Nonprofit sì, ma quanto? - di Alessandro Messina

http://www.finansol.it/wp-content/uploads/2013/10/no-job-no-money-now-what1-308x240-custom.jpgDistribuzione dei profitti sì o no? Torniamo con questa rubrica ad affrontare un tema ricorrente nel dibattito italiano sull’impresa sociale (qui trattato un anno fa).

Per come è definita dalla legge (decreto 155 del 2006) l’impresa sociale è senza scopo di lucro. Non può cioè distribuire profitti, pur avendo facoltà – e non potrebbe essere altrimenti, in quanto impresa! – di registrarli a fine esercizio e di utilizzarli per fini istituzionali: donazioni, investimenti, costituzione di riserve, ecc.

L’impresa sociale “di legge” è dunque in tutto e per tutto assimilata agli altri enti nonprofit disciplinati dal Libro Primo del Codice Civile: associazioni, riconosciute e non, fondazioni e comitati. Ma come ricorderà chi ha seguito il confronto, anche aspro, su quelle norme, non era affatto scontato che fosse così. C’era chi, già dodici anni fa, sosteneva l’opportunità di disciplinare l’impresa sociale proprio per colmare la differenza tra la vasta gamma di figure nonprofit esistenti, e ben articolate per diversità di funzioni e caratteristiche, e le nuove sensibilità imprenditoriali che allora si stavano sviluppando sulla scia delle pratiche di “responsabilità sociale d’impresa” e che meritano la possibilità di cimentarsi, con efficacia ed efficienza, nei settori tradizionalmente riservati alle organizzazioni senza scopo di lucro.

Il tema è di rilievo con riguardo tanto all’innovazione manageriale, di cui lo stesso terzo settore ha bisogno, quanto a quella finanziaria, laddove nuovi rapporti tra imprese attive nei settori di “utilità generale” e i mercati dei capitali possono svilupparsi solo se ve ne sono le giuste condizioni normative e istituzionali. Questione ben nota al movimento della cooperazione. Che può contare su una normativa ad hoc e tra distribuzione (limitata) degli utili, ristorni, prestito sociale e figura dei soci sovventori ha potuto finora sperimentare meglio e maggiormente i modi in cui coniugare strutture imprenditoriali democratiche e le opzioni per attrarre gli investitori.

Non a caso, forse, fu proprio uno dei pionieri della cooperazione sociale, Felice Scalvini, ad esprimere allora la sua delusione sul decreto 155: «Anche il divieto assoluto di distribuzione del valore generato attraverso l’attività d’impresa risulta poco garantente e distorsivo. Poco garantente perché esistono innumerevoli modi per aggirarlo; distorsivo perché può impedire di strutturare forme eque e non speculative di remunerazione del capitale di rischio, limitando così la possibilità di accesso delle imprese sociali ad un essenziale fattore di produzione».

Impresa sociale “di legge” e impresa sociale “di fatto” sono dunque accomunate in Italia dal divieto di distribuzione dei profitti. Con l’eccezione, appunto, della cooperazione. Che dell’imprenditoria sociale rappresenta pure la componente più dinamica, cresciuta – e non sarà un caso – perfino durante la crisi. Il nostro legislatore dimostra così di credere più nella visione filantropica di Henry Hansmann (secondo il quale il non distribution constraint è fattore di rafforzamento dei legami fiduciari, premiando il nonprofit a discapito del profit) che in quella multistakeholder e cooperativa del premio Nobel Elinor Ostrom. Nonostante la gloriosa storia del movimento cooperativo italiano e l’evidenza dei fatti anche degli ultimi anni.

Forse un po’ di responsabilità di questa miopia politica è da attribuirsi alla stessa cooperazione. Che non si è mai chiaramente espressa per offrire ai mondi ad essa “limitrofi”, dalle associazioni alle altre imprese sociali, le opportunità finanziarie garantite (giustamente) alle cooperative. Non è chiaro se per spirito corporativo, difesa identitaria, limite di visione. Certo è che sembra giunto il tempo di cambiare atteggiamento, mentre l’Europa discute di social innovation esocial business initiative. Una battaglia di retroguardia su questi temi non farebbe bene oggi né all’Italia né al nostro terzo settore. E neppure alla cooperazione.

Fonte: http://www.finansol.it/?p=7889

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