"Obiettore di crescita" contro le politiche di austerità - di Serge Latouche



http://1.bp.blogspot.com/-S9Ooqt7Brm0/Up8QTRO1HOI/AAAAAAAABfY/IavqQStdzPk/s1600/latouche.jpg"Rifiutare il rigore o l'austerità è una posizione sulla quale possiamo almeno trovare degli alleati, anche se molto minoritari, sia tra gli economisti - come per esempio Frederic Lordon, Jacques Sapir, Emmanuel Todd e perfino il solo premio cosiddetto Nobel dell'economia francese, Maurice Allais, in Francia, o Loretta Napoleoni in Italia -, sia tra i politici, per esempio Jean-Luc Melanchon, a giudicare dal suo programma attuale, e perfino il socialista Arnaud Montebourg (per non parlare, horresco referens, di Marine Le Pen, che recupera nel suo programma populista alcune aspirazioni del tutto legittime, o del più rispettabile Nicolas Dupont-Aignan), tutti favorevoli all'idea di deglibalizzazione, sostenuta anche dagli "obiettori di crescita".

La crisi greca si inserisce nel contesto più vasto di una crisi dell'euro e dell'Europa, oltre che, naturalmente, di una crisi di civiltà della società dei consumi, come abbiamo già osservato, cioè di una crisi che unisce diversi aspetti: finanziario, economico sociale, culturale ed ecologico. Sono fermamente convinto che, risolvendo la crisi della'Europa e dell'euro, se non quella della società consumistica, si risolverà anche la crisi greca, mentre mantenendo la Grecia sotto trasfusione a colpi di prestiti condizionati da dosi sempre più forti d'austerità, non si salverà né la Grecia né l'Europa, e si getteranno i popoli nella disperazione. 



Rifiutare l'austerità presuppone prima di tutto la cancellazione di due tabù che sono alla base della costruzione europea: il protezionismo e l'inflazione. Il progetto della decrescita implica una riabilitazione di questi due fenomeni, che in passato sono stati oggetto di politiche sistematiche. Le politiche tariffarie volte alla costruzione e alla ricostruzione dell'apparato produttivo, alla difesa delle attività nazionali e alla protezione sociale, così come il finanziamento del deficit di bilancio con un ricorso ragionevole all'emissione di moneta, sia pure a costo di quella gentle rise of price level (inflazione moderata) suggerita da Keynes, hanno accompagnato l'eccezionale crescita delle economie occidentali nel dopoguerra, negli anni che in Francia sono stati definiti "i Trenta gloriosi" - a dire il vero l'unico periodo della storia moderna in cui le classi lavoratrici hanno goduto di un relativo benessere. Oggi questi due strumenti sono stati banditi dalla controrivoluzione neoliberista e le politiche che vorrebbero attuarle sono colpite da anatema, sebbene tutti i governi che ne hanno la possibilità vi facciano ricorso, in maniera più o meno surrettizia e insidiosa. 



Come tutti gli strumenti, il protezionismo e l'inflazione possono avere effetti negativi e perversi ma è indispensabile farvi ricorso con intelligenza se si vogliono risolvere in modo socialmente ed ecologicamente soddisfacente le crisi attuali, evitando la catastrofe di un'austerità deflazionista, ma anche il disastro ambientale annunciato da una ripresa produttivista. Bisogna innanzitutto smetterla di ricorrere all'indebitamento per finanziare il deficit pubblico. Il rimborso dei prestiti, che è all'origine della crisi dei debiti sovrani, rappresenta una parte sempre maggiore delle spese di bilancio e costituisce una sorta di cadeau che i contribuenti fanno ai banchieri e a chi vive di rendita.

Ora, per finanziare il disavanzo ricorrendo all'istituto di emissione e per svalutare una moneta il cui tasso di cambio col dollaro sta soffocando le nostre economie, oggi probabilmente dovremmo rinunciare all'euro, a meno che non si riesca a riformarlo. Bisogan riappropriarsi della moneta, che deve recuperare la sua funzione: servire e non asservire. La moneta può essere un buon servitore, ma è sempre un cattivo padrone. 

Mentre si evita ogni imposizione sui superprofitti bancari e finanziari, l'austerità fustiga i salariati e la classe media e bassa, colpite dalla diminuzione delle retribuzioni, dalla riduzione delle prestazioni sociali e dall'allungamento dell'età pensionabile (che in pratica equivale a una diminuzione dell'ammontare delle pensioni). Per completare il quadro e preparare la mitica ripresa, si smantellano progressivamente i servizi pubblici e ci si affretta a privatizzare tutto ciò che non lo è ancora, cancellando migliaia di posti di lavoro(...). 



Bisogna uscire dall'imperativo della crescita o, in altre parole, rifiutare la sua ricerca ossessiva... Bisogna tentare di costruire una società dell'abbondanza frugale o, per dirla con Tim Jackson, della prosperità senza crescita. Il primo obiettivo della transizione dovrebbe essere la ricerca della piena occupazione, per porre rimedio alla miseria di una parte della popolazione. Nello spirito del progetto della decrescita, ciò si potrà fare attraverso una rilocalizzazione sistematica delle attività utili, una riconversione progressiva delle attività parassitarie, come la pubblicità, o nocive, come il nucleare e agli armamenti, e una riduzione programmata e sostanziale dell'orario di lavoro. La rilocalizzazione, chiave di volta dell'utopia concreta della decrescita, consente di avviare il processo di deglobalizzazione e di cominciare a superare la mercificazione del lavoro e della terra, condizione fondamentale della rottura".
Fonte: segnavia
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