Pena di morte, la barbarie da cancellare

Tra due giorni ricorre la giornata mondiale contro la pena di morte: è l’occasione giusta per ricordare che si tratta dell’imposizione arbitraria e capricciosa di dolore e sofferenza.

 

La pena capitale è una profanazione dei principi di uguaglianza e libertà sanciti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Articoli Uno, Due e Sette) e inoltre viola gli Articoli Tre e Cinque della stessa Dichiarazione: quelli che garantiscono il diritto alla vita e l’immunità dalla tortura e da ogni punizione crudele, inumana o degradante. Il rispetto di questi diritti è un obbligo per tutti i Paesi del mondo e non esiste situazione in cui possano essere ignorati.

 

La pena di morte, come la schiavitù e la segregazione razziale, viola il diritto all’uguaglianza perché crea una categoria di persone cui questo diritto è negato ancor prima di quello alla vita.

 

Il diritto all’uguaglianza nel diritto alla vita non dipende dalla bontà d’animo dei governanti, né dai capricci di una maggioranza e, pur essendo un diritto individuale, la sua esistenza è una garanzia per tutti i membri della società.

 

Questo è un diritto umano di cui tutti devono godere in qualunque momento. Qualcosa che appartiene ad ogni essere umano semplicemente perché egli è tale.

 

Lo Stato e la collettività non possiedono il diritto di vita e di morte. Unicamente gli individui possono, singolarmente o collettivamente, utilizzare la violenza in caso di estrema necessità per rispondere, in modo proporzionato, ad una minaccia concreta e attuale e solo per salvare vite. Il sistema giudiziario non si trova mai in questa situazione.

 

La pena di morte è un sacrificio umano, un assassinio perpetrato a sangue freddo, un omicidio rituale commesso in nome di tutti per rassicurare le paure di alcuni e rafforzare il potere di pochi: è una guerra dello Stato contro l’individuo.

 

Essa è sempre un fatto politico. Non esiste distinzione fra delitti politici e comuni perché questa pena è la dimostrazione della potenza dello Stato.

 

Che sia la segreta giustizia del re o il democratico linciaggio, il patibolo è sempre un simbolo di potere che non ci consente esitazioni. L’opposizione ad esso non può limitarsi ad un’accorta selezione dei casi e delle situazioni. Il patibolo non consente le furbizie del bene comune e della suprema necessità statale: davanti ad esso non possiamo essere neutrali.

 

L’esperienza di due secoli di abolizionismo ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che la pena di morte è priva di qualsiasi utilità e giustificazione. Non è un deterrente e non è di sollievo ai parenti delle vittime. Non è altro che una vendetta camuffata da retribuzione e la sua perversa suggestione imitativa brutalizza la società nel suo insieme.

 

La pena di morte è una violazione dei diritti umani e non può essere amministrata equamente. Colpisce di preferenza, se non unicamente, i deboli e gli indifesi. Uccide gli innocenti, i poveri, i pazzi, i minorati e gli appartenenti alle minoranze. La sua attesa è una tortura che può durare decenni.

 

La pena di morte è un’atroce lotteria e la sua imposizione assomiglia al lancio di una monetina. Solo un numero molto piccolo di presunti colpevoli è condannato al patibolo e un numero ancora più piccolo è ucciso. Non esiste un legame logico e coerente fra il delitto commesso e la pena che si va a scontare. Per delitti simili alcuni sono soppressi mentre altri se la cavano con poco o nulla.

 

L’imposizione di una sentenza capitale risente dei pregiudizi razziali, religiosi, sociali, politici ed economici della società che la applica, della vicinanza delle elezioni, dei titoli sui giornali, dello status sociale della vittima e dell’assassino, delle risorse a disposizione dell’Accusa, arrivando all’assurdo della differente applicazione da un aula giudiziaria all’altra. Più che amore verso la vittima si mostra un odio molto selettivo nei confronti dell’assassino. Forse Abele è sempre Abele, ma certamente Caino non è sempre Caino.

 

La storia ha dimostrato che non è umanamente possibile tracciare quella sottile linea blu che divida chiaramente i delitti passibili di pena di morte da quelli che non lo sono e il concetto di chi “meriti di morire” cambia nel tempo e nello spazio. Comportamenti che oggi consideriamo sopportabili, normali, quando non encomiabili, sono stati e sono ferocemente repressi in altri tempi e luoghi. L’Inghilterra dell’800 impiccava ladruncoli e bambini. La libera espressione del pensiero, anche religioso, è stata ed è un’attività estremamente pericolosa, come la libera impresa.

 

Comportamenti sessuali su cui non troviamo nulla da ridire sono stati e sono gravati di tremendi pericoli.

 

L’incarcerazione dell’innocente, o l’imposizione di una pena sproporzionata, sono drammi che affliggono ogni sistema giudiziario, ma il solo sospetto di uccidere un innocente, o il non colpevole di un reato capitale, dovrebbe essere ragione più che sufficiente per giustificare l’abolizione del patibolo. Inoltre le alternative alla pena di morte sono già previste dal diritto e quotidianamente applicate in tutti i Paesi.

 

La sospensione delle esecuzioni è un palliativo, perché le condizioni del braccio della morte sono una tortura sovente omicida. Lo stesso ergastolo, se non è illuminato da una sia pur lontana speranza di redenzione e libertà, diventa una ghigliottina secca.

 

Abolire la pena di morte non significa necessariamente rispettare i diritti umani, come del resto questo rispetto non è dato dalla presenza di un sistema democratico. Abolirla significa piuttosto riconoscere la dignità inerente ad ogni essere umano, i sui diritti eguali e inalienabili e, allo stesso tempo, applicare la giustizia nel suo significato più alto, accettandone l’incoerenza e la fragilità.

( Fonte: inviatospeciale.com )

Autore: Claudio Giusti

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