Moratti-De Corato: una strana idea di " ordine pubblico"

Andiamo in una parte di città "incastrata" tra vecchi fontanili, il traffico di via Antonini, i vecchi campi sportivi della 'Forza e Coraggio', le storie già completamente "diverse" di via Bazzi e viale Ripamonti. Difficilmente vi può capitare di passare di lì. A me succede tutte le volte che, entrando a Milano da piazzale Corvetto, infilo via Quaranta o viale Ortles, e, tagliando per quelle vie, cerco di "sbucare" in circonvallazione.

 

Largo Caccia Dominioni è una zona come tante altre, "tagliata fuori" da tutto quello che ti fa sentire di essere a Milano: i negozi, i servizi, il caos diurno. Poco più in là, di notte, le auto continuano a passare e a fermarsi anche a tarda notte: è una delle arterie “dimenticate” del sesso a pagamento, con le edicole notturne in cui gli avventori si fermano a guardare oltre la tendina gli scaffali stipati di dvd pornografici.

 

Se dovete indicarla a qualche conoscente, i riferimenti obbligati sono gli autolavaggi, le pompe di benzina, i fast-food dei viali di grande scorrimento che la lambiscono. È un "non-luogo", insomma, frutto della speculazione edilizia, abbandonato a se stesso. Se un sociologo dovesse tracciare il profilo perfetto del contesto in cui matura un clima di microcriminalità, sarebbe molto vicino a quello che si trova inoltrandosi nel piccolo "dedalo" di queste strade.

 

Ma gli amministratori comunali non fanno i sociologhi. Ecco allora il sindaco Letizia Moratti, dopo l’episodio che ha portato al pestaggio di un tassista, invocare un collegamento diretto tra le auto pubbliche e le forze di Polizia Locale, con una lettura non "sociale" ma, più superficialmente, “corporativista” dell’accaduto.

 

È il problema di una politica di non conosce più la “res publica”, ma solo gli interessi "particolari", che si manifestano con picchi di maggiore intensità in seguito a “incidenti” come quello che è capitato allo sventurato tassista. Ma poteva capitare anche a me o a voi, di passare di lì e finire pestato, e non solo in largo Caccia Dominioni...

 

E soprattutto: l’episodio in sé è gravissimo, ma sotto il profilo "sociale" è ancor più inquietante quello che è successo nei giorni successivi, con auto di testimoni bruciate, un fotoreporter, a sua volta, malmenato e con la sua apparecchiatura professionale distrutta. In un clima di omertà, com’è tipico di una piccola enclave in cui, quando si sono spente le luci dei riflettori, ognuno deve poi "fare i conti" con il vicino di casa, e con la "legge non scritta" della strada.

 

Quanti luoghi così esistono in città? L’ordine pubblico a Milano è una questione anzitutto di topografia.

Tutto ciò che avviene entro la 3° “cerchia” è di fatto facilmente controllabile. L’estensione verso i quartieri periferici è ancora molto limitata. A Sud, Milano è molto lontana da essere una megalopoli. Eppure, le criticità dei quartieri Sant’Ambrogio, Barona, Giambellino, Corvetto, Gratosoglio è evidente a tutti. Senza parlare di "casi-limite" come Ponte Lambro e Stadera.

 

E ora la cronaca scopre anche “aree fantasma”, come appunto quella di via Antonini. Per dirci che 2 clan, alle cui famiglie sono legati gli aggressori del tassista, fanno il bello e il cattivo tempo. Come se fossimo nel "fortino" degli Arena, a Quarto Oggiaro. Ma l’approccio è cambiato: nel 1998 Riccardo De Corato, già allora vice-sindaco, mandava i vigili al quartiere Spaventa, in seguito alle risse accadute attorno a un bar, lo 'Skirrat'. In modo discutibile, certo. Ma almeno si provava a intervenire direttamente sul luogo, con un approccio "preventivo" al problema della 'sicurezza'.

