" O la polio o la guerra" di Giovanni Spataro

http://spataro-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/wp-content/themes/lescienze2011/images/blog-title/spataro-lescienze.jpgLa lotta globale alla poliomielite è ormai entrata in rotta di collisione con la lotta globale al terrorismo e rischia di esserne travolta. Torno sull’argomento (potete leggere il post precedente a questo link), in seguito all’assassinio avvenuto qualche giorno fa di cinque operatori sanitari in Pakistan, tutte donne. Quattro sono state uccise lo stesso giorno, in meno di un’ora a Karachi, megalopoli di oltre dieci milioni di abitanti sulle sponde dell’Oceano Indiano, e una a Peshawar, nel nord del paese, nelle aree tribali a fortissima presenza talebana. (C’è stata anche una sesta vittima, un uomo, sempre a Karachi, che lavorava per un progetto locale sponsorizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità.) Erano tutte impegnate nella campagna di vaccinazione anti-polio. Sebbene gli omicidi non siano stati rivendicati, è difficile non vedere la mano di gruppi religiosi estremisti, spesso etichettati indistintamente come talebani, che ormai sfruttano la lotta alla polio come terreno di scontro con l’Occidente, minando la salute e la sicurezza non solo dei bambini che hanno più vicino, ma anche di quelli di nazioni confinanti.

Una ricerca pubblicata poco prima dei cinque omicidi dal “Bulletin of the World Health Organization”, una delle pubblicazioni ufficiali dell’Organizzazione mondiale della sanità, aveva fotografato benissimo lo scenario foriero di disastri. La ricerca aveva analizzato conoscenza e partecipazione a due campagne anti-polio del 2011 di un campione di famiglie di Karachi (per un totale di un migliaio di persone) con almeno un figlio minore di cinque anni. Ebbene, i risultati avevano mostrato che il 74 per cento dei casi di mancata immunizzazione dei piccoli era dovuto al rifiuto dei genitori.

Questo rifiuto era particolarmente frequente nelle famiglie ad alto reddito di tutte le etnie e in quelle a basso reddito di etnia pashtun, ritenuta a rischio elevato visto che i bambini pashtun hanno il più alto tasso di casi confermati di polio in Pakistan e dato che spostamenti ed emigrazione sono molto frequenti tra i pashtun. Il dato più clamoroso, se possibile, era però un altro e riguardava i motivi che avevano spinto quei genitori a proibire di dare ai propri figli poche gocce per via orale, grazie a cui i piccoli sarebbero stati protetti da una malattia che non può essere curata e che può anche uccidere. Il campionario delle giustificazioni andava dal “non sappiamo se il vaccino è sicuro” al “non sappiamo se il vaccino contiene ingredienti contrari alla religione musulmana” al “perché il governo enfatizza tanto queste campagne con tutti i problemi di salute che abbiamo? ci deve essere dell’altro” fino a “la vaccinazione in realtà è una scusa per sterilizzare noi musulmani”.

Per quanto paranoiche, soprattutto le ultime due affermazioni (mentre giova tristemente ricordare che la prima è ancora argomento di genitori e pseudomedici che qui da noi combattono contro le vaccinazioni), non sono un esclusiva del Pakistan, ma sono anche argomento di genitori della nazione di un altro continente, la Nigeria. Pakistan, Nigeria e Afghanistan sono le tre nazioni dove ancora la polio è endemica, cioè in cui la trasmissione del virus responsabile della malattia non è stata interrotta, e da dove questa malattia potrebbe tornare a infettare popolazioni di altri paesi. I due fili rossi che legano queste tre nazioni sono una forte presenza di musulmani estremisti, in particolare gruppi di orientamento filo al-Qaeda, e un contesto ambientale belligerante: evidente in Afghanistan, di bassa intensità con recrudescenze nel nord della Nigeria (l’area interessata dal rifiuto alla vaccinazione e di scontro con la minoranza cristiana) e in Pakistan appunto.

Le paranoie di cui sopra sono alimentate da alcune figure religiose locali e da signori della guerra che cercano entrambi di cooptare la popolazione nella lotta all’Occidente con ogni argomento. Sono personaggi combattuti dai governi di quei paesi, composti sempre da musulmani è bene sottolinearlo, che sponsorizzano le campagne di vaccinazione e hanno previsto sanzioni per le famiglie che rifiutano di vaccinare i figli. Forse è per questo che i paesi occidentali dovrebbero essere molto cauti quando coinvolgono in proprie attività belligeranti della cosiddetta lotta al terrorismo globale, in Africa o Asia che sia, in alcune attività destinate alla salute. Il confine tra le due rischia di non essere riconoscibile dalle popolazioni locali e come risultato si ottengono rifiuti come quelli delle famiglie di Karachi alla vaccinazione dei propri figli, in una nazione che nel 2011 ha ottenuto il non invidiabile primato mondiale di casi di polio, con circa 170 casi confermati. (Sempre nel 2011, a livello globale sono stati registrati 650 casi di polio, di cui 341 nei paesi dove ancora è endemica e 309 in altri paesi non-endemici).

