Per uno Stato padrone dell’emissione monetaria - di Claudio Moffa

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La necessaria revisione del liberismo economico nell’epoca della finanziarizzazione dell’economia

Più di 2.000 miliardi di debito pubblico, al ritmo di 100 miliardi in più all'anno, per la maggiore parte frutto non di eccessi di spesa (nel 2011 “lo Stato ha avuto un avanzo primario di 16 miliardi”) ma degli “interessi, pari a 78 miliardi nel 2011” e una novantina circa nel 2012.

Una storia che va avanti da almeno vent’anni, visto che “dal 1980 al 2011 le spese sono state inferiori al gettito fiscale per 484 miliardi (siamo stati quindi più che virtuosi), ma gli interessi sul debito di 2.141 miliardi” . Una ‘macchina infernale’, dunque, una coperta troppo corta e stretta per la più grave crisi italiana europea e mondiale dal ’29 ad oggi: se la si tira da un lato si scoprono altre cruciali parti, e tutto resta come prima. Il Debito pubblico – peraltro per il 40% con paesi e istituti esteri – resterà dunque insolvibile, perché con quella ‘coperta’ non si uscirà mai dal tunnel Debito-Recessione.

Questa banale verità emerge ogni tanto anche nelle dichiarazioni dei politici, a cominciare dall’insediamento a fine aprile scorso del nuovo governo Letta che di fronte alle richieste di PDL e PD di misure salvifiche di famiglie e imprese – a cominciare dall’abolizione dell’IMU – disse che mancavano “30 o 40 miliardi”, da trovarsi da qualche altra parte, pena l’impossibilità di accoglierle. A parte il fatto che a quei 40 miliardi andrebbero aggiunti altri 40 miliardi di debito della P.A. verso le imprese, l’“ogni tanto” non vuol dire che il problema esiste a intermittenza, ma semplicemente che la sua evidenza viene messa da parte nei dibattiti ufficiali e sui media, e tutto assume la forma di un dilazionamento della questione: l’IMU slitta a settembre, l’Europa dà respiro a termine sul pareggio di bilancio ... Un dibattito surreale: si tende a discutere su come fare il tetto, invece di pensare alle fondamenta – e quali - del nuovo edificio da costruire.

 

Tre dati di fatto storici

 

Occorre andare invece alla radice della questione, partendo innanzitutto da tre dati storici: primo, a partire dagli anni Novanta il rapporto tra capitale finanziario speculativo e capitale produttivo è peggiorato enormemente a tutto vantaggio del primo, 10 a 1 alla svolta del secolo, 20 a 1 due o tre anni fa ed oggi probabilmente ancora di più.

Il trend è in crescita per il semplice motivo che non esistono regole per il mondo bancario privato, che ha usurpato allo Stato il potere da emissione monetaria (BCE, Banca d’Italia privatizzata), e che è libero di moltiplicare la sua moneta attraverso la riserva frazionaria e la moneta elettronica, moneta quest’ultima che rende impotenti gli Stati e evanescenti i loro confini a fini di controllo di quello che un tempo si chiamava ‘esportazione di capitali’. La valigetta al confine svizzero piena di banconote - bypassata dalla rete internet - non ha più senso, la tradizionale sovranità degli Stati è lesa (anche) per via elettronica.

Secondo, il gap appena accennato ha prodotto non soltanto un impoverimento crescente delle maggioranze delle società occidentali – provocato dalla catena causale Debito-Crisi-Recessione – ma anche una crisi del capitalismo industriale, e dunque una maggiore oggettiva conflittualità tra banche e imprese.

I 419 miliardi di euro devoluti nel dicembre 2011 dalla Banca centrale europea alle Banche private – uno schiaffo in faccia alle imprese in piena crisi da sopravvivenza - sono emblematici della fase storica che attraversiamo, che è per certi versi simile a quelle di fine Ottocento e post-1929.

