" Odio gli indifferenti " di Antonio Gramsci

http://www.italica.rai.it/immagini/libri/gramsci_odio_indifferenti/copertina.jpgÈ un instant book uscito sull’onda dell’improvvisa notorietà raggiunta da un breve articolo di Gramsci dopo che al Festival di Sanremo lo avevano recitato Luca e Paolo, il duo comico di Mediaset. Pochi anni fa lo stesso testo era stato citato come epigrafe sulla copertina di uno dei migliori album dei Modena City Ramblers, Appunti Partigiani, a chiarire che alla funzione commemorativa dei sessant’anni della Liberazione si aggiungeva il proposito, più urgente e attuale, di riconoscersi, fare gruppo, contrastare l’ottundente supremazia del mercato con l’impegno. È significativo che in precedenza l’articolo di Gramsci (il titolo originale con cui nel 1917 apparve su Città futura era “Indifferenti”) lo conoscessero in pochi; non fu incluso, per esempio, nella più autorevole antologia in inglese dei suoi scritti. Era un intervento provocatorio, efficace, intelligente: che ha però il difetto di non assecondare il buonismo in cui la sinistra si è rifugiata dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica e il trionfo dell’economia di mercato. L’insofferenza di Gramsci per il “piagnisteo di eterni innocenti” di coloro che si negano al rischio, al conflitto, alla speranza, colpisce direttamente il pessimismo culturale e la timidezza politica dei partiti democratici. Gli altri saggi raccolti nel volume, quasi tutti dello stesso periodo, confermano la sua lucida consapevolezza delle enormi difficoltà in cui si trovava il movimento socialista – e forse è inevitabile che si trovi ogni movimento che provi a mettere in discussione privilegi acquisiti e abitudini consolidate. Ogni scommessa sul futuro crea miti che necessariamente si rivelano tali e si dissolvono: ma è proprio questo processo di creazione e dissoluzione che consente la crescita, il cambiamento. Al “fatale andare delle cose” degli pseudoscienziati (dice Gramsci; oggi a spacciare realismo sono soprattutto economisti e pseudoeconomisti) va opposta “la volontà tenace dell’uomo”. Ho comprato Odio gli indifferenti a Malpensa, in partenza per Boston dopo le vacanze in Italia. Ce n’erano parecchie copie e la cosa mi ha meravigliato: malgrado la pubblicità di Luca e Paolo, non lo avrei creduto una lettura da viaggio e tanto meno da aeroporto. Perché gli aeroporti sono per eccellenza lo spazio dell’indifferenza: sia nel senso che rendono chiunque vi entri indifferenziato, un anonimo dotato di passaporto ma non di personalità (è la tesi del celebre saggio di Augé sui nonluoghi), sia nel senso che inducono una sospensione della critica, un’astensione dalla politica come dimensione pubblica e attiva partecipazione dei cittadini – il significato originario, aristotelico. Per caso poi, visto che l’aereo era overbooked, sono stato spostato in business, nella gobba del jumbo: e ho potuto osservare (e sperimentare) il grado di anestetizzazione che la classe dirigente assicura a sé stessa. La comodità dei sedili, reclinabili fino a diventare letti, la qualità del cibo e dei vini, la disponibilità del personale, soprattutto il senso di privilegio, fanno rapidamente scordare le miserie e le preoccupazioni della vita ordinaria, per non parlare dei problemi del mondo. Problemi? quali problemi? Il lusso, notava Rousseau nel Contratto sociale (e proprio nel capitolo sulla democrazia), “toglie allo stato i cittadini per renderli servi gli uni degli altri, e tutti dell’opinione”. Non c’è bisogno di capitare in business per rendersene conto. Il consumismo è in fondo una massificazione del lusso, del superfluo: un’atarassia da comfort (vero e più spesso immaginario) che educa all’indifferenza. Come spiegare la remissività con cui la gente accetta, in modo clamoroso negli Stati Uniti ma ora anche in Europa, l’indebolimento delle garanzie sociali e l’accresciuta concentrazione della ricchezza e del potere nella mani di pochi, ossia l’obiettivo peggioramento della qualità della propria vita, accontentandosi, in cambio, di un maglioncino di Abercrombie o di un iPhone? Spiega Gramsci: “Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare”. L’indifferenza non è solo la causa di ingiustizie, diseguaglianze, abusi, truffe, sprechi, distruzioni, sofferenze: è anche causa della violenza che prima o poi tenterà di opporsi a quei soprusi o di vendicarsi di essi. Così da sempre, si dirà: la storia è un pendolo che alterna lunghi periodi di rassegnazione a brevi fasi di ribellione durante le quali inverte o crede di invertire il proprio corso. Ma questa visione della storia è già il frutto di una precisa ideologia, che vuol farci credere che ogni atto di dissenso e resistenza non possa che essere eroico e richieda doti morali o psicologiche del tutto eccezionali. Che l’inerzia e l’acquiescenza siano la normale condizione umana. Contro tale fatalismo, Gramsci riportò in gioco la rabbia, sentimento elementare: “Sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà”, dichiara: “Odio chi non parteggia”. Non è rifiuto di comprendere le ragioni degli altri, non è faziosità; è rifiuto di accettare la faziosità del potere, di arrendersi alla sua egemonia, di farsi ingannare da chi non ha pietà e la chiede agli altri, di chi pretende tolleranza per la propria intolleranza. Di fronte all’apatia la ragione non può che scoraggiarsi, soccombere; per ridarle forza occorre per un attimo uscire da essa, affidarsi alla passione, all’ottimismo della volontà e dell’azione. Odiate gli indifferenti, siate di parte!, propose Gramsci nel 1917, in uno dei momenti più cupi della storia europea. Nato proprio quell’anno, il novantatreenne Hessel ha recentemente lanciato un invito analogo: indignatevi! Il successo del suo pamphlet e i movimenti di protesta che ne hanno ripreso il titolo rivelano un bisogno ancora minoritario ma diffuso di uscire dalla passività e dalla paura, di sostituire alla sfiducia e alla nostalgia il dovere e il piacere della lotta. ( Fonte: http://www.italica.rai.it)

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