Miti e leggende del fiume Po

http://ts3.mm.bing.net/th?id=H.4693596968453090&pid=15.1Sulle acque del grande fiume è passata la Storia. Ma sulle sue sponde si sono svolte anche molte vicende che, tramandate di generazione in generazione, si sono trasformate in miti e leggende. E se spesso il tempo è sufficiente a creare racconti fantastici, la nebbia e i paesaggi della pianura hanno sicuramente contribuito a dar vita a personaggi che appartengono più alla fantasia che alla realtà.

IL MITO DI FETONTE

Figlio di Apollo e della ninfa Climene, secondo la mitologia greca Fetonte fu allevato senza sapere l’identità di suo padre. Quando finalmente scoprì la verità, il giovane partì alla ricerca di Apollo e, arrivato al suo palazzo, si presentò. Il padre fu entusiasta di conoscerlo e gli promise che avrebbe esaudito il suo più vivo desiderio. Il ragazzo chiese di poter guidare il carro del Sole per un giorno. Apollo cercò di dissuaderlo ma non ci riuscì e così, a malincuore, gli concesse di farlo. Il giovane però non possedeva la forza necessaria per condurre i cavalli alati del padre e perse il controllo, facendo avvicinare troppo l’astro alla terra, che si incendiò. Quest’ultima lanciò un urlo di dolore che arrivò fino a Zeus, il quale fermò Fetonte colpendolo con un fulmine. Il ragazzo precipitò senza vita fra le acque del fiume Eridano, il Po. Secondo la leggenda le sue sorelle, accorse sulle rive, piansero così tanto che gli dei, impietositi, le tramutarono in pioppi.

I DRAGHI DEL LAGO GERUNDO

Anche se oggi non ne esiste più alcuna traccia, il territorio lombardo compreso tra la bergamasca meridionale e il nord del territorio cremonese era in passato il bacino di una vasta area acquitrinosa, formata dalle esondazioni dei fiumi Adda, Oglio, Serio, Lambro e Silero. Questa zona era conosciuta con il nome di lago (o mare) Gerundo. Le testimonianze storiche più antiche della sua esistenza risalgono al periodo romano. Le informazioni più significative sono però datate al 1110 d.C. e provengono dal monaco Sabbio, che parla di torri dotate di anelli per l’ormeggio delle barche, le cui rovine sono sopravvissute sino ai nostri giorni.

In quell’epoca ci furono numerose testimonianze su misteriose creature che infestavano le acque, alle quali la tradizione popolare diede il nome di draghi. Generalmente descritti come grandi animali serpentiformi dall’alito pestifero, erano sicuramente considerati ben più di una leggenda dalle popolazioni che abitavano le coste del Gerundo. A quanto si dice, ad esempio, gli abitanti di Calvenzano avrebbero eretto delle mura alte tre metri e lunghe 15 Km per proteggersi dalle sortite del mostro lacustre che si credeva vivesse in quella zona.

La credenza nella reale esistenza di simili creature è testimoniata anche da alcuni interessanti reperti ossei che fanno ancora mostra di sé in diverse chiese, un tempo poste lungo le sponde dell’antico lago Gerundo. Queste ossa furono considerate a lungo i resti dei temibili draghi acquatici dalle popolazioni locali. Dal soffitto dell’abside della chiesa di Almenno S. Salvatore, ad esempio, pende una gigantesca costola di animale della lunghezza di 260 cm, che secondo la tradizione sarebbe appartenuta ad una creatura catturata nei pressi del fiume Brembo. A soli 3 km di distanza in linea d’aria, un altro reperto simile, della lunghezza di 180 cm, é conservato all’interno del santuario Natività della Beata Vergine di Sombreno. Si narra che provenisse da un drago del Gerundo, ucciso da un giovane eroe. La costola attirò l’attenzione del naturalista Enrico Caffi, al quale è dedicato il Museo di storia naturale di Bergamo, che la identificò come appartenente ad un mammuth. Infine nella parrocchia di Pizzighettone, presso la sacrestia della chiesa di S. Bassiano, è custodita un'altra costola lunga 170 cm.

Si narra che gli abitanti di Lodi fossero spaventati dalla presenza di un grande serpente acquatico soprannominato Tarantasio. Pare che, in seguito alle opere di bonifica avviate nel XII secolo, all’inizio del ‘300 fu rinvenuto presso l’Adda il suo scheletro, successivamente custodito nella sua interezza nella chiesa di S. Cristoforo. Col tempo se ne persero le tracce, ma verso il 1800 un medico locale, Gemello Villa, riuscì a riportarne alla luce e ad esaminarne una presunta costola. I suoi studi non forniscono informazioni di particolare interesse, se non in un passaggio in cui si afferma che “la costola ha la pellucidità delle ossa fresche”, lasciando così intuire che possa non trattarsi di reperto fossile.

Sulla fondatezza di queste leggende è lecito avanzare molti dubbi. Se è possibile escludere con facilità l’esistenza di draghi nelle paludi padane, ben più complicato è stabilire l’origine di questi miti. Probabilmente nella maggior parte degli avvistamenti si trattava di grossi pesci, come gli storioni. Molte delle ossa ritrovate, invece, appartenevano ad animali preistorici, come i mammuth. Per il resto, un ruolo di rilievo è stato sicuramente giocato dall’ignoranza, dalla superstizione e – perché no? – dagli scherzi di qualche buontempone.

Fonte: http://www.carbonara.net/HomePage/index.html

 

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