Giuseppe Berta ha descritto il dominio della haute finance transnazionale nell’età del colonialismo: “Riluttante agli investimenti industriali - tanto che gli si può imputare di aver contribuito al declino economico inglese - il capitalismo dei grandi intermediari finanziari era attaccato con tenacia a una vocazione patrimoniale: l'accumulo monetario rappresentava il suo orizzonte strategico (…) La speculazione era l'unica dimensione dell'agire economico connaturale alla cosmopolita e aristocratica haute finance, ... la missione che essa si era data di unico governante del mondo”.

Quanto al 1929, la crisi e l’azione di contrasto del fascismo produsse per reazione nel nostro Codice civile l’introduzione della figura dell’ “imprenditore” (art. 2082, introdotto nel 1942) distinta dall’onnicomprensivo ‘commerciante’ del vecchio Codice commerciale del 1882, a sua volta mutuato dal Codice napoleonico del 1807. Secondo le epoche dunque, le teorie economiche e le loro proiezioni giuridiche cambiano, al di là del regime nel cui alveo vengono proposte.

Oggi si dovrebbe affrontare la situazione con lo stesso spirito, ma tranne isolati casi – l’imprenditore Zamparini in Sicilia, alcune dichiarazioni di Berlusconi e Grillo, i progetti di legge presentati da partiti di minoranza dagli anni Novanta ad oggi, alcuni peraltro scomparsi – nulla di importante sta veramente accadendo.

Ed eccoci dunque al terzo dato da sottolineare: la difficoltà oggi, sia a sinistra che a destra (nel centrosinistra e nel centrodestra) di affrontare tale cruciale questione, che pure è stata riproposta negli ultimi tempi da drammatici fatti di cronaca, il suicidio di diversi piccoli imprenditori incapaci di andare avanti e non supportati dalle banche erogatrici di credito, nemmeno dopo che queste avevano ricevuto dalla BCE, al tasso dell’1 per cento i 419 miliardi sopra ricordati. Il centrosinistra è diventato negli anni Novanta ‘sinistra finanziaria’: liberalizzazioni del governo Amato – ivi compresa la privatizzazione della Banca d’Italia - riforma delle pensioni, pacchetto Treu, lavoro e “lavoro interinale”. Le banche non come poteri contrari, ma come alleate di questo processo di destrutturazione del welfare state, vedi la battuta di Fassino e il caso MPS.

Quanto al centrodestra, esso è più reattivo su tale questione, ha approvato ad esempio una legge per il ritorno allo Stato della maggioranza delle azioni della Bd’I (legge 262/05), ma poi non è riuscito o non ha voluto applicarla concretamente. Sia sul versante politico - con la solfa dell’ “anticomunismo” (ma dov’è il comunismo?) - sia su quello degli imprenditori – polemicamente attenti soprattutto all’art. 41 della Costituzione e alla normativa esistente sul piano dei rapporti di lavoro – il centrodestra sembra poco considerare il terzo ineludibile co-protagonista della questione sociale del nuovo millennio: i poteri bancari.

E’ lampante l’assenza di coscienza in una parte del mondo industriale della questione banche, e della connessa questione Europa: Sergio Travaglia, nel suo recente Il Manifesto dell’Impresa ha lamentato ad esempio l’assenza del termine impresa nella Costituzione italiana, ma sembra non ricordare che il Trattato di Maastricht presenta un difetto ancora maggiore: i termini ‘finanza’ e derivati vi compaiono ben 72 volte; “banca” e derivati (a parte gli acronimi BCE e BCN) 47 volte, laddove “industria” e affini solo 9 volte e le piccole e medie imprese – locuzione utilizzata non solo in Italia ma in tutti i paesi industrializzati - appena 2 volte.

Una banale statistica emblema semantico della natura ‘finanziaria’ e ‘bancaria’ dell’Europa del III millennio, ben diversa da quella sognata dai padri fondatori della CECA e del Trattato di Roma, imperniata anch’essa sui principi del ‘libero mercato’. ma del libero mercato di merci reali, prodotto dell’attività industriale e non della speculazione finanziaria.

 

Rideclinare il principio della libera impresa nella nuova fase storica.

