Morsi: faraone o rivoluzionario?

http://italian.irib.ir/media/k2/items/cache/cc8de9dd5939b305cc9f5fbbba3cc273_L.jpgPer l’avanguardia Morsi è un controrivoluzionario che sta portando il paese indietro, verso un regime modello Mubarak in salsa islamica.

Al contrario per importanti settori delle grandi e spesso passive masse egli è il garante della rivoluzione. Le proteste contro i segnali autoritari di Morsi tendono a degenerare in una lotta per rovesciare il presidente. Con questa impostazione difficilmente i rivoluzionari potranno vincere un simile scontro.

Si tratta di una differenza apparentemente piccola: la svolta da una lotta per annullare una mossa  dittatoriale in un tentativo di rovesciare l’intero regime. E dunque c’è una enorme differenza se si intende affrontare tale problema nei termini del concetto gramsciano di egemonia.

La linea della sinistra del movimento Tahrir è di una chiarezza cristallina: Morsi sta usurpando la loro rivoluzione. Essi erano in prima linea nella sollevazione di massa per rovesciare Mubarak, mentre la Fratellanza Musulmana (FM) ha solo seguito l’esempio. Molti salafiti sostennero addirittura Mubarak. Dopo l’eliminazione di Mubarak la FM ha fatto tutto il possibile per placare e depotenziare il movimento popolare. Ha perfino costituito un blocco con l’esercito contro il movimento Tahrir. Mentre il movimento Tahrir voleva farla finita con la giunta, la FM ha proceduto per cambiamenti graduali, togliendogli il potere con le elezioni, a prescindere dalle condizioni. Alla fine ha lavorato solo per edificare un nuovo regime dittatoriale islamico. La FM sta ora facendo il gioco degli Stati Uniti, sia all’interno che in tutta la regione. Si è trasformata nel loro lacchè. Il potere dittatoriale di Morsi ha cercato di nascondere questo fatto. Quindi il nuovo faraone va fermato e cacciato via come Mubarak.

Non c’è dubbio che antimperialisti e rivoluzionari debbono stare dalla parte delle proteste popolari contro Morsi che accresce il suo potere. Per di più molti elementi prima esposti nella narrazione sono corretti. Il problema è il contesto, la totalità e innanzitutto la linea politica di azione che da essa deriva, cioè lo scontro frontale con Morsi e la Fratellanza con l’obiettivo massimo di deporlo. Con questa linea il movimento Tahrir otterrà solo un naso sanguinante.


La grande retroguardia

Quando andarono contro Mubarak i rivoluzionari di Tahrir erano un’avanguardia sostenuta dalla maggioranza assoluta del popolo. Attaccarono per primi frontalmente, superarono la paura e il popolo li seguì, o fu costretto a seguirli, salvo sprofondare accanto a Mubarak.

Ma dopo è arrivata la FM ed ha assunto il comando, raccogliendo la rivolta popolare. Come è stato possibile, nonostante essa abbia rifiutato i metodi rivoluzionari ed abbia optato per vane e graduali riforme? Nel corso dei decenni essa si è profondamente radicata nella società, fagocitando tutti gli strati sociali. I suoi sostenitori hanno desiderato il cambiamento. Vogliono liberarsi dall’assoggettamento agli Stati Uniti, vogliono superare la povertà di massa e sperano in un certo grado di libertà. Per la maggioranza questi interessi non contrastano con l’Islam, anzi per molti l’Islam è il simbolo di questi interessi.

