Luciano (Fondazione Bordoni): “Mancano i tecnici, agenda digitale a rischio”

http://www.tomshw.it/files/2011/02/immagini/29744/agenda-digitale-per-l-italia_t.jpgUna ricerca sul “fattore umano” che condiziona lo sviluppo dell’ict (information and communication technology in Italia) è stata condotta,  dalla Fondazione Ugo Bordoni insieme con la Fondazione Cotec per l’innovazione tecnologica e i risultati sono chiari: ” Se non investiamo in ricerca l’obiettivo dell’Agenda digitale resterà un sogno”, spiega Alessandro Luciano, presidente della Fondazione Bordoni. La Fondazione è un ente di ricerca no profit pubblico-privato specializzato in telecomunicazioni e ict, che opera sotto il controllo del ministero dello Sviluppo economico.

La Commissione europea prevede che entro il 2015  serviranno, nell’Unione Europea, 700 mila professionisti con competenze elevate nel campo dell’Ict, ma in Italia “la carenza è ancora più grave”, dice Luciano: “Senza ricerca e senza innovazione secondo le esigenze dell’Agenda gli obiettivi indicati dall’Europa sono irraggiungibili e di conseguenza anche le opportunità offerte dalla stessa Agenda digitale”.

Intervistato da Giovanni Caprara per il Corriere Economia, settimanale del Corriere della Sera, Alessandro Luciano ha elencato i problemi, o, meglio, i “paradossi italiani” che rischiano di fare rimanere bianche le pagine della Agenda digitale.

Un esempio: le università fanno ricerca, ma questa non può essere sfruttata dalle aziende.

Altra contraddizione: il numero di ingegneri. Le università ne sfornano un numero che supera ampiamente la domanda; anzi il loro tasso di disoccupazione che era dell’1% due anni fa, adesso è triplicato (2,9%). Ma una volta entrati in fabbrica, solo metà di loro svolge un lavoro connesso alla preparazione.

Poi c’è lo specifico utilizzo dell’ict: la carenza di abilità, l’incapacità manageriale di utilizzare al meglio le tecnologie dell’It e i servizi di telecomunicazioni in relazione alle proprie aree di business emergono con chiarezza dalla ricerca e anche fanno un po’ impressione.

La prova che l’ict sia ormai un fattore critico di successo,  anche nella dimensione artigiana, viene da quelle aziende che invece hanno fatto dell’information technology una regola di gestione aziendale. Quelle che lo hanno fatto, anche in settori tradizionali tipici del made in Italy, dal tessile all’agroalimentare, sono state in grado di resistere agli attacchi della globalizzazione.

Manca, secondo i risultati dell’indagine, manodopera specializzata sia nelle professioni artigianali sia nell’Ict dove c’è carenza di informatici, ingegneri, esperti di marketing e internazionalizzazione. Esiste insomma un problema di formazione e di competenze.

Poi c’è il problema della ricerca che, pubblica o privata che sia, ha un tratto comune, di essere frammentata. Secondo Alessandro Luciano “buona parte dei ricercatori è impegnata su temi che hanno poco a che vedere con il sistema produttivo; di conseguenza le imprese non sono in gradi di utilizzarne i risultati”. Sono “due mondi che sembrano parlare due diversi linguaggi”.

Ancora Luciano: “Occorre individuare un’azione pubblica di grande respiro che veda coinvolti attori pubblici e privati e che miri a realizzare grandi progetti nazionali. Un esempio potrebbe essere la televisione digitale ad altissima definizione, integrata con le più moderne forme di interattività, on demand, di social networking e di servizi web. Un piano simile potrebbe agire da attrattore e catalizzatore di risorse pregiate con ricadute positive sul sistema economico”

Ma, aggiunge il presidente della Fondazione Bordoni, “senza investimenti in ricerca diventa impossibile inseguire il fine ultimo dell’Agenda digitale europea per creare le infrastrutture necessarie all’utilizzo di tecnologie in grado di snellire gli attuali processi produttivi e comunicativi e favorire la migrazione verso il digitale in ogni sua forma”.

( Fonte: www.blitzquotidiano.it)

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