http://ecx.images-amazon.com/images/I/51OWOopR2zL._SL500_AA300_.jpgWashington. Una casa viene chiusa, per la morte dell'anziano proprietario. Il giardiniere, Chance, lascia dunque la casa dove ha sempre vissuto e dalla quale mai era uscito; il suo unico contatto con il mondo esterno, fino a quel giorno, era stata la televisione, di cui è un fruitore onnivoro e instancabile.
Urtato appena da un auto, Chance viene condotto dall'investitore nella casa di un uomo d'affari potentissimo ma fin di vita, Ben, affinché i medici stabilmente presenti gli offrano le cure del caso.
Chance, che non ha alcuna esperienza se non quella di un minuscolo giardino, usa pochi e semplicissimi concetti, che convincono i suoi ospiti della sua superiore intelligenza e del suo speciale equilibrio. Ne è subito attratta Eve, la raffinata ma assai sola moglie di Ben.
Equivocando sulle sue laconiche parole, tutti si convincono che Chance faccia di cognome Giardiniere. Nasce così dal nulla il signor Chance Giardiniere, che Ben considera subito un suo pari, tanto da coivolgerlo nell'incontro con il Presidente; per nulla intimidito, Chance non manca di propinare al Presidente la propria "saggezza": elementari notazioni sulla diversità delle stagioni e sul radicamento delle piante vengono intese per profonde metafore sullo stato dell'economia e delle istituzioni americane. Idee, che divenute pubbliche, fanno di Chance l'indiscusso "maitre à penser" del momento. Eppure CIA e FBI non riescono a trovare una sola notizia sul suo passato...
Alla sua morte, Ben affida Eve a Chance; non basta, i potentissimicompagni di partito riuniti al suo funerale pensano proprio a Chance per l'ormai prossima successione alla Presidenza. Chance, intanto, passeggia nel cimitero, ora controllando la salute delle piante, ora camminando tranquillo sull'acqua del laghetto...
Un film prezioso. L'idea così elegante e surreale, la finezza dei personaggi, la miracolosa sospensione del giudizio che rende inspiegabilmente ammissibile il tutto, queste cose vengono direttamente dal bel libro di Kosinsky. Merito di Ashby aver colto che film incantevole poteva trarne, curando la bellezza di ogni inquadratura e mantenendo misura e fluidità del delicato congegno. Il cast è magnifico: il vecchio Ben è Melvyn Douglas, moritura incarnazione del Potere; il Presidente Jack Warden, così antipatico di diventare simpatico; la dolcissima, toccante, Shirley MacLaine.
E Peter Sellers, del quale possono parlare solo gli dei.
Infine la musica, che non è affatto "originale" come dicono i credits. A meno di non sapere chi è stato e cosa ha fatto per noi il meraviglioso Erik Satie. Si tratta di ottimi adattamenti, perfettamente congrui alle situazioni. Il film non sarebbe lo stesso senza questa musica.
E ora qualche parola sul personaggio Chance. Siamo per tutto il film così presi da quello che "è" da non interrogarci su come è possibile che sia "così". Non sa leggere nè scrivere, non ha esperienza nè di sesso né degli impulsi che lo accompagnano, non sa maneggiare denaro, parla solo di giardinaggio, non ha mai provato una automobile, un ascensore, anche un telefono con derivazione lo mette in imbarazzo. Solo che questo imbarazzo non lo dà mai a vedere: tace e ogni volta aggiunge "mi rendo conto", quando invece non si rende conto mai di nulla, lascia che siano gli altri a capire lui. Vive di televisione, e la vita è un programma televisivo: quando un teppista gli punta un coltello, Chance estrae dalla tasca un telecomando, cerca di cambiare canale; quando Eve, travolta dalla passione, e perfino un gay, come tanti affascinato dal misterioso giardiniere, gli chiedono cosa gli piacerebbe fare con loro, lui risponde immancabilmente "mi piace guardare", suscitando gli equivoci che si possono immaginare.
Perché un uomo così, una specie di Elwood P.Dowd (il protagonista di "Harvey") mai uscito di casa, un "idiota" con un vero tocco di idiozia, perché questo eterno impubere appare esperto affidabile geniale ed equilibrato a (quasi) tutti coloro che lo incontrano e lo stanno a sentire? Cosa ha, Chance, di speciale?
O forse: cosa hanno perso gli altri ? Tutti noi ? Cosa non abbiamo più il tempo di essere, dimentichi dei giardini e sempre affannati nelle strade?
E, soprattutto, cosa abbiamo fatto della parola, così adusi alla confusione, alla inesattezza se non proprio alla cialtroneria, all'incapacità di dire noi stessi senza ossessivamente voler apparire qualcos'altro?
Ecco, allora, che l'unico che sa essere se stesso pensiamo di eleggerlo capo di tutti noi.
Oppure Chance è qualcuno che non sappiamo dire, come l'ultima sublime sequenza suggerisce: la passeggiata sulle acque del laghetto mentre da un lato risuona Satie, dall'altro le parole di Ben: "La vita è uno stato mentale".
(Da vedere assolutamente in lingua originale, perché il doppiaggio tradisce assai, ma anche per apprezzare la bellissima dizione di Peter Sellers)

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