Da questo punto di vista cacciare la giunta militare, come ha fatto Morsi, appare in effetti come un successo formidabile. Inoltre l’allentamento del blocco contro Gaza, imposto dall’Egitto per volere di Stati Uniti e Israele, sarà un credito per il regime di Morsi. I poteri straordinari che recentemente Morsi ha assunto possono sembrare come un mezzo per tenere a freno la gente di Mubarak, che sta ancora giocando un ruolo. Il colpo costituzionale contro i magistrati, che sono una roccaforte del vecchio regime, può dunque essere letto come un passo positivo, tanto più che è avvenuto dietro richiesta del movimento Tahrir. Non dobbiamo dimenticare che prima gli islamisti erano stati rimproverati per aver consentito l’impunità del vecchio regime. I suoi sostenitori hanno sempre più fiducia in Morsi e lo considerano il garante della trasformazione. Addirittura tanti, che non stavano con la FM, ritengono che per il momento la gente debba accettare Morsi come presidente e debba lasciarlo lavorare: vedremo se otterrà buoni risultati. Gli attuali attacchi contro di lui sono quindi ritenuti controrivoluzionari.

Secondo questa narrazione settori del vecchio regime stanno con il movimento Tahrir sotto la bandiera della laicità, indipendentemente dal rifiuto da parte dei rivoluzionari di questo abbraccio non richiesto. Dal punto di vista islamista una controrivoluzione sostenuta dall’occidente (sinonimo di laico) deve essere sventata.

Quindi quello che abbiamo di fronte è uno spostamento nel triangolo di potere egiziano, costituito dal vecchio regime, dagli islamisti e dal movimento Tahrir. Nella prima fase il movimento Tahrir sembrava essere rimasto solo nella difesa della rivoluzione contro gli altri due. Ora gli islamisti affermano di essere soli, sostenendo che il movimento Tahrir sia un appendice del vecchio regime. Si stanno scontrando due concezioni, entrambe dotate di coerenza e credibilità presso i propri rispettivi sostenitori. Il defunto regime di Mubarak, al contrario, aveva perso tale consenso. Lo stesso fatto che le contrastanti esposizioni esercitino una considerevole forza va tenuto in considerazione quando si rifletta su una linea politica.


Morsi non è uguale a Mubarak

Per trovare una chiave per uscire da questo empasse, l’equiparazione della FM con il regime di Mubarak va radicalmente rifiutata. L’attuale ruolo centrale della FM e delle altre forze islamiste deriva dal fatto che esso è la risultante di un profondo e grande movimento di massa in Egitto e contemporaneamente nel mondo arabo. Si tratta di uno spostamento tettonico di portata storica che è solo al suo inizio, mentre il suo motore è ben lungi dall’essere esaurito. Corrisponde ad un indebolimento globale del predominio degli Stati Uniti, soprattutto nella regione. La FM può spingere, frenare, manipolare, amputare questo movimento di massa, ma in un modo o nell’altro ad esso deve far riferimento. L’attuale regolamento di conti non contraddice questo presupposto generale, anche se mostra certamente una forte sopravvalutazione del proprio peso da parte della FM. Vedremo in quale modo essa proverà a districarsi dalla confusione che ha generato. Per mantenere il consenso di massa deve tenere un certo atteggiamento riguardo alle aspettative popolari.

Un’analoga situazione si verifica da noi in merito ai rapporti con le classi subalterne, nonostante tutte le differenze storico – culturali della socialdemocrazia europea. Questo paragone comprende le misure repressive ed autoritarie inflitte al movimento dei lavoratori e soprattutto alle sue avanguardie comuniste. Una risposta – non l’unica – è l’approccio del fronte unito attraverso l’avanguardia, che sosteniamo anche per la FM.


Il nuovo ruolo regionale del Cairo

Anche sul piano internazionale, non si dovrebbe essere accecati dalla cooperazione della FM con gli USA mediante una lineare prosecuzione della politica estera di Mubarak. E’ ovvio che neppure Morsi è in grado di rompere con Washington. Ma è prevedibile che cercherà di allontanarsi senza scossoni e di sviluppare una posizione più indipendente. Il primo passo è stata l’attenuazione della linea anti–iraniana, simboleggiata dalla visita di Morsi a Teheran e la pronta disponibilità a metter fine all’isolamento della Repubblica Islamica. Il secondo passo è stato l’allentamento dell’embargo contro Gaza, che Mubarak attuava per conto degli Stati Uniti. In terzo luogo c’è la crescente distanza con l’Arabia Saudita, che tende a sostenere i resti del vecchio regime.

