Nella lotta alla clandestinità il Governo vince a parole

Nel corso dell’estate il ministro Maroni ha più volte espresso soddisfazione per i successi riportati sul fronte della lotta anti-clandestini: diminuzione dell’88 per cento degli sbarchi in un anno.

 

Anche giornali poco simpatetici con il governo come La Repubblica hanno ripreso il dato, liquidando in poche battute le obiezioni di chi, come la Caritas, aveva sollevato dubbi sull’efficacia della strategia adottata. Cerchiamo di vederci più chiaro e di misurare l’impatto della collaborazione con la Libia.

 

DA DOVE ARRIVANO GLI IMMIGRATI

Innanzitutto, sugli sbarchi ha ragione Roberto Maroni, salvo immaginare una manipolazione dei dati da parte del Viminale: almeno per ora sono davvero drasticamente diminuiti. Il fatto stesso che i passatori siano costretti ad adottare nuove strategie, come l’impiego di insospettabili barche da diporto, oppure a battere rotte più lunghe e complicate, sembra mostrare che la chiusura della rotta Libia-Lampedusa sta producendo i risultati desiderati. Il risultato potrebbe essere provvisorio, perché nel passato i trasportatori di immigrati hanno saputo escogitare nuove rotte.
 

Resta il problema spinoso dell’accesso dei richiedenti asilo alla protezione umanitaria che le nostre leggi e le convenzioni internazionali offrono loro, ma né il governo né la maggioranza dell’opinione pubblica sembrano inclini a distinguere tra rifugiati e immigrati clandestini. Il fatto che in concomitanza con gli sbarchi siano diminuiti i richiedenti asilo viene presentato come un successo, mentre dovrebbe suscitare qualche interrogativo sul nostro impegno in difesa dei diritti umani. (1)

Altri dubbi sorgono se si considera l’efficacia della strategia adottata, a partire dalla sua premessa: l’asserita coincidenza tra sbarchi e immigrazione irregolare. In realtà, soltanto una modesta minoranza degli immigrati che finiscono nel calderone della cosiddetta clandestinità arriva dal mare, mentre la maggioranza entra in maniera regolare, perlopiù con un visto turistico, o per attività artistiche, sportive, e così via. Un’altra quota si infiltra con documenti falsi, altri ancora con mezzi diversi, come gli ingressi via terra, attraversando a piedi le montagne o nascosti in un taxi o su un camion. Secondo un rapporto del Cespi, gli arrivi via mare possono essere stimati intorno al 13 per cento del complesso degli immigrati in condizione irregolare, mentre l’Institute of Internationl Migration di Oxford parla, per l’Europa meridionale, del 10-12 per cento dei migranti africani undocumented. (2)

Le aree di provenienza dei migranti in condizione irregolare sono ben più ampie dell’Africa e le rotte dei più non attraversano il Mediterraneo: dall’Europa dell’Est, che negli ultimi anni fornisce i contingenti più numerosi di nuovi immigrati, non si arriva via mare; dall’America Latina neppure; dall’Estremo Oriente solo in qualche caso, attraverso la Turchia.

La coerenza stessa delle politiche di chiusura, ed è un terzo problema, è compromessa dalla politica dei visti: sono stati recentemente aboliti per il Brasile e per tutta l’area balcanica, Albania esclusa. Difficile che queste scelte non producano immigrazione irregolare. Nessuno ne parla, benché viados, trafficanti di droghe e mafie balcaniche possano fornire un ricco materiale alle preoccupazioni per la sicurezza. (3)

I DATI SUI RIMPATRI

C’è poi il problema della repressione e dei rimpatri. Anche a questo riguardo il governo ha vantato successi, esibendo un aumento delle espulsioni: circa 24mila nel 2009 contro le 18mila del 2008. Altre fonti parlano in realtà di 14mila espulsioni, sempre difficili da distinguere dai rimpatri volontari. Ma in ogni caso l’effettiva incidenza di questi dati va raffrontata con l’entità del fenomeno. Per l’immigrazione irregolare, disponiamo di stime, della Fondazione Ismu, che parlano di oltre 500mila unità, e di un dato certo, quello della sanatoria dello scorso settembre: 295mila domande, riferite però al solo settore domestico-assistenziale. Se alla fine della lunga procedura, circa 250mila immigrati avranno ottenuto un permesso di soggiorno, il risultato sarà che gli irregolari sanati avranno superato di oltre dieci volte quelli espulsi. Se invece gli espulsi fossero stati 14mila, e i sanati arrivassero a 280mila, ci troveremmo con un rapporto di 1 a 20. Senza contare che un numero di immigrati forse equivalente continua a vivere e a lavorare nell’ombra: né espulso, né sanato, né pagatore di imposte e contributi.

Difficilmente le cose potrebbero andare in un altro modo: come ha documentato Francesca Padula sul Sole 24Ore, il nostro paese dispone in tutto di 1.800 posti nei centri di identificazione ed espulsione; un po’ cresciuti rispetto a due anni fa, ma sempre largamente insufficienti rispetto alla dichiarata volontà di lotta senza quartiere all’immigrazione “clandestina”. Per di più, con l’allungamento a sei mesi del periodo di detenzione, il turn-over è destinato a rallentare. Èpossibile che il tasso di effettiva espulsione degli immigrati trattenuti aumenti, dopo che negli ultimi anni non ha mai raggiunto neppure il 50 per cento. Ma alla fine le cifre resteranno basse: detenzioni più lunghe comportano un minor numero di espulsioni effettive.
Le politiche proclamate, in definitiva,  non corrispondono alle politiche praticate. Queste parlano di sei sanatorie in ventidue anni, di cui le ultime due promosse da governi di centrodestra. Oltre ai decreti-flussi, che funzionano come sanatorie mascherate. L’Italia detiene il primato europeo delle regolarizzazioni di massa, e l’attuale governo l’ha rafforzato.
Abbiamo dunque da un lato un’ostilità urlata a gran voce, occasionalmente praticata e inoculata diffusamente nella coscienza dei cittadini, dall’altro una tolleranza praticata di fatto, per carenza di mezzi e per convenienze di vario genere. Forse servirebbe una politica meno enfatica e più responsabile, ma se è difficile ottenerla in tempi normali, figuriamoci quando si profilano all’orizzonte le elezioni.


(1) Si sostiene spesso che il carico assistenziale derivante dall’accoglienza dei rifugiati sarebbe insostenibile. In realtà, anche qui i dati raccontano un’altra storia: l’80 per cento dei rifugiati negli ultimi trent’anni è rimasto nella propria area geografica, di solito in un paese confinante (Pakistan, Siria, Kenia, eccetera). L’Unione Europea accoglie solo il 14 per cento dei rifugiati del mondo e il loro numero va riducendosi. I costi sopportati sono pari allo 0,05 per cento del Pil dell’Unione.
(2) Per i due dati, si vedano rispettivamente Monzini, P., Il traffico di migranti per mare verso l’Italia. Sviluppi recenti (2004-2008), Cespi, working papers 43/2008, settembre 2008; e De Haas, H., The myth of invasion. Irregular migration from West Africa to the Maghreb and the Union, Oxford, IMI, 2007.
(3) Il recente caso dei tifosi serbi che hanno interrotto la partita di Genova, entrati indisturbati in Italia, potrebbe suscitare qualche riflessione in proposito. A mia conoscenza, nessuno ha colto il legame tra questo fatto di cronaca e la più generale politica dei visti verso l’area balcanica.

( Fonte: www.lavoce.info)

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