Un esempio di questo pericoloso dualismo è la storia della falsa campagna di vaccinazione nell’area pakistana di Abbottabad. Per raccogliere informazioni (e possibilmente campioni di DNA) e magari essere proprio sicuri che Bin Laden fosse proprio da quelle parti, come poi è effettivamente risultato, i servizi di intelligence statunitensi avevano pensato bene di sfruttare come copertura una campagna anti-polio porta a porta.

Un altro esempio più recente risale a qualche mese fa e riguarda il massiccio uso da parte degli Stati Uniti di droni con cui eliminare a distanza figure talebane ritenute pericolose. Da quando Barack Obama è in carica, dalla prima vittoria alle presidenziali nel 2008 intendo, l’uso di veicoli senza piloti per missioni militari è enormemente aumentato in alcune aree, tra cui le zone tribali nel nord del Pakistan, al confine con l’Afghanistan, dove l’etnia pashtun è di gran lunga la più numerosa. Questi bombardamenti mirati e diretti da operatori in caserme distanti oltre 10.000 chilometri non di rado coinvolgono civili innocenti oppure sbagliano proprio bersaglio colpendo solo civili che nulla hanno a che fare con le milizie talebane. Alcune statistiche recenti stimano tra 474 e 881 vittime civili per attacchi da droni in Pakistan dal 2004 a oggi.

Potete trovare una sintesi di dati e grafici interessanti sul tema a questa pagina.

Bene, si fa per dire. All’inizio di giugno scorso, due leader militari di Nord e Sud Waziristan rispettivamente, due aree pakistane al confine con l’Afghanistan e che fanno parte delle Federally Administered Tribal Areas, la cui città più importante è Peshawar, teatro di uno degli omicidi che ho descritto in apertura, hanno proibito la vaccinazione anti-polio dei bambini fino a quando gli Stati Uniti non avrebbero posto fine agli attacchi con droni. I due hanno anche aggiunto che in realtà le campagne di vaccinazione sono un diversivo del nemico per ottenere informazioni (e magari guidare gli attacchi a distanza). Uno dei problemi principali è che in quelle due aree, tra più colpite dalla poliomielite, le campagne di vaccinazione spesso sono sponsorizzate dall’organizzazione governativa statunitense U.S. AID. Insomma, dall’alto i paesi occidentali tirano missili che in alcuni casi uccidono anche innocenti, dal basso organizzano campagne che salvano la vita.

È su ambiguità come queste che campano i professionisti della paranoia. Persone che non esitano a prendere i ostaggio la salute di bambini. Forse è giunto il momento di obbligare i paesi belligeranti a scegliere. Se combatti la polio, non fai la guerra. O almeno non metti il tuo nome su entrambe le cose. Come se ne esce? Non ho una risposta certa, posto che la dinamica attuale la ritengo solo foriera di disastri. Però mi viene in mente un esempio made in Italy che in aree di guerra porta soccorso, non si schiera con nessuno e accoglie tutti quelli che hanno bisogno senza chiedere da che parte stai: Emergency, l’organizzazione fondata da Gino Strada, che per questa sua limpida e dichiarata estraneità a collegamenti di qualsiasi tipo con eserciti con qualsiasi uniforme è stato anche attaccata con veemenza. Questo per quanto riguarda i paesi occidentali.

Poi, come sottolineato di più analisi, anche i paesi musulmani dovrebbero prendere in mano le redini della faccenda, tramite istituzioni transnazionali come per esempio l’Organizzazione della cooperazione islamica (qui). Le nazioni arabe più ricche potrebbero finanziare e sponsorizzare campagne di vaccinazione, con l’assistenza tecnica di paesi occidentali con know-how adeguato. La convergenza di entrambe queste strategie potrebbe tappare la bocca di quei paranoici che parlano di cospirazione e magari togliere dal mirino i più piccoli. C’è poi una questione di sanità pubblica globale.

I virus non conoscono confini, e già sono stati registrati casi di polio di importazione, per esempio in Cina, ovvero casi di poliomielite da paesi in cui è stata eliminata e che sono stati causati da virus importati da paesi vicini dove invece la malattia è endemica (lo stesso si è verificato in paesi confinanti con la Nigeria). Il rischio è una rimessa in circolo globale del virus della polio. Basta pensare all’Hajj, il pellegrinaggio per musulmani che ogni anno coinvolge milioni di persone da diverse parti del mondo in Arabia Saudita. Tutte queste persone poi ritornano nei loro paesi di provenienza. Ma che cosa potrebbe succedere se questo evento diventasse un volano per la trasmissione del virus della poliomielite, nonostante le accurate di misure e prevenzione delle autorità sanitarie saudite, tra le più esperte al mondo nel campo dell’epidemiologia dei raduni di massa? ( Fonte: www.lescienze.it)

Aggiornamento 27 dicembre: nel frattempo il numero di operatori sanitari al lavoro nella campagna anti-polio e uccisi in Pakistan è salito a nove.

Aggiornamento 1° gennaio: altre sette persone, sei donne, uccise nel nord del Pakistan, lavoravano tutte in un centro che ha la funzione di scuola e di clinica per la salute materna, e dove si vaccinano anche i bambini per proteggerli dalla polio.

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