/mktumb640a.php?image=1375453346.jpgDue euro all’ora, senza contratto e senza contributi. Non è un incubo: è l’Italia del lavoro. Quella flessibilizzata da professoroni e professorini, esternalizzata e precarizzata dai necrofili del liberismo ottocentesco che produce solo alienazione e miseria.

Mentre i moralizzatori a getto d’inchiostro continuano volutamente e colpevolmente ad avvilupparsi alle vicende silviesche per dare un senso alle proprie esistenze ed un nemico a chi vede nel barzellettiere di Arcore prestato alla politica la scaturigine di ogni male, il caporalato nazionale ed internazionale stringe le catene attorno ai polsi e alle caviglie di migliaia di vecchi e nuovi schiavi. Quanto scoperto da Guardia di finanza, ispettorato provinciale del lavoro, Inps e Inail in un call center di Palermo che opera nel settore delle vendite di depuratori d’acqua, non è una sorpresa e non è nemmeno una eccezione.

È la punta di un iceberg di aberrazione ed umiliazione della dignità. Ai 37 lavoratori impiegati, tra 19 e 50 anni, venivano riconosciute misere briciole cadute dal tavolo del padrone con un fittizio contratto a progetto, basato sulla vendita di un quantitativo minimo di prodotti che ciascun operatore telefonico avrebbe dovuto garantire all’azienda ogni bimestre. Ogni lavoratore percepiva una retribuzione oscillante tra i 2 e i 3 euro per ogni ora trascorsa davanti ad un computer, con cuffie collegate ad una postazione telefonica.

E la busta paga? Il titolare del call center, all’atto del reclutamento, forniva o chiedeva che si procurasse una carta prepagata sulla quale poi, mensilmente, venivano fatti confluire gli stipendi in nero. Lavorando fino allo sfinimento si poteva racimolare anche la faraonica cifra di 350 euro mensili. Roba da potersi concedere lunghe vacanze tra un’allucinazione e l’altra per fame. Naturalmente, venivano considerate oltraggiose le vetuste rogne cartacee tipo lettere di assunzione, contratti di lavoro o quietanze di pagamento.

Il tutto era condensato in un bel calcio nel sedere. “Solo al sud accadono queste cose”, penserà qualche pomodoro verde fritto alla fermata del treno (ci si consenta questa amena citazione cinematografica...).

Lo andasse a dire a papà Stefano, mamma Anna e ai loro due figlioli, Andrea e Giulia. La loro casa è una “punto grigia”, in corso Regina Margherita, tra il mercato di Porta Palazzo, a Torino. Le scarpe sui tappetini, vestiti ovunque, le coperte ripiegate sul pianale, un po’ di tutto nel baule. Nei sedili posteriori ci sono loro, Andrea e Giulia, mentre Anna e Stefano “alloggiano davanti”. Avevano un lavoro, ma lo hanno perso.

Con i pochi risparmi che avevano messo da parte, sono riusciti a pagare l’affitto e a mangiare, ma poi i soldi sono finiti ed è iniziato l’inferno della morosità, dello sfratto e dell’ufficiale giudiziario. Nomadi di serie B, clandestini in casa propria, anime dannate in un paese patrigno che divora ogni giorno sogni e pezzi di futuro.

Si scrive inferno, si legge Italia. ( Autore: Nestor Fernadez) - See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=22289#sthash.BIMWEXYQ.dpuf

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