" Non fatevi convincere, l’Italia non è quella che ci descrivono " di Eugenio Balsamo

http://www.gazzettadellavoro.com/wp-content/uploads/2009/03/giovani-allestero.jpgMolti andranno in Cina, diversi in India mentre altri coetanei hanno scelto destinazioni comunque lontane come Buenos Aires o Santiago del Cile. I dati illustrati ieri da Intercultura parlano di 1.500 ragazzi tra i 16 e i 18 anni che vivranno un periodo di studio all’estero. Già durante le superiori. Un’esperienza di grande apertura. Parlare di questi, seppur pochi, giovanissimi dà soddisfazione almeno a chi ha una visione positiva del paese.

 

Perché dimostra la capacità di guardare il mondo in un certo modo, più di quello che erano i ragazzi della stessa età solo un decennio addietro. Scegliere una scuola di Pechino o Mumbai non è pensare a qualche mese di baldoria nella solita Barcellona. Vuol dire avere cognizione di ciò che il mondo è diventato e come girerà in un futuro immediato.

 

È un piccolo esempio dell’abilità di reazione del popolo italiano innanzi a un progressivo imbarbarimento della vita politica e sociale nel nostro paese. Concetto ribadito più volte, non è semplice spiegare come e perché gli italiani abbiano accettato e sopportato un declino così mortificante. Parlando con un amico straniero è poco agevole dargli una spiegazione sul perenne conflitto di interessi, sui tagli a cultura e arte in un paese che detiene una fetta importante delle meraviglie della storia. Ne viene continuamente fuori un profilo devastante per un paese tradizionalmente invidiato a livello globale.

 

Un tema dell’Italia attuale che qui abbiamo voluto sottolineare in diverse occasioni è il divario enorme tra ciò che appare di una classe dirigente schizofrenica e un popolo che va avanti da sé. Che, non potendo fare affidamento sul ruolo di guida dello Stato in tutte le sue forme e colori, sta garantendo la sopravvivenza di un sistema, inteso come paese. Se i giovani stanno dimostrando la loro attitudine a guardare avanti nonostante il pessimo esempio fornito dai rappresentanti del potere pubblico, anche le imprese continuano a portare il made in Italy quasi ovunque, sebbene non perfettamente sostenute. Perché l’Italia non è la Francia, sostiene qualcuno.

 

A sorprendere è anche l’atteggiamento dei giovani che hanno ormai imparato ad abbattere steccati politico-ideologici, resistendo ai ripetuti tentativi di divisione strumentalmente posti in essere da chi ha l’interesse a una minore coesione sociale. Assistiamo al volontario (perché necessario) ribaltamento di schemi sociali: sono gli anziani ad aiutare i giovani, con la loro esperienza e i loro risparmi. Una lezione di vita che sarà presente nel dna morale degli italiani di domani.

 

Il quadro è allora entusiasmante: il popolo è avanti rispetto alla politica perché cosciente della necessità di cambiare. Il modello piazza Tahrir qui non è adatto. L’Italia l’ha costruita il senso del dovere, ognuno nel piccolo dando ossequio al proprio ruolo con convinzione. Un po’ di rabbia c’è e sarebbe disonesto negarlo. In tutti questi mesi di ammucchiate politiche e genitali nessuno ha voluto ricordare quell’Italia dei trentenni sparsa nelle terre più miserabili del pianeta per regalare una ragione di vita a chi ne è nato sprovvisto. È l’Italia migliore, quella che si sente in diritto di contribuire, partecipare e vivere. Che dà prova dell’idiozia di chi la offende perché non in grado di comprenderla. Ecco perché l’invito ad azzerare tutto non è adatto. È sufficiente ripartire da quelle certezze che hanno fatto grande un paese. Il resto sta cadendo da sé, senza bisogno di spinta. ( Fonte: www.ilfuturista.it)

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