" Maschia" di Lidia Ravera

Sono stata accusata di essere una donna maschile tutte le volte che ho espresso con vigore un'opinione originale e ben argomentata. Tutte le volte che ho preferito scarpe basse e calzoni comodi perché volevo muovermi nella città a mio agio e rapidamente. Tutte le volte che ho accettato di competere con un uomo, usando l'arma della dialettica, e, magari, vincendo la piccola estemporanea gara di eloquenza. Sono stata valutata una donna maschile tutte le volte che ho tenuto botta in silenzio, senza un lamento, a situazioni di disagio fisico o di angoscia, o ansia,o paura. Sono stata sfottuta come donna maschile tutte le volte ho riconosciuto in un'altra donna la dote naturale della bellezza, della giovinezza, del fascino. Sono stata considerata una donna maschile tutte le volte che ho dichiarato di saper/poter fare a meno di un uomo ( io lo posso desiderare, un uomo, ma non ne ho bisogno). Sono stata sospettata di essere una donna maschile tutte le volte che ho instaurato un rapporto di amicizia con un uomo, senza sottintesi sessuali né altri obbligati copioni romantici (soprattutto quando ero più giovane questa mia attitudine destava sospetto...certe volte anche nelle mogli dei miei amici)... A pensarci bene, sono stata molto spesso bollata come donna maschile. Per cui, oggi, non so bene che cos'è una donna maschile. Io non lo sono. Mai stata. Però, certamente, con lo stereotipo della femminilità ho sempre avuto un problema serio. Mai stata "bellina e dolce", mai stata "fragile e ricattatoria" . Fuori dallo stereotipo, no, non ho problemi: essere femmina mi va benissimo. E forse le ragazze-maschio che incominciano a proliferare in questi tempi di tacchi a spillo-tette pompate- corpi da esposizione sono la sacrosanta reazione al dirompente mercato del sesso in cambio di carriera. È un gesto rivoluzionario, per una donna giovane, infilarsi un paio di calzoni che non siano stati tagliati apposta per porgere le sue sode chiappe alla pacca del maschilista di turno. È un dire basta. Io non sono in vendita, io non ho bisogno del tuo sguardo valutativo, non sono un quarto di manza. È un gesto rivoluzionario per una donna della mia età dire basta, io non mi tolgo gli anni, non mi spiano le rughe, non mento, non mi atteggio, non mi rendo ridicola soltanto per inseguire l'unico modello ammirato di femmina: quello della ventenne belloccia, disponibile, meglio se un po' zoccola.

È maschile tutto questo?

L'orgoglio di essere donna, di essere come sei, autonoma, libera, indipendente è maschile?

E allora quali sono le donne femminili? Quelle dipendenti? Quelle deboli? Quelle lamentose?

Io mi auguro che si diffonda la moda delle donne forti. Se lo meritano. Ce lo meritiamo.

Non è una questione di scarpe, di spalle imbottite, di cravatte e camicie.

È questione di libertà.

È aspirazione di un numero crescente di donne italiane quella di ricevere, dagli uomini, lo stesso sguardo con cui le donne guardano gli uomini: attento, rispettoso, curioso. Uno sguardo che valuta intelligenza spirito cultura lealtà simpatia e poi sì...anche l'aspetto..ma non soltanto quello. Le donne sono stanche di essere misurate secondo il loro tasso di rassomiglianza ad una donna tipo.

C'è fame di libertà.

C'è esasperazione. Il sessismo berlusconista ha dato il colpo di grazia ad una identità periclitante.

Si respira una diffusa urgenza di riscrivere i canoni estetici, etici, comportamentali.

Certo il rischio di copiare il peggio dei maschi, esiste. Le "bulle" che fanno banda a scuola e vessano i più deboli. Le neo.post.post femministe che rivendicano il diritto di fare del proprio corpo quello che vogliono, anche venderlo se è il caso, se ne hanno desiderio o bisogno, sono delle figure discutibili, fanno venire in mente le ultime contorsioni di una subcultura morente, quella che non dà alle donne carriera migliore della "più antica del mondo".

Però sono, anche le "bullette", anche le "neopost" segnali di una improrogabile inversione di tendenza.

Le donne sono, fondamentalmente, stanche di stare sotto.

Per le più giovani il femminismo è un concetto astratto, obsoleto, superato, però sono figlie delle donne che hanno detto per la prima volta "no".

Sono nate e cresciute sapendo di non essere inferiori. E non sono più disposte a comportarsi come tali.

Nell'ascoltare le registrazioni delle "scandalose" telefonate fra le ragazze che frequentavano le orgiastiche seratine del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, mi ha colpito un dato, più di tutti gli altri: si comportavano consapevolmente da prostitute, il termine "escort" non ha nessun senso. Si vendevano. Intrattenevano sessualmente un uomo vecchio e potente in cambio di danaro e occasioni di carriera. Lo sapevano. Lo facevano liberamente, neppure costrette dal bisogno. Lo facevano per potersi permettere di vestire alla moda, di vivere nel lusso, di farsi notare in televisione. Ma la professione di prostituta la esercitavano da sole. Non avevano "protettori". La figura classica del magnaccia, ho pensato, è sparita. E perché è sparita? Perché è stata incorporata, introiettata. Ogni ragazza è il protettore di sé stessa.

Questo è un lato davvero singolare. La Barbie-uomo.

Un "io" maschile che vende il corpo, l'apparenza, l'aspetto dell'altro pezzo di "io", il femminile. L'altra parte.

Sono scisse, queste ragazze.

Hanno un calcolatore in mezzo alle gambe, un ragioniere al posto del cuore.

Giocano la loro partita cercando di guadagnare il più possibile, soffrendo e faticando il meno possibile.

Sono loro le uniche donne davvero maschili. Le "uome" di cui si ciancia a vanvera da anni.

Non io.

Non quelle ragazze che i jeans li preferiscono larghi e le giacche le preferiscono a doppio petto per occultare appetibili curve che non hanno voglia di buttare sul mercato. ( Fonte: www.caffe.ch)

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