Open. La mia storia - Andre Agassi

http://ecx.images-amazon.com/images/I/31STzrKD6oL._.jpgCostretto ad allenarsi sin da quando aveva quattro anni da un padre dispotico ma determinato a farne un campione a qualunque costo, Andre Agassi cresce con un sentimento fortissimo: l'odio smisurato per il tennis. Contemporaneamente però prende piede in lui anche la consapevolezza di possedere un talento eccezionale. Ed è proprio in bilico tra una pulsione verso l'autodistruzione e la ricerca della perfezione che si svolgerà la sua incredibile carriera sportiva. Con i capelli ossigenati, l'orecchino e una tenuta più da musicista punk che da tennista, Agassi ha sconvolto l'austero mondo del tennis, raggiungendo una serie di successi mai vista prima.
LE VOSTRE RECENSIONI
Sono mesi che sentivo parlare di questo libro, della sua rocambolesca traiettoria editoriale: l’uscita in sordina nella primavera del 2011, un paio di illustri recensioni, le vendite discrete, poi la lenta risalita attraverso Twitter e, oltre un anno dopo, la conquista del primato in classifica. Lo ammetto, ero diffidente: quando ti dicono che un successo è frutto del passaparola, quasi mai ti dicono la verità. Questo però è un signor libro, scritto da J. R. Moehringer – il nome non compare in copertina ma una nota all’interno svela l’arcano – che non è proprio un tizio qualunque, ma il vincitore una decina di anni fa del premio Pulitzer per il giornalismo, poi diventato anche ottimo romanziere (vedi Il bar delle grandi speranze, bellissimo). Grazie a una diabolica consapevolezza di scrittura, Moehringer riesce a calarsi completamente nei panni di Andre Agassi e a scomparire tra le pieghe di una vicenda che si fa subito appassionante, anche per chi non ha mai preso in mano una racchetta. Inizia nelle ore precedenti l’ultimo torneo prima del ritiro, con il nostro eroe che, tenuto in piedi soltanto da iniezioni di cortisone che leniscono dolori terribili alla schiena, rivela con una sincerità disarmante il proprio odio per il tennis, un sentimento oscuro e segreto che nasce a otto anni e non smette mai di bruciare: «Lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco». E così impariamo a scoprire l’essenza di uno sport solitario, psicologicamente violento e brutale, dove si lotta uno contro l’altro, uccidere o essere uccisi. È qui, dopo appena poche righe, che capisci lo scarto vertiginoso tra Open e una qualunque biografia: quella che vediamo crescere anno dopo anno, torneo dopo torneo, non è una “rockstar del tennis” (la definizione è di un’altra leggenda, John McEnroe), un campione che, sì, tra le altre cose ha avuto soldi, donne, riconoscimenti, milioni di fan pronti a emulare le sue acconciature e il suo abbigliamento improbabile; è soprattutto un uomo che confessa con struggente ironia la propria incapacità di gestire il talento, il peso di un padre mitomane, un’insoddisfazione feroce verso se stesso che diventa giorno dopo giorno micidiale avvelenamento. Il suo è un calvario privato e pubblico, una collezione di sublimi invenzioni e di figuracce clamorose, di match epici e di batoste cocenti, perché «una vittoria non è così piacevole quanto è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente». E, a ben vedere, è la stessa partita che giochiamo tutti.
Recensione di "www.bookdetector.com"


Open è, a mio avviso, un libro bellissimo. E lo è non tanto perchè narra dei successi di uno dei più importanti campioni del tennis di sempre, quanto, piuttosto, perchè mostra in profondità i travagli di un uomo (e ancor prima, di un bambino e di un ragazzo), oltre la sottile e fragile patina dell'apparenza.
Il tennis mi pare quasi un "pretesto" per raccontare ciò che ha condizionato (se non anche fortemente tormentato) la vita di chi non ha avuto facoltà di scelta, di chi ha dovuto subire quanto deciso da altri, senza essere minimamente interpellato. Ed allo stesso tempo - ed è in questo che il libro si rivela anche avvincente - le vittorie ed i successi (spesso sofferti), le rivalità e le sconfitte (talvolta, persino mortificanti) hanno costituito il mezzo per superare lentamente inquietudini ed angosce, per riprendere (chiaramente, solo in parte) quanto era stato da altri negato (la possibilità di scegliere, l'istruzione, l'amore di un padre).
Proprio per questa sorta di espiazione del dolore proprio e delle colpe altrui, per il lento riaffiorare di un'insperata serenità, la storia si rivela infine commovente e, al tempo stesso, rassicurante. Anche alcune delle (francamente, poche: peccato!) fotografie scattate nel corso degli anni danno l'idea di un progressivo rasserenamento del protagonista - emblematiche, mi paiono, in questo senso, quella con Brooke Shields in Sudafrica (da cui trapela una evidente tristezza), e, all'opposto, quella con S. Graf ed i figli, e quella con gli alunni dell'Agassi College, di Las Vegas.

Recensione di Rosbif


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