" Noi senza certezze che diciamo sempre assolutamente sì " di Maurizio Maggiani

http://printempsdulivre2011.bm-grenoble.fr/wp-content/uploads/2011/01/Maggiani-Maurizio.jpgSpero non sia sfuggito ai lettori un particolare di straordinaria rilevanza nell’ascoltare le risposte a domande, questioni, interlocuzioni, da parte di chiunque ritenga di avere da dire la sua. Chiunque proprio chiunque: lo scienziato, il tecnico, il politico, ovviamente, di qualunque grado e propensione, il maestro di scuola, il medico di famiglia, l’amministratore del condominio, il posteggiatore abusivo, lo studente sotto esame di Stato, la parrucchiera del quartiere. Da chiunque, insisto chiunque, sia posta una questione che pretenda, o implori, un sì o un no, ascolteremo, anteposto al suo sì o al suo no, e in premessa alla spiega delucidatoria, l’avverbio “assolutamente”. Squillante, gagliardo, imperativo, definitivo. Pensa che quest’estate farà caldo? Assolutamente sì. Pensa che questa estate farà caldo? Assolutamente no. È vero che la prossima settimana varerete la riforma fiscale? Assolutamente sì. Dottore, ho il cancro? Assolutamente no. Andrete alla notte bianca? Assolutamente sì. I verbi spero promitto e iuro declinano al participio futuro? Assolutamente no. Ma tu mi ami? Assolutamente sì.

 

L’assoluto irrompe nella vita sociale, politica, personale. Irrompe con la forza inaudita che porta con sé la sua stessa natura di essenza cristallina, indelebile, indiscutibile. Contraddire l’assoluto è possibile sì, ma a patto di definire un altro assoluto. Di fatto, ciò che segue all’assolutamente affermato o negato è del tutto secondario, per prenderlo in considerazione va prima scalata l’inespugnabile torre dell’assoluto. E se pioverà o meno, allo stesso modo che se mi ami oppure no, sono accidenti, fenomeni di aleatoria immanenza, dalla cui pericolosa fatuità è debitamente custodita e sorvegliata nelle più segrete stanze della torre dell’assoluto. Ah, non c’è niente di più disarmante di un “assolutamente sì!”, niente di più faticoso che contraddirlo. Del resto, l’umanità ha dedicato millenni della sua storia culturale per costruirsi delle categorie e degli esseri assoluti che, tanto per cominciare, la difendessero da se stessa.

 

E premettere quell’avverbio a una nostra convinzione, una nostra opinione, previsione, testimonianza, è un’idea semplice e geniale: non c’è nulla che possa difenderci meglio dell’assoluto. Personalmente non ho nulla contro l’assoluto. Io stesso, nel mio piccolo, vivo con la certezza che, ad esempio, esistano delle priorità assolute, come attribuisco la natura della categoria dell’assoluto alla legge morale che cerco, con fatica, di custodire nel mio cuore. Non rispondo mai “assolutamente” sì o no, per una questione di pudore, perché, se riconosco dei valori assoluti non riconosco in me il loro tedoforo. Né io né le mie opinioni o percezioni c’entriamo niente con l’assoluto. E trovo stupefacente tutta questa sicurezza nella proprietà personale dell’assoluto esibita con lo stesso tono esclamativo dalla dotta come dall’incolto, da serissimi scienziati e venditori di fumo, persone perbene e mascalzoni.

Così l’assoluto si è fatto intercalare, motto di popolo, birignao. Si è sostituito al “cioè” in vigore nell’epoca appena precedente l’attuale, certo odiosissimo, ma così pateticamente e simpaticamente relativista e moderatore, infilato ovunque come se fosse necessario in ogni circostanza spiegarsi ulteriormente o dimostrare di aver capito. Direi che il “cioè” è l’esattamente opposto dell’“assolutamente”. Ed è straordinario che questo avverbio imperativo si sia imposto proprio ora, in questa epoca e in questa stagione dominate dalla totale, programmata e ampiamente pubblicizzata e consigliata, indifferenza all’assoluto; che sia la legge morale, che sia l’ideale, che sia l’Iddio, a ciascuno il suo.

 

Come se, nella dolorosa assenza di imperativi categorici, abbia preso voga una terapia di massa, sotto l’antica forma della titillazione. Questo è l’assoluto fatto intercalare: un titillarsi in forma verbale, nel classico modo infantile di darsi ragione e consolazione. Ma pare che questa stagione stia volgendo al termine, e tra le tante cose che si porterà via ci sarà anche l’avverbio delle mancate certezze, il ciucciotto della disperata consolazione. ( Fonte: http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2011/07/09/AOkwubj-diciamo_assolutamente_certezze.shtml)

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