La questione del Debito

 

Non si tratta a questo punto di pretendere che il principio della ‘libera impresa’ sia fatto proprio da tutte le parti in contenzioso per la ripartizione della ricchezza nazionale: continua ad essere fisiologica, normale, ineludibile e legittima, la tradizionale dialettica tra sindacati e confindustria per definire quali siano i confini della libera impresa, a che punto cioè la libertà dell’impresa debba fermarsi per non ledere i diritti e le libertà della sua componente di lavoro dipendente. Epperò potrebbe e dovrebbe essere condivisibile da entrambe le parti l’inclusione nella dialettica a due. del terzo protagonista-fattore, i poteri bancari. Questo fatto può sembrare poco chiaro alla parte sindacale, che legge tutto in termini di equa redistribuizione della ricchezza tramite un uso appropriato e selettivo della pressione fiscale; ma non può non essere visibile all’imprenditoria, che vive oggi una situazione di difficoltà dovuta anche se non soprattutto alla stretta creditizia delle Banche, attratte da investimenti più speculativi che a fini di produzione reale.

Ne consegue la necessità di una rilettura della questione liberismo: critiche o consensi a parte, il motto ‘libera impresa in libero stato’ va rideclinato, defalcando dalla libera “impresa” quella bancaria-finanziaria, che va invece sottoposta a regole rigide proprio per rendere possibile la crescita, secondo Costituzione e secondo normale dialettica con il lavoro dipendente, della libera imprenditoria industriale. Il liberismo finanziario rappresenta la morte del libertà d’impresa produttiva.

In questo contesto andrebbe posta anche la questione cruciale del Debito: sulla sua insolvibilità attuale infatti pesa almeno tre volte il fattore bancario-finanziario: a valle con gli interessi sugli interessi, e con gli interessi ‘primari’, a monte con l’usurpazione da parte dei poteri bancari privati dei diritti di signoraggio. Come già detto, il signoraggio esiste a smentita di quei cialtroni ad hoc e ad temporem che ne negano l’esistenza. Che si esca o no dall’euro, il primo nodo da sciogliere dovrebbe essere questo, la riacquisizione da parte dello Stato dei redditi da emissione monetaria oggi in mano alla BCE e alla Bd’I: non è questione di statalismo, ma di agire concretamente per permettere lo sviluppo della impresa industriale produttrice di ricchezza reale. “Libera impresa in Stato padrone dell’emissione monetaria”: non è un ossimoro, ma una sorta di sillogismo che lega i due soggetti l’uno all’altro, nelle condizioni indicate, in un rapporto di interdipendenza necessario per la Crescita dell’economia nazionale.

Fonte: www.rinascita.eu

Note

[1] http://www.beppegrillo.it/2012/10/la_spirale_del_debito_pubblico.html

[1] Giuseppe Berta, Capitali in gioco. Cultura economica e vita finanziaria nella City di fine Ottocento, Marsilio, Padova 1990.

[1] Cfr. l’analisi della Garzantina “Diritto”, vol. I, p. 673, voce “imprenditore:, l’ onnicomprensivo termine commerciante - “Ogni speculatore professionale, vale a dire chiunque esercitasse la funzione economica di anticipare una somma dei denaro (nell’acquisto di merci o nel pagamento di salari) allo scopo di ritornare in possesso di una somma di danaro di ammontare superiore” - presente nel Codice civile italiano fin dal 1882 “sulla scia del Codice francese del 1807”, fu sostituito col termine imprenditore nel 1942, definito all’articolo 2082 del CC come “chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi”, vale a dire – interpreta la voce del Dizionario – come “una figura economica distinta dal capitalista puro: questi si limiterebbe a dare in prestito il suo denaro all’imprenditore, che provvederebbe ad acquistare i servizi e tutti gli altri fattori della produzione per combinarli in un processo produttivo ...”. In sostanza il Codice Civile del 1942 introduce la distinzione utile ancora oggi, tra capitale finanziario-bancario e capitale industriale, tra interesse e profitto. cosicché nel manifesto sulla socializzazione della Repubblica di Salò il termine impresa è centrale e ripetuto nella gran parte degli articoli (cfr. Marco Piraino, Stefano Fiorito, L'identità fascista: progetto politico e dottrina del fascismo, 2007,

[1] Cfr. Claudio Moffa, Moneta, Finanza, Storia, Appendice, “I Trattati europei”, 2013

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