Possiamo tratteggiare un paragone con la Turchia e l’AKP, anche se lì l’allontanamento dagli Stati Uniti e dall’Occidente è avvenuto molto gradualmente, anticipando ed impedendo così una rivolta di massa. Passo dopo passo l’AKP ha respinto il regime dittatoriale militare laico e ha aperto spazi democratici. Anche sulla questione Kurda, la spaccatura più profonda nella società, si potrebbero aprire spiragli, mentre sono ancora attese misure significative di riforma. Con lo slogan “zero problemi con i vicini” la Turchia ha abbandonato il fronte contro l’Iran, ha declassato l’alleanza con Israele e si è impegnata in affari con Assad. Alla fine Erdogan si è schierato con la rivolta siriana non per soddisfare interessi occidentali, ma in base al convincimento erroneo che Assad cadrà presto. La Turchia sperava di volare più in alto con i suoi progetti neo–ottomani, ma è caduta nell’attuale impasse.

In Egitto l’allontanamento tettonico dagli Stati Uniti non filerà liscio, nonostante i tentativi della FM. Le condizioni indispensabili sono pessime, soprattutto quelle economiche. I rapporti con Israele si raffredderanno anche se la FM non oserà rompere con gli Stati Uniti. La questione strategica principale, per il momento senza risposta, ruota attorno ai rapporti con l’Iran e quindi anche con l’Arabia Saudita, che guida la campagna anti-persiana ed anti-sciita. Esiste senz’altro, all’interno della FM, una corrente settaria contro la Shia, ma ci sono anche contromisure per moderarla, come nel caso della Turchia. Molto dipende dal conflitto sulla Siria, di cui il Cairo è parte. Un accordo con Teheran eleverebbe rapidamente il Cairo nella posizione di potenza centrale della regione mettendo Riyadh all’angolo. Ma ciò non è assolutamente prestabilito. C’è un forte impulso contrario al lavoro. Anche una forte partecipazione alla campagna anti–sciita, tuttavia, non significa necessariamente diventare uno strumento in mano all’Occidente, cosa che era usuale per Mubarak. In ogni caso l’Egitto ha un potenziale di crescita per una maggiore indipendenza, soprattutto in collaborazione con la Turchia. Sarebbe un grande errore ritenere che soltanto il blocco Sciita–Persiano abbia un potenziale antimperialista. Un Egitto molto indipendente potrebbe incrinare in futuro la posizione di Washington. Non bisogna dimenticare la doppia strategia di contenimento nella guerra fra Iran e Iraq. Il Cairo non sarà un servo fedele come Riyadh e deve quindi posizionarsi in senso contrario.

Ecco quello che vogliamo esprimere nell’attuale scenario di scontri fra la FM e il Movimento Tahrir: Morsi non è un dittatore rachitico come lo era il Mubarak degli ultimi tempi, ma ha potuto raccogliere consenso in tutte le classi, innanzitutto con una svolta in politica estera, ma anche con alcune misure di politica interna. Lo scontro attuale non esclude future mosse integrative, nonostante gli aspetti autoritari. Egli non può essere rovesciato con un attacco frontale. Al contrario, l’avanguardia rivoluzionaria rischia di isolarsi rispetto all’anima popolare. La laicità potrebbe trasformarsi in una trappola tesa da essa stessa. Ciò che oggi sembra opportuno è persistere nel continuare a premere sul regime affinché realizzi gli interessi delle masse. La lontananza fra questi articolati interessi e le azioni della FM può aumentare la forza del movimento Tahrir, se viene propagandata senza ultimatismi e senza un retrogusto laicista.