 

E chi ricorda il dibattito nato attorno alla questione delle case Aler sa che proprio da lì cominciò un determinato "discorso", che portò al piano di riqualificazione stilato nel 2004, con un aumento del parco alloggi e una nuova formulazione della "partecipazione sociale", con stanziamenti per strutture ricreative che videro la partecipazione di Fondazione Cariplo e un finanziamento regionale. Se ben ricordiamo l’intervento riguardante le case liberty prevedeva complessivamente un costo di 12 milioni di euro, e dovrebbe essere concluso nel 2011. In parallelo, vennero avviati i contratti di quartiere relativi alle case Aler Calvairate/Molise, Mazzini, San Siro, Ponte Lambro e Gratosoglio.

 

Ma la "riqualificazione" non bastava e non basta. All’inizio degli anni '90 la presenza delle famiglie della criminalità organizzata venne sradicata dal Quartiere Stadera, attraverso una serie di arresti, a partire da quello di Vincenzo Mannino, legato al clan dei Fidanzati, e titolare del bar 'Freak Brothers'. Un episodio che valse a "bonificare" un’intera zona di Milano dallo spaccio di eroina.

 

I 2 approcci, quello “preventivo” e l’azione di Polizia, devono convivere. Anche quando si registra l’esistenza di sacche di microcriminalità certamente meno rilevanti del “Fortino Stadera”. Ma che corrispondono, in un’ipotetica cartografia criminale, a tante “cellule dormienti”, pronte a esplodere improvvisamente, come mine abbandonate.

 

Al di là delle idee demagogiche e, a nostro giudizio, di scarsa incidenza "pratica" (si parla di “dotazioni tecnologiche” che permettano di rintracciare i taxi istantaneamente da parte della Polizia in caso di aggressione o pericolo), la sensazione, leggendo la cronaca di questi giorni, è che Palazzo Marino abbia già in qualche modo abdicato al tentativo di "incidere" su determinate realtà, concentrandosi su altri obiettivi, di più facile "presa" mediatica, e che vanno a toccare l’interesse di cittadini che "contano" di più nello scacchiere degli equilibri politici milanesi.

 

Non si capisce altrimenti come possa il Sindaco dire che largo Caccia Dominioni “non è un quartiere fuori controllo”, e poi impiegare - per giorni - le forze dell’ordine nel tentativo, a oggi (e siamo al 4° giorno) non riuscito, di sgomberare uno stabile occupato in via Savona. Stabile che, sia detto incidentalmente, versava da almeno 15 anni in uno stato di degrado che non ha eguali, anche in quella zona.

 

Non vogliamo in questa sede entrare su di un problema che merita ben altro spazio, com’è quello della storia “a senso unico” del rapporto di incomunicabilità tra Amministrazione comunale e centri sociali a Milano, rapporto che non trova riscontri nelle altre città europee, dove questi luoghi di aggregazione, ancorché “antagonisti”, vengono "letti" diversamente, certo non come "fortini" da espugnare, magari per favorire gli interessi di alcuni immobiliaristi che, per primi, hanno contribuito a creare quella situazione di degrado da cui discende, in definitiva, la scelta di un determinato stabile per l’occupazione.

Vogliamo invece limitarci a sottolineare che certamente non appartiene alle priorità della collettività lo sgombero della 'Bottiglieria Occupata' di via Savona 18, sul cui tetto continuano a esserci 6 attivisti. Né pensiamo, a priori, che la denuncia per “occupazione abusiva” sia sbagliata. Chi occupa uno stabile lo fa non solo per un atteggiamento antagonista, ma anche perché quello della casa è, se non un “diritto” (noi la pensiamo così, ma vogliamo concedere che qualcuno sia di altri "orientamenti”), almeno un “problema”.