Il declino del movimento Tahrir

Le richieste fondamentali del movimento Tahrir sono giuste e legittime. Le misure autoritarie di Morsi e della FM devono essere criticate e combattute. La soluzione è un’assemblea costituente autentica eletta con il voto popolare, non l’attuale mutilata assemblea, assemblata sulla vecchia costituzione islamizzata.

Può darsi che il movimento Tahrir non sarà abbastanza forte da imporre questa soluzione, ma forse Morsi deve scendere a qualche compromesso che dovrà esser considerato un successo. Il principale obiettivo non deve essere il rovesciamento di Morsi, che metterebbe del tutto in disparte la questione dell’assemblea costituente e cambierebbe il campo di battaglia e la posta in gioco. La FM per mezzo secolo si è presentata come un’alternativa. Ora tocca a lei dimostrarlo. Ha bisogno che le sia data la possibilità di mostrare le sue capacità (o le sue lacune) nei fatti. Per i prossimi anni sarà al centro della guida politica del paese. Per evolvere in una direzione democratica la società deve passare per questa esperienza.

Questo per i rivoluzionari non sarà affatto tempo perduto, ma anzi offrirà loro la possibilità di mettere profonde radici fra le masse dopo decenni di erosione e di sviluppare un serio progetto politico alternativo. (Questo sarà necessario e potenzialmente coronato da successo specialmente sul fronte socio–economico, dato che le forze islamiste non hanno una sola alternativa alle devastanti ricette neoliberali). Complessivamente considerate, una difesa e un consolidamento delle libertà recentemente conquistate costituirebbero un successo gigantesco, mai conseguito prima in Egitto.


La trappola laicista

C’è il terzo giocatore di cui tener conto: il vecchio regime. Sposando le mobilitazioni contro Morsi, esso tenta di riciclarsi. Per le forze islamiste è comodo puntare sui “laici uniti contro la rivoluzione”, anche se il movimento Tahrir rifiuta l’abbraccio indesiderato. Tutto ad un tratto il capo della Corte di Cassazione penale, Maged, circola di nuovo pubblicamente. La mossa autoritaria di Morsi era diretta verso il vecchio legame fra Mubarak e l’apparato giudiziario (e non solo), che era uno dei principali nemici del movimento popolare. Mentre Morsi ha commesso un grave errore nel modo in cui lo ha fatto (in maniera coperta è stato rivolto anche contro il movimento Tahrir), il movimento non dovrebbe sottovalutare il fatto che tale mossa è stata apertamente diretta anche contro il loro nemico. Per l’anima popolare la radicale opposizione del movimento Tahrir contro Morsi appare ambigua. Bisogna dunque moderarla.

Quando la FM entrò in un blocco con la giunta, molti di sinistra non potevano prevedere che essa poteva ricalibrare il blocco. Se ora la sinistra dichiara che Morsi e la FM sono il suo nemico principale, automaticamente il vecchio regime esce dalla visuale. L’orientamento strategico deve essere quello di spingere il blocco islamico contro il vecchio regime e quindi di differenziare fra la sua componente conservatrice che vuole mantenere il dominio di una elite capitalista (islamizzata) da un lato, e la sua componente più progressista e popolare, interessata ad un radicale cambiamento democratico e sociale, possibilmente in veste islamica.

La paura dell’Islam è grande, troppo grande, e a volte impedisce la conquista della maggioranza. La stragrande maggioranza desidera ardentemente la democrazia, lo sviluppo sociale e l’indipendenza nazionale, di cui l’Islam è considerato un simbolo. Se il movimento Tahrir va frontalmente contro questo simbolo, finirà nella trappola laicista. Se riuscirà ad evitare questa trappola, o se userà a modo suo questo simbolo, la lunga e tortuosa lotta per l’egemonia e la guida politica del movimento di massa per la democrazia, il progresso sociale e la sovranità nazionale potrà avanzare.

Di Wilhelm Langthaler

Fonte: Http://www.antimperialista.it/:morsi-faraone-o-rivoluzionario&catid=102:egitto

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