È una scelta esistenziale ancor prima che ideologica. E, nel caso dei "resistenti" di via Savona, che vengono da un altro sgombero, di “necessità”. Quando sono arrivati nello stabile di 'Zona Tortona' erano senza tetto, come hanno spiegato a chi, come il sottoscritto, è andato a conoscerli nei giorni dell’inizio della loro occupazione.

 

De Corato dovrebbe dunque dimostrarci che la 'Bottiglieria Occupata' costituiva un problema di ordine pubblico. Problema che, se ora sussiste, nasce dallo sgombero, e non dalla stessa occupazione. Riconosciamo alla proprietà il diritto di far sentire la propria voce e chiedere lo sgombero: si tratta evidentemente di uno “scontro di vedute” che appartiene alla natura delle cose. Non accettiamo invece che la città venga mandata in 'tilt', per più giorni, a causa dell’ostinazione nel perseguire un obiettivo che non crediamo interessare nemmeno agli abitanti dello stesso quartiere.

 

E non vediamo come potrebbe essere altrimenti: chi vive in via Savona deve subire bel altri “assalti”. A partire dal 'Fuori Salone', che, a solo vantaggio dei proprietari di locali pubblici e delle griffe del design, trasforma le vie del quartiere in un “sambodromo” per 1 settimana all’anno. Chi permette, mettendo il timbro sotto le autorizzazioni, di chiudere le vie della zona al traffico per agevolare le discoteche "a cielo aperto", feste, eventi e l’arrivo di una vera e propria "fiumana" di gente, difficilmente potrà affermare che i sound system della 'Bottiglieria Occupata' disturbano la quiete pubblica.

 

Anche perché lo stesso tipo di disagio viene arrecato da anni dai "troppi" pub e ristoranti nati in quelle stesse strade nati a causa di una prassi di concessione delle licenze commerciali che sfugge alla logica di qualsiasi pianificazione. Se in via Savona vuoi comperarti 1 chilo di pomodori è un problema. In compenso hai non meno di 30 alternative se vuoi andare a bere un mojito.

 

Ancora una volta, la disgregazione del corpo sociale e dell’identità del quartiere ricade dunque sulla politica locale. E in poche zone si è assistito a una "trasformazione" così violenta, come nell’isola di case tra la Stazione di Porta Genova e via Solari. Che fino a un lustro fa poteva ancora essere considerato l’East Village milanese e che, invece, ha visto il "passaggio di testimone" ai temporary shop dei sell-out “svuota tutto” dalle librerie, dai caffè letterari, dai negozi di dischi. Qui ora comandano moda e design.

Ma non solo: se forse De Corato riuscisse a liberarsi per 1 secondo dalla propria "ossessione" per la chiusura dei centri sociali potrebbe accorgersi di altre realtà: come i centri massaggi dove ragazzine cinesi si prostituiscono 24 ore su 24. O gli investimenti perlomeno “sospetti” di Srl che in zona hanno aperto in pochi anni una serie di bar di grande successo. E che però la vox populi vuole legate a personaggi improbabili, quando non espressamente ad attività di riciclaggio.

Non a caso, sono proprio questi locali a salutare per primi, con gioia, lo sgombero della 'Bottiglieria Occupata'. Ricorderemo ancora che, proprio a pochi metri dallo stabile di via Savona 18, è andato bruciato pochissimi anni fa un solarium, ancor prima di essere inaugurato. Incidenti di questo tipo evidentemente non sono di "ordine pubblico", ma un gruppo di ragazzi che organizza una scuola di teatro sì.

 

Dobbiamo allora metterci d’accordo prima di tutto su un’idea di ordine pubblico per cui largo Caccia Dominioni 'non' è un problema e via Savona 18 sì. Che "chiude un occhio" davanti al moltiplicarsi di attività commerciali quantomeno "sospette" e però mette sotto "assedio" un quartiere per far scendere 6 occupanti da un tetto. Forse in vista della pioggia? ( Fonte: www.milanoweb.com)

Autore. Andrea